LA SCUOLA MEDICA SALERNITANA E LA MEDICINA MEDIEVALE

LA SCUOLA MEDICA SALERNITANA E LA MEDICINA MEDIEVALE

In una notte di tempesta il pellegrino greco Pontus, colto alla sprovvista da un temporale, trovò
rifugio sotto le arcate dell’acquedotto dell’Arce, per ripararsi dalle intemperie. Poco dopo giunse
sotto le campate anche un viandante latino, di nome Salernus, che era ferito, e aveva scelto come
rifugio l’acquedotto in modo da medicarsi all’asciutto. Dapprima diffidente, Pontus si avvicinò
successivamente a Salernus, interessato ai medicamenti che questi stava applicando, quando
arrivarono anche altri due viandanti, un ebreo di nome Helinus e un arabo di nome Abdela. Anche
questi ultimi si avvicinarono preoccupati al malato e il fato volle che tutti e quattro si occupassero
di medicina. Iniziarono a scambiarsi conoscenze sulla medicina e sulla chirurgia e decisero di
formare un sodalizio, dando vita alla Scuola Medica Salernitana.
Questa è la leggenda che parla della nascita della Scuola Medica Salernitana, prima e più
importante istituzione medica medievale, considerata la madre delle università.
La scuola, che si sviluppò a partire dal IX secolo, si fondava sulle conoscenze di Ippocrate e Galeno
ma soprattutto basava la sua attività sulla quotidiana esperienza di assistenza ai malati, dando molta
importanza alla profilassi e alla prevenzione. Grazie alla posizione di Salerno, importante porto sul
Mediterraneo, la scuola, nella quale ricoprivano un ruolo chiave anche le Mulieres Salernitanae,
subì l’influenza degli arabi e si arricchì anche di conoscenze farmacologiche e fitoterapiche.
Il periodo di massimo splendore della scuola si ebbe tra l’XI ed il XIII secolo. In quegli anni infatti
giunse in città Costantino l’Africano, medico cartaginese vissuto nei decenni successivi all’anno
Mille. Si impegnò a tradurre numerose opere dall’arabo, tra cui i libri di Avicenna, Averroè,
Haliy Abbas e al-Jazzar, nonché i testi di Ippocrate e Galeno, che sono stati restuiti alla cultura
occidentale dopo le invasioni barbariche proprio dai nuovi contatti con i mori.
La magnificenza della scuola fu tale da rendere la medicina la prima scienza ad uscire dalla
chiusura mentale delle abbazie per confrontarsi con il mondo esterno e l’esperienza pratica. Tuttavia
anche i monaci contribuirono allo sviluppo delle pratiche mediche, come ad esempio quelli della
Badia di Cava, situata a poca distanza da Salerno.
Anche Federico II, imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Sicilia, si accorse dell’importanza
di questa florida istituzione scientifica: nel 1231 emanò un editto in cui stabiliva che potevano
esercitare la professione di medico solo coloro aventi possesso di un diploma conseguito presso la
Scuola Medica Salernitana.
Con la nascita dell’Università di Napoli, sorta nel 1224, la Scuola iniziò a perdere importanza,
letteralmente oscurata dai nuovi atenei di Bologna, Padova e Montpellier.
Nel 1811 Gioacchino Murat la soppresse, segnando la fine di quella che molti considerano la prima
università della storia. Infatti, oltre alla medicina, si tenevano anche corsi di filosofia, teologia e
legge. Il curriculum studiorum prevedeva oltre a 3 anni di studio della logica, 5 anni di medicina,
composta di anatomia e chirurgia. Alla fine del corso di studi gli allievi prendevano parte a un anno
di pratica sotto la guida di un medico anziano, al termine del quale ogni studente era sottoposto
ai rigorosi esami tenuti dai medici dell’Almo Collegio Salernitano, corpo accademico composto
da medici della scuola, sorto con lo scopo di difendere gli interessi dei medici dall’opera dei
medicastri.
Quello fornito dalla Scuola Salernitana fu il più fulgido e riuscito esempio di medicina laica
medievale, fondata su empirismo e tradizione.
Accanto alla medicina laica c’era una molto più diffusa pratica medica, fortemente influenzata dal
Cristianesimo e dalla Chiesa, che si fondava anch’essa sul patrimonio ereditato dalla tradizione
greco-romana e alessandrina, ma il cui bagaglio di conoscenze era soltanto una semplificazione di
tutte le informazioni anatomiche e terapeutiche che aveva ricevuto in eredità. A ciò si aggiungeva la
credenza di un forte legame tra malattia e peccato; lo stesso papa Gregorio I dichiarò, nel 590, che
la Peste era una punizione divina e che pertanto non andavano salvati coloro che si ammalavano per
non entrare in conflitto con la volontà di Dio: “Christus Medicus” offriva la cura e la terapia era la
redenzione.

Al di là di ciò, molti ordini monastici, come i Benedettini, accolsero tra le mura dei loro monasteri
la cultura medica classica, facendo della cura degli ammalati la loro missione.
Essendo la medicina medievale strettamente legata alla magia e alle credenze mistiche, non
esistevano veri e propri filoni medici specializzati, ma in ogni città si trovavano persone che
curavano, con fortuna alterna, malati di ogni tipo; figure che andavano dal conciaossa al cerusico,
dalla strega alla levatrice popolavano il paesaggio di ogni città o paese. Non solo a questi
improbabili terapeuti era affidata la cura delle malattie, ma l’intercessione dei Santi era accettata
come medicina né più e né meno di quella praticata da medici professionisti.
La vera rivoluzione della medicina europea, compresa la medicina laica della scuola di Salerno,
si ebbe nel XII secolo, con l’arrivo degli Arabi e con essi un immenso patrimonio culturale,
non solo medico. Grandi scienziati come Abulcasis o Avicenna, il quale scrisse nel 1030 una
grande enciclopedia medica che unisce la medicina araba a quella greca e indiana (l’Ayurveda),
contribuirono in maniera determinante all’avanzamento della medicina in Europa.
Tuttavia il vero fallimento della medicina tradizionale si ebbe con la Peste Nera del Trecento,
quando quasi metà della popolazione europea morì: il confine tra vita e morte non esisteva
praticamente più, non si seppellivano più i morti, i cadaveri erano accatastati a migliaia nei campi
fuori le mura delle città a marcire sotto il sole, vi era più gente nei lazzaretti che per le strade. Fu
allora che, dalla necessità di porre fine a questa falcidiante epidemia, nacque nel basso Medioevo
l’ospedale, rimanendo in ogni caso per secoli un luogo di malati e non di medici, preferendo questi
ultimi continuare a visitare i malati in casa oppure limitandosi all’attività di insegnamento nelle
università.

(Introduzione a cura di Vincenzo Romaniello)

PIANTE MEDICINALI

Come brevemente detto in precedenza, le erbe sono state una delle forme principali di medicina

medievale, ereditate da un sapere di tempi molto più antichi. Venivano usufruite abbondantemente sia

da medici di maggior prestigio, assoldati da individui appartenenti alle classi più nobili, che da contadini

e dalle classi sociali di più basso gradino che erano a conoscenza di alcuni rimedi medici di tradizione

orale. Purtroppo, come quasi in tutte le cose, la realtà era stata a quel tempo mescolata dall’alone

misterioso e religioso che aleggiava nel corso di quei secoli e il sapere delle erbe medicinali era stato in

parte distorto, rendendolo superstizione. Ad esempio molte delle proprietà delle erbe venivano ad esse

attribuite solo per il colore della pianta o per la forma che esse mostravano. Eppure, come ad esempio

si è verificato nella nostra Italia, con il formarsi delle Università e delle corporazioni intorno il 1300, la

scienza è stata rinnovata come un sapere intoccabile e nettamente distaccato dalle credenze popolari,

segno della nascita di una nuova era. La corporazione degli speziali (Alla quale Dante era iscritto per poter

partecipare alla vita politica fiorentina), appariva come una farmacia di quel tempo, le cui medicine erano

prevalentemente a base di erbe e di unguenti…

Non solo nelle arti e nelle università si intraprendeva lo studio delle piante medicinali, bensì pure nei

monasteri. E’ infatti grazie alla tradizione monastica che ci sono arrivati diversi erbari e da questi siamo

potuti risalire alla loro egregia sapienza vegetale, nonché medicinale. Facciamo un passo indietro e

cerchiamo di comprendere come i monaci abbiano appreso questo sapere. I Monasteri attorno al XII secolo

avevano subito la loro maggior espansione in Europa, ricoprendo una sezione importante della cultura

medievale. I monaci erano persone votate a Dio e alla religione Cristiana, individui che si apprestavano a

seguire la vita dettata dal vangelo e di conseguenza la loro vita monastica era caratterizzata da diversi punti

essenziali: Lo studio della Bibbia ne è un esempio, dei salmi ecc… La divulgazione religiosa per mezzo della

copiatura meticolosa dei testi; Avevano anche il compito di accogliere i poveri, i mendicanti e i malati. Per

questo possedevano grandi proprietà terriere coltivate, in quanto avevano l’ obbligo morale di sfamare

una notevole quantità di uomini. Tra quei vari campi e orti, ne era presente uno solitamente posto accanto

all’ infermeria: l’ orto destinato alla coltivazione delle piante che possedevano proprietà medicamentose.

Infatti, a quel tempo, dove la malattia e la morte era all’ ordine del giorno, malati e morenti di bassa

condizione economica bussavano alle porte del monastero per ricevere cure gratuite. E’ interessante

notare che, grazie a scavi condotti in monasteri medievali, sopratutto quelli della Gran Bretagna e del

Galles, si è potuto sapere che i monaci conoscevano e usufruivano le diverse proprietà curative di erbe

esotiche come ad esempio il papavero da oppio, la canapa ecc… Cosa sorprendente, in un progetto della

costruzione dell’ Abbazia di S. Gallo, dove senza alcuna sorpresa è indicato un pezzamento di terra separato

da un orto e situato vicino all’ infermeria, destinato alla coltura delle erbe medicinali, oltre ad esser indicate

le comuni piante officinali messe a coltura, tra i quali troviamo soprattutto Gigli, le rose, la salvia, la menta

ecc.. cosa assai strana, alla fine dell’ elenco è nominato il comune fagiolo. Fagiolo?! Il fagiolo è un legume

originario dell’ America Meridionale e come è possibile che sia arrivato nell’ Europa Medievale prima della

scoperta di Cristoforo Colombo? Un ulteriore prova dell’ errata data della scoperta dell’ america? Questa

è una cosa che gli esperti non sanno spiegarsi. Chiudendo brevemente questo ampio capitolo, riporto qui

sotto alcune delle malattie più comuni e le relative cure a base di erbe medicinali… Si potranno quindi

gustare sapori e aromi di un’ epoca indimenticabile e dal fascino ammaliante…E magari star meglio!

Tecniche di procedimento:

Infuso:

Consiste nel far bollire una certa quantità d’ acqua, e in seguito versarla entro pochi minuti in un recipiente
dentro il quale è stato deposto in precedenza la droga sminuzzata.Mescolare le erbe perché queste
rilascino le prime sostanze, e coprirlo per evitare la fuoriuscita di vapori (ricchi di sostanze). Lasciare la
droga in infusione per dieci o quindici minuti e a intervalli di tempo agitare la droga. In seguito filtrare l’
infuso. Bere in quantità ridotte(Generalmente una tazzina da the), e consumare l’ infuso quando è ancora
caldo, ma mai quando è bollente e mai quando è eccessivamente freddo.

NB: Il tempo di infusione influenzerà il colore, il gusto e ovviamente maggior sarà il tempo, maggiori
saranno le proprietà medicinali. Il tempo verrà regolato a seconda dei gusti e delle necessità.E’ il
procedimento indicato per droghe dagli aromi delicati (Tiglio, camomilla, e droghe principalmente
composte da fiori, foglie, gemme). In questo tipo di erbe saranno presenti principi attivi facilmente
decomponibili al calore e al liquido.

Decotto: Consiste nel deporre la droga in un recipiente d’acqua bollente, coprire il contenitore, e

continuare l’ ebollizione a fuoco moderato, per circa quindici o venti minuti. Dopo la bollitura, si passerà

alla filtrazione attraverso un colino a maglie strette. Per avere un maggiore effetto del decotto, è

consigliabile deporre la droga nell’ acqua fredda, prima di metterla a contatto col fuoco .Il decotto viene

sovente impiegato per liberare i principi attivi delle radici, di bacche e di prodotti di dura consistenza, i

quali sono di difficile liberazione col calore. E’ consigliabile aggiungere una maggior quantità d’ acqua (tre

cucchiai in più circa) per compensare la perdita del liquido che verrà rilasciata insieme ai vapori.

(Approfondimento sulle piante medicinali a cura di Valentina Gala)

Leggende riguardanti alcuni guaritori della Scuola

Leggenda del Povero Enrico

Una delle più celebri è la cosiddetta Leggenda del Povero Enrico, tramandata dai menestrelli tedeschi medievali e “riscoperta” da Longfellow nell’Ottocento. Enrico, principe di Germania, era un giovane splendido e forte, fidanzato con la giovane principessa Elsie. Un giorno, però, egli fu colpito dalla lebbra e cominciò a deperire rapidamente, tanto che i sudditi, vedendolo ormai destinato a morte certa, lo ribattezzarono “il Povero Enrico”. Il principe, una notte, ebbe un sogno: il diavolo in persona gli suggerì di andare a farsi curare dai medici salernitani, riferendogli che sarebbe guarito solo se avesse fatto un bagno nel sangue di una giovane vergine che fosse morta per lui volontariamente. Nonostante Elsie si fosse immediatamente proposta per l’orrendo sacrificio, Enrico rifiutò sdegnato, preferendo ascoltare il parere dei medici. Dopo un lungo viaggio, tutta la corte arrivò a Salerno ed Enrico, prima di presentarsi alla Scuola Medica, volle recarsi in Cattedrale per pregare sulla tomba di San Matteo. Qui, in preda a una visione, si ritrovò miracolosamente guarito dal male, e sposò Elsie sullo stesso altare del Santo.

Leggenda di Roberto e Sibilla

Altra tradizione è quella della Leggenda di Roberto di Normandia e Sibilla da Conversano. Roberto di Normandia, durante le crociate, fu colpito da una freccia avvelenata. Poiché le sue condizioni erano parse subito gravi, egli, di ritorno in Inghilterra, si fermò a Salerno per consultare i medici, il cui responso fu drastico: l’unico modo per salvargli la vita era quello di succhiargli via il veleno dalla ferita, ma chi l’avrebbe fatto sarebbe morto al suo posto. Roberto respinse tutti, preferendo morire, ma durante la notte sua moglie Sibilla da Conversano gli succhiò il veleno, morendo così per il suo amato sposo. Questa leggenda è raffigurata in una miniatura sulla copertina del Canone di Avicenna, in cui si vede Roberto con la sua corte che, alle porte della città, saluta e ringrazia i medici, mentre sullo sfondo le navi sono pronte a partire; sulla sinistra, altri quattro medici si occupano di Sibilla, riconoscibile dalla corona, avvizzita dal veleno.

(Introduzione a cura di Vincenzo Romaniello, approfondimento sulle piante medicinali a cura di Valentina Gala, leggende riguardanti i guaritori della Scuola a cura di Antonello Luongo)

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