Astronomia: dai presocratici a Tolomeo. (Giulia Colangelo)

L’astronomia, che etimologicamente significa legge delle stelle (dal greco: ἀστρονομία = ἀστῆρ/ἄστρον (stella) + νόμος (legge)), è la scienza il cui oggetto è l’osservazione e la spiegazione degli eventi celesti. Studia le origini e l’evoluzione, le proprietà fisiche,chimiche e temporali degli oggetti che formano l’universo e che possono essere osservati sulla sfera celeste.
I Greci diedero importanti contributi all’astronomia, da Talete a Pitagora ad Ipparco ed Eudosso; culminati con l’opera di Claudio Tolomeo.
Già i filosofi presocratici, ed in particolare coloro che facevano parte della scuola ionica (600 a.C.), affermarono che in realtà è il Sole a trovarsi al centro dell’universo, e la Terra, di forma sferica, a girargli attorno e che la Luna e` visibile solo poiché riflette i raggi solari, affermando anche che le stelle del cielo erano fatte di “fuoco”.
Intorno al V secolo a.C., nel centro della cultura mondiale di quel tempo, per mano di Pitagora, nasce e si sviluppa la omonima scuola alla quale si attribuiscono le prime idee sui moti, di rotazione e di rivoluzione, della Terra. Un passo importante che pone il nostro pianeta fra i corpi celesti (pianeti) anche se ancora al centro dell’Universo. Di questa scuola era Filolao, che verso la fine V secolo a.C., ipotizza una prima struttura dell’Universo, con un fuoco centrale, ed i pianeti, Sole compreso, ruotanti intorno ad esso. Un sistema quello di Filolao, che resisterà fina a che non verrà sostituito dalle nuove concezioni aristoteliche.
Nel frattempo, però, fra il 429 ed il 347 a.C., appare una figura che lascerà una notevole traccia del suo passaggio: Platone. Tra le allusioni astronomiche ritrovate nei suoi scritti, che sono più che altro a carattere mistico-poetico, si possono ad esempio rintracciare i primi accenni a epicicli e deferenti, ai moti della Luna e dei pianeti ed alla materia che componeva le stelle.
Ecco come il grande filosofo descrive, nel “Timeo”, l’Universo: “…ed Egli (Dio) lo fece tondo e sferico, in modo che vi fosse sempre la medesima distanza fra il centro ed estremità….e gli assegnò un movimento, proprio della sua forma, quello dei sette moti.
Dunque fece che esso girasse uniformemente, circolarmente , senza mutare mai di luogo….;e cosi` stabili` questo spazio celeste rotondo e movente in rotondo”.
Quello di Platone era dunque un sistema geocentrico, a sfere concentriche, che fu in seguito perfezionato da Eudosso e a cui Aristotele, per altro suo discepolo e amico, attingerà in gran parte. Fu proprio Eudosso da Cnido (409-356 a.C.) che per primo tentò di risolvere, da valente geometra quale era, in modo meccanico il problema dei movimenti irregolari (stazioni e retrogradazioni) dei pianeti. Per tentare di dare risposta alle sue teorie, egli si recò a studiare addirittura in Egitto dove i sacerdoti custodivano una innumerevole serie di cronache su antiche osservazioni celesti. Riuscì nel suo intento, dotando il sistema planetario di una serie di sfere motrici (in tutto 27) le quali contenevano i poli delle sfere dei pianeti, in modo che quest’ultimi potessero muoversi nel cielo indipendentemente gli uni dagli altri e tracciare nel cielo le traiettorie da noi osservate e solo apparentemente irregolari.
Il sistema di universo costruito da Eudosso da Cidno e perfezionato da Callippo qualche anno più tardi con l’aggiunta di alcune sfere per Mercurio, Venere, Marte e per la Luna ed il Sole, diede lo spunto al grande Aristotele di parlare di astronomia. Egli, infatti, a dispetto degli anni (quasi 1800) in cui le sue teorie resteranno valide per tutti o quasi, non e` da considerare un vero e proprio “astronomo”. Aristotele aveva diviso il cosmo in due parti: la prima perfetta e incorruttibile, quella oltre alla Luna, costituita da sfere concentriche ove erano incastonati i pianeti e le stelle; l’altra, sublunare, costituita dal mondo caotico e corruttibile, formata da quattro sfere (Terra, Acqua, Aria e Fuoco) in cui l’ordine era solo una tendenza per ogni cosa. Al di la` della più esterna di queste sfere concentriche, quelle delle stelle fisse nell’ordine: Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno e Stelle Fisse, Aristotele collocava il “motore” di tutto l’Universo che trasmetteva il moto con una serie di sfere di collegamento per un totale di 55. Le sfere sarebbero costituite per lo più da etere, il quinto elemento, incorruttibile ed immutabile. Un sistema questo geocentrico ed incorruttibile, che resisterà per ben 18 secoli, fino cioè alla teoria copernicana,nella quale Nicolò Copernico propose il sistema eliocentrico secondo il quale non è il Sole a muoversi intorno alla Terra ma è quest’ultima che, insieme a tutti gli altri pianeti, orbita intorno al Sole.

Prima di Copernico, però, diversi avevano già tentato di ipotizzare un Universo costruito con un sistema eliocentrico, mettendo così la Terra a ruotare intorno al Sole e ponendola quindi fra i pianeti. Fra questi, degni di nota, troviamo Aristarco ed Eraclide facenti parte della scuola alessandrina, che avevano teorizzato non solo un sistema eliocentrico, ma avevano trovato spiegazione al fenomeno delle stagioni, attribuendolo alla diversa inclinazione dell’asse della Terra rispetto allo Zodiaco e quindi rispetto al piano dell’eclittica. Pare inoltre, che avessero già idea della natura stellare del Sole e della distanza infinitamente grande delle stelle.
Un altro “astronomo” della scuola alessandrina degno di nota fu Eratostene, il primo a tentare di calcolare la grandezza della Terra con metodo scientifico, osservando la posizione del Sole nel cielo a diverse latitudini. Famoso rimane l’esperimento compiuto in un giorno di solstizio d’estate, quando misurò la distanza del Sole dallo Zenit dalla citta` di Alessandria.
Sapendo che a Syene (la moderna Assuan), in quello stesso istante il Sole era esattamente allo Zenit e conoscendo esattamente la distanza delle due città, riuscì, col calcolo, a trovare la lunghezza del meridiano che le congiungeva, visto che Syene ed Alessandria si trovano quasi alla stessa longitudine. Il valore che ne ricavò fu 250’000 stadi equivalenti a quasi 40’000 chilometri, molto vicino al valore reale.
Il primo vero e proprio astronomo di quel periodo fu pero` Ipparco di Nicea (194-120 a.C.), scopritore della precessione degli equinozi. Confrontando le sue osservazioni con quelle dei suoi predecessori egli scoprì degli spostamenti di lieve entità che potevano essere rilevati solo con osservazioni fatte a distanza di molto tempo le une dalle altre e che espose nella sua celebre opera “Spostamenti dei punti dei solstizi e degli equinozi”.
Di notevole importanza anche il suo “Nuovo catalogo stellare” ove erano catalogate oltre 1000 stelle, con le coordinate corrette per la precessione e suddivise in sei classi (grandezze) a seconda della loro luminosità. Ipparco fu spinto alla compilazione di questo catalogo dall’apparizione di una “stella nuova” nel 134 a.C. per meglio valutare eventuali nuove apparizioni.
Le osservazioni astronomiche fatte da Ipparco per determinare l’entità della precessione, lo portarono a determinare anche le lievi differenze fra anno siderale (misurato col transito delle stelle al meridiano) ed anno tropico (misurato col passaggio del Sole nel punto equinoziale di primavera). Per quel che riguarda i pianeti, Ipparco, cercò di determinare, con la maggiore precisione possibile, i loro tempi di rivoluzione, senza peraltro costruire un vero e proprio sistema. Negli anni che seguirono la morte di Ipparco non vi è da registrare alcun progresso di una certa importanza nelle scienze astronomiche, né nomi di una certa rilevanza.
Per ritrovare un piccolo risveglio bisogna arrivare a Tolomeo (circa 150 d.C.). Nato probabilmente in Grecia, sebbene il suo nome completo, Claudio Tolomeo, fornisca importanti informazioni:
“Tolomeo” indica infatti che egli era un abitante dell’Egitto e “Claudio” che era cittadino romano. In base ad antiche fonti si sa inoltre che l’astronomo trascorse la maggior parte della sua vita al tempio serapeo di Canopo, nei pressi di Alessandria d’Egitto, svolgendo le osservazioni che costituirono la base per lo sviluppo della sua teoria.
La sua opera principale è il trattato noto abitualmente con il nome di Almagesto (v.), nel quale Tolomeo dà i mezzi matematici di calcolo necessarî alle osservazioni celesti ed espone le teorie astronomiche del tempo, basandosi principalmente sulle osservazioni di Ipparco. Il trattato si compone di tredici libri (principî e trigonometria sferica, sfera celeste, moti del Sole, moti della Luna, distanza Sole-Terra-Luna, eclissi, catalogo di stelle, Via Lattea, teoria dei pianeti). Nel primo libro è contenuto il teorema di Tolomeo . Assunto fondamentale del sistema astronomico tolemaico è che la Terra, di forma sferica, resti immobile al centro della sfera delle stelle fisse. A sostegno di questa ipotesi, Tolomeo pone i moti osservabili dei pianeti allora conosciuti (Luna,Mercurio,Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno), che descrive mediante modelli cinematici basati su combinazioni di moti circolari uniformi. Sulla base di questi moti Tolomeo costruisce tavole accurate delle posizioni dei pianeti in funzione del tempo. Le difficoltà maggiori nella compilazione delle tavole erano rappresentate dalle irregolarità che si osservano nei fenomeni celesti, in particolare nei moti planetarî. Nel fronteggiare tali difficoltà, Tolomeo è erede di una tradizione scientifica che risaliva al 4° sec. a. C., in particolare a Eudosso di Cnido e a Platone, e che considerava le irregolarità come l’effetto apparente di una complessità regolata: i moti visibili dei pianeti vi erano intesi come risultanti da composizioni di più moti, ciascuno circolare e uniforme; si trattava perciò di trovare quelle composizioni che generassero per ciascun pianeta il suo moto osservabile. In particolare Tolomeo si valse di una specifica famiglia di modelli, chiamata dei deferenti ed epicicli e degli eccentrici, dalle denominazioni dei diversi cerchi con cui erano costruiti. Si consideri anzitutto il Sole, il pianeta più “facile” dato che presenta una sola irregolarità nell’ineguaglianza stagionale, dovuta ai diversi tempi richiesti dal Sole per passare da un punto solstiziale a un punto equinoziale. Nella fig.1 il piano del foglio è il piano dell’eclittica;
Figura 1 Modello tolemaico a deferente ed epiciclo e a eccentrico.
T è la Terra, punto di incontro dei due diametri dell’eclittica parzialmente tracciati. Il cerchio API, detto eccentrico in quanto il suo centro M non coincide con quello della Terra, è il percorso del Sole P: si vede immediatamente che P, in moto uniforme intorno a M, visto da T sembra invece variare la propria velocità angolare, ciò che spiega l’ineguaglianza stagionale; si vede anche che il punto di massima velocità angolare è I, il perigeo, quello di minima è A, l’apogeo; il centro dell’eccentrico, dunque, si trova sulla linea che va dalla Terra all’apogeo. Si considerino ora le linee tratteggiate: il cerchio su cui è C, concentrico alla Terra, è il deferente; C, ruota a velocità uniforme ed è a sua volta il centro dell’epiciclo, su cui sono D e P, che ruota uniformemente in senso inverso. Si vede che se l’epiciclo ruota a una velocità tale che CP si mantiene parallelo a TM, e seCP=TM e MP=TC, il modello deferente-epiciclo produce per P lo stesso moto apparente dell’eccentrico: i due modelli dunque sono in questo caso equivalenti. I moti degli altri pianeti sono molto più complessi perché presentano altre irregolarità, la più vistosa delle quali è la frequente occorrenza di moti retrogradi. Qui il modello richiesto è quello deferente-epiciclo. Nella fig. 1 si considerino solo le linee tratteggiate e si inverta la freccia dell’epiciclo in modo che esso ruoti nello stesso senso del deferente: nella fase in cui il pianeta P percorre l’arco di epiciclo più vicino a T e per una velocità sufficientemente grande dell’epiciclo, l’osservatore in Tvedrà P compiere sullo sfondo stellare uno spostamento angolare opposto a quello medio. Questa famiglia di modelli cinematici era già stata studiata dal matematico Apollonio di Perga (intorno al 200 a. C.) e impiegata da Ipparco di Nicea (nella seconda metà del 2° sec. a. C.) ma la loro elaborazione estesa a tutti i pianeti, e la conseguente costruzione di tavole, fu opera di Tolomeo. In particolare, poiché il semplice modello deferente-epiciclo non è sufficiente per descrivere i moti retrogradi dei pianeti, perché può generare soltanto archi di retrogradazione (costanti contrariamente a ciò che si osserva), T. costruì modelli combinati a deferente eccentrico (v. la fig. 2
Figura 2 Modello tolemaico a deferente eccentrico.
dove T è la Terra, M il centro dell’eccentrico, C quello dell’epiciclo) introducendo in essi ulteriori elementi che li rendevano ancora più complessi. Tra questi il più significativo è l’equante, termine con cui fu in seguito designato il punto E nella fig. 2, simmetrico alla Terra rispetto al centro dell’eccentrico: il centro dell’epiciclo, C, ruota attorno a M come suo centro, ma la sua velocità angolare è uniforme rispetto al punto E. L’introduzione dell’equante è notevole perché con essa T. lascia cadere l’antico principio dell’uniformità dei moti (infatti la velocità lineare di C cessa di essere costante). Nelle “Ipotesi sui pianeti”, in due libri T. dà una versione fisica dei risultati matematici dell’Almagesto e, pur discostandosi in taluni punti dalla cosmologia aristotelica (per es., nella determinazione della causa del movimento delle sfere), ne dipende in gran parte, soprattutto mantenendo la divisione tra sfera celeste e sfera sublunare e assegnando alla sfera celeste una composizione non elementare, ma eterea. Questa costruzione sarà alla base del cosiddetto sistema tolemaico e, variamente combinandosi con la cosmologia aristotelica, dell’immagine del mondo dominante a partire dal sec. 13° fino all’età moderna. Opere minori di astronomia e matematica sono: “Analemma”, sull’orologio solare; “Tavole astronomiche manuali”;”Fasi delle stelle fisse e raccolte dei loro dati”, un calendario meteorologico;”Planisforio”, in cui tratta della proiezione stereografica della sfera. Un altro contributo di T. di grande rilievo riguarda la “Ottica” originariamente in cinque libri, della quale conserviamo la traduzione latina di una traduzione araba degli ultimi quattro (l’ultimo è monco). In essa T. aderisce, come già Euclide, alla scuola pitagorica dei raggi visuali uscenti dall’occhio dove sostituisce tuttavia al “cono prospettico”, una piramide con il vertice dell’occhio stesso e la base sul contorno dell’oggetto. In questo modo l’occhio percepisce, attraverso la direzione e la lunghezza dei raggi visuali, la posizione, la forma, la grandezza e il movimento degli oggetti. Nell’Ottica sono trattati i problemi della luce e del colore nella visione, le illusioni ottiche, la riflessione e la rifrazione. Caratteristici di quest’opera, e originali rispetto alla tradizione, sono la considerazione combinata degli aspetti fisici, geometrici e fisiologici della visione e soprattutto il ricorso a esperimenti. Di particolare importanza sono, al riguardo, i risultati sperimentali trovati da T. sul rapporto tra gli angoli di incidenza e di rifrazione e sull’angolo limite nel caso del passaggio della luce da un mezzo più denso a uno meno denso. Nel Medioevo e nel Rinascimento l’ottica tolemaica avrà un’influenza significativa, mediata da importanti modificazioni apportatele dagli arabi. T. scrisse inoltre un compendio di astrologia in quattro libri, il Tetràbiblos. Le influenze celesti sulle vicende terrestri vi sono pensate in termini fisici: le configurazioni celesti, date le proprietà naturali degli astri, sarebbero principî causali di processi che avvengono tra noi. Nell’astrologia di T. gli eventi individuali sono principalmente, ma non completamente, determinati dalla causazione celeste; resta agli uomini un certo margine di intervento. Il Tetràbiblos manterrà nel mondo arabo e in quello europeo fino al Rinascimento una autorità grandissima, anche se non incontrastata. Nel campo della geografia ricordiamo la “Introduzione geografica”, in otto libri (fondamenti e distinzione tra geografia e corografia, misure della Terra, elenchi di località, confini di paesi, nomi di popoli, divisione dei climi, durata dei giorni, ecc.), in cui T. forniva le istruzioni per la costruzione della mappa del mondo conosciuto. Gli ultimi sette libri contengono essenzialmente l’elenco di più di 8000 località, con le loro coordinate di longitudine e latitudine; il primo istruisce su come tracciare una mappa soddisfacente. Il problema matematico è qui dato dalla sfericità della superficie terrestre, che si tratta di proiettare in piano. T. propone due sistemi alternativi di proiezione, in entrambi i quali inserisce dei termini correttivi, allo scopo di soddisfare l’esigenza che la mappa appaia come la rappresentazione di un globo. L’Introduzione geografica non ebbe seguaci nell’antichità; solo nel 15° sec. fu conosciuta in Occidente. È discussa la questione se l’opera originale fosse corredata da carte o se queste siano state aggiunte posteriormente. Infine, T. redasse un trattato di teoria musicale (῾Αρμονικά “Armonici”, in tre libri) che verte sugli intervalli matematici tra note e sul modo di classificarli, basandosi sul comportamento di una corda tesa. Anche in quest’opera è presente lo sforzo di combinare una teoria matematicamente soddisfacente con i fenomeni percettivi. La teoria musicale di T. fu ampiamente usata da Boezio, e per questa via ebbe una certa influenza nei secoli successivi. Molte altre sue opere sono andate perdute. Per il
sistema astronomico di T., v. anche solare: Sistema solare. ▭Teorema di Tolomeo: in un quadrangolo inscritto in una circonferenza, la somma dei rettangoli dei lati opposti è equivalente al rettangolo delle diagonali. Cioè se A, B,C, D sono quattro punti che si succedono su una circonferenza, è:AB•CD+BC•DA=AC•BD. Con Tolomeo, e la commistione del sistema aristotelico e tolemaico si dà una definitiva concezione del mondo che sarà quella trasmessa nel tempo fino al medioevo e fino a Galileo.

A cura di Giulia Colangelo

image

Riflessioni su medicina e filosofia in riferimento alle figure di Ippocrate e Galeno (Antonello Luongo)

La figura del filosofo nel corso dei secoli ha subito molti cambiamenti a partire dalla materia dello studio fino ad arrivare al modo di pensare dei filosofi.
In principio il filosofo era un dotto che si occupava di tutte le scienze, infatti il termine filosofia deriva dal  greco  φιλοσοφία, composto di φιλεῖν (filèin), “amare”, e σοφία (sofìa), “sapienza”, ossia “amore per la sapienza”, ad esempio uno dei primissimi filosofi come Talete si occupava di tutto e a testimonianza di questo ci sono pervenuti alcuni teoremi matematici dello stesso e diversi aneddoti che parlano dei suoi studi in agricoltura e astronomia oltre che come tutti i suoi contemporanei la ricerca dell’ἀρχή (arché), cioè la materia prima che ha dato origine alle cose. Successivamente si sviluppano scuole che studiano cosa sono l’essere (ontologia) e la realtà e sviluppano loro concezioni sul piano dimostrativo fornendo esempi della natura, dopo questi vi sono i sofisti che fanno uniche loro materia di studio l’uomo ed il discorso, per ultima in ordine di tempo, ma non di importanza si presenta la triade di Atene composta da Socrate, Platone ed Aristolete, specialmente quest’ultimo trattò di tutte le scienze con un metodo molto preciso e sistematico, ma ancora usando come mezzo solo le dimostrazioni pratiche. Nel corso della storia l’argomento della filosofia inizia a restringersi sempre di più, ma pare chiaro che per tutta l’età classica sia stato compito dei filosofi occuparsi delle scienze e tutto ciò che riguardava la conoscenza e quindi anche della medicina.
Questa molteplicità delle materie a cui il filosofo s’interessava comporta sia aspetti positivi che aspetti negativi, se infatti il filosofo era una persona poliedrica e molto colta che poteva contare sulla conoscenza di molte materie ed in molti campi allo stesso tempo le sue conoscenze erano spesso limitate solo agli aspetti teorici e puramente legati al ragionamento. La maggior parte di queste teorie furono poi accettate dai contemporanei dei filosofi, questo ne garantì la loro fama, ma poi furono accolte come vere a priori dagli studiosi posteriori, questo ostacolò gli studi perché prima era necessario confutare le concezioni precedenti, oltre ai famosi casi di Aristotele e Tolomeo un altro esempio può essere quello di Galeno, nato a Pergamo si occupò di agricoltura, architettura, astronomia, astrologia e ovviamente filosofia. Si dedicò successivamente a trasmettere le teorie di un altro medico a lui antecedente (Ippocrate) ampliandole con propri studi sull’anatomia del corpo umano. Qeste teorie resistettero per oltre mille anni nella scienza moderna Finché Andrea Vesalio (Andrei Van Wesel) la cui formazione comprese gli studi di Galeno ne confutò alcune teorie che erano alla luce dei suoi studi palesemente non corrette.
Gli studi di Vesalio compresero soprattutto la “rete mirabile” dimostrando come Galeno abbia dato luce alle sue teorie soprattutto su osservazioni compiute su altre specie animali in cui la rete mirabile è effettivamente presente. Altri suoi studi colpirono la neurologia di Galeno che affermava che i nervi fossero cavi.
Queste concezioni mediche non solo erano basate sull’osservazione di altre specie animali, accomunandole con la specie umana ma ponevano i propri fondamenti anche nel culto religioso. Al tempo di Galeno si sosteneva che l’anima nascesse nel fegato per poi essere trasferita nel cuore grazie alla rete mirabile, ma anche Aristotele fornisce un esempio di come la religione abbia influenzato gli studi scientifici poiché per lo Stagirita la psicologia (considerata come lo studio dell’anima) era una semplice branchia della fisica.

Precedentemente era stato nominato Ippocrate, una figura che resta nonostante tutto molto importante per la scienza, egli infatti è considerato il padre della medicina poiché fu il primo degli studiosi greci a differenziare la medicina dalla filosofia e soprattutto dalla teurgia, quindi la prima volta che il nascere delle malattie non viene associato completamente agli dèi e non viene affidato a loro il compito di guarirle, fu anche il primo a dissezionare cadaveri e studiare l’anatomia e la patologia, quindi il primo ad entrare nell’ambito pratico della medicina.
Da Ippocrate fu introdotto anche per la prima volta il concetto di cartella clinica, infatti lui credeva nel bisogno di analizzare razionalmente ed a lungo termine i sintomi e l’evoluzione delle malattie del paziente, quindi un primitivo concetto di diagnosi.
Un’altra teoria molto importante è quella “degli umori” che afferma che il corpo è formato da quattro diversi umori e che il mancato equilibrio di questi porti a contrarre delle malattie, di conseguenza viene introdotto anche il concetto di una buona alimentazione per mantenere l’equilibrio tra gli umori.
Un altro aspetto molto importante degli studi di Ippocrate è il giuramento, infatti è ancora pronunciato dai nuovi medici, ovviamente con qualche modifica. Nel giuramento originale si tratta dell’etica che dev’essere seguita dal medico: Ippocrate faceva giurare di usare la medicina solo per il bene del paziente e non per procurargli del male o la morte e che ogni medico avrebbe svolto il proprio compito nel contesto delle sue possibilità.
Il giuramento resta molto attuale anche e specialmente nel suo aspetto etico. Viene soprattutto sottolineato che il servizio del medico dev’essere gratuito e libero da ogni tipo di speculazione; in un’epoca, la nostra, in cui si tende a perseguire lo spettro dell’immortalità e poche malattie sono ormai mortali, sono dell’idea che molti di questi valori morali che Ippocrate tentava di introdurre nei suoi allievi siano ormai persi nel tempo e che i medici moderni badino per la maggior parte al loro successo e alla loro condizione personale e non al paziente, che però secondo il giuramento dovrebbe essere situato in primo piano per il medico. Sembra assurdo che concetti etici perseguiti nell’antichità siano ancora distanti dall’essere acquisiti dalla mentalità moderna, ma anzi, sembrano ancora più distanti che in passato. Ancora più assurdo sembra che i notiziari quasi ogni giorno debbano parlare di morti in ospedale per degli interventi ormai divenuti banali come un parto cesario. Questo è ancora più assurdo se si pensa agli incredibili progressi compiuti dalla medicina; questa è riuscita a liberarsi da tutti i preconcetti che le sono pervenuti dall’età classica e a dotarsi di un metodo, così l’immortalità non sembra nemmeno più un miraggio, ma verrebbe da chiedersi se sarebbe opportuno vivere per sempre in un mondo apparentemente privo di etica e morale.

A cura di Antonello Luongo

image

Comprensione della natura e dell’uomo nelle filosofie del V secolo. (Delia Venturini)

7. Medicina e matematica fra filosofia, tecnica e musica Nella Grecia del V secolo si affermò anche una nuova scienza: la mediana. La contrapposizione tra una medicina razionale e naturalistica ed una medicina da sacerdoti i quali, ricorrono al divino perché non sanno spiegare l’umano, è descritta in uno dei piú famosi testi della medicina ippocratica del V secolo, il Male sacro.In quest’opera si apperma che l’epilessia, come le altre malattie; si ha per cause naturali e non per l’intervento divino.Circa il male possiamo dire che gli uomini lo ritennero in qualche modo come opera divina per inesperienza e stupore, poichè per nessun verso somiglia alle altre. Tale carattere divino viene confermato per la difficoltà che essi hanno a comprenderlo.Si ritiene che i primi a conferire un carattere sacro alla malattia siano stati proprio gli uomini come maghi, purificatori, ciarlatani e impostori,i quali si ritengono superiori poichè “vedono più lontano”.Questi dunque utilizzarono il divino per nascondere la propria sprovvedutezza dato che non sapevano con quale terapia potessero dar giovamento e ,per fare in modo che la loro ignoranza non fosse resa pubblica, identificarono il male come qualcosa di sacro. Il male, in realtà, non è qualcosa di divino poichè nella maggior parte dei casi nasce da una causa razionale dalla quale ciascuna dipende: il cervello.Egli, infatti, afferma che il cervello governi sull’uomo e, finchè è sano, avverte dei mutamenti che avvengono nell’aria;da esso procede la saggezza; le altre parti del corpo lo servono in base a come esso le comanda .Come possiamo notare, lo sviluppo riguardante le pratiche magiche di “guaritori” non fu lineare e semplice. In Grecia, infatti,già dopo il V secolo,la medicina religiosa e medicina “laica” seguono lo stesso ritmo, così come l’influenza della scienza medica orientale, specialmente egiziana, si fa sentire sia sull’una e sull’altra. Scrivere una formula magica su di un papiro, macerarlo e dare da bere la pozione all’ammalato, oppure eseguire un delicato intervento sul cervello, erano due operazioni che i media dell’Egitto del secondo millennio a.C. eseguivano con molta facilità. In Grecia ,dal secolo VIII in poi, la mentalità sviluppatasi richiamava all’eroe tessalo che, ben presto ,divenne il prototipo della figura del medico: Asclepio. Infatti, V secolo, quando con la scuola ippocratica di Cos la medicina divenne una vera e propria scienza, contemporaneamente Asclepio viene divinizzato e sorgono i primi templi in suo onore. Ippocrate, quindi, sosteneva che solo una considerazione globale di tutto il contesto divita del malato permette di comprendere e sconfiggere la malattia.Così,come per la filosofia e le scienze naturali, quando parliamo di “nascita” della medicina, quindi, non intendiamo un qualcosa che viene fuori dal nulla o l’improvvisa apparizione di un sapere che prima era assolutamente sconosciuto, ma si fa riferimento ad una mentalità e ad un atteggiamento culturale nuovi che portano alla ricerca quindi alla conoscenza e al sapere.La medicina non è dunque la filosofia né la matematica: il suo discorso deve basarsi sull’osservazione diretta e sull’esperienza. LA MEDICINA GRECA

Già a partire dalla mitologia greca e romana possiamo trovare una moltitudine di divinità mediche. Apollo,ad esempio, è considerato il fondatore dell’arte Medica al quale i Romani gli attribuirono anche il nome di Medicus. Altre figure importanti per la medicina greca furono: Pallade Atena legislatrice sanitaria, Chirone fondatore e maestro della medicina; il troiano Iapige medico di Enea che, secondo la leggenda, un giorno Apollo, colto da indomabile amore per il giovane, gli offrì le sue arti, ma Iapige, per salvare il padre morente, preferì imparare l’arte della medicina. In Tessaglia Asclepio,allievo di Chirone, compie guarigioni miracolose che spesso avvengono durante il sonno tramite il contatto col dio o col serpente.Il simbolo della medicina,infatti, è proprio il serpente, animale sacro perché ritenuto immune dalle malattie. Secondo un’altra versione nel simbolo non è rappresentato un serpente, ma l’estirpazione del Dracunculus medinensis o serpente di Medina. Il serpente aveva un’importante funzione pratica nella medicina antica: nel tempio di ogni città c’era una sorta di cunicolo con i serpenti. Il tempio, infatti, non era solo un luogo di devozione, ma anche un luogo dove si portavano i malati. Nota a quel tempo era, infatti, la fossa dei serpenti. Essa serviva a spaventare il paziente, a cui probabilmente venivano date anche delle pozioni, per indurre uno stato di shock e fargli apparire il dio che così lo guariva. Asclepio, cosi,sostituì Apollo come dio della medicina. Il culto di Asclepio, introdotto ad Atene nel 429 a.C. fu portato poi anche a Roma dove nell’isola Tiberina fu fondato il primo tempio di Esclulapio. La medicina praticata in grecia ,infatti, era una sottocategoria della medicina mitologica tanto da essere conosciuta con il nome di medicina eroica. Igino Astronomo considerò, inoltre, Apollo come il primo oculista probabilmente perchè viene spesso cofuso con il sole che sconfigge l’oscurità della notte e quindi ha il potere di far scomparire il velo che offusca la vista. Omero,invece, considerava Apollo il dio iniziatore dell’arte sanitaria, nell’Iliade rivela una notevole conoscenza del trattamento delle ferite e di altre lesioni tramite chirurgia, la quale veniva già riconosciuta come specialità distinta dalla medicina interna..La medicina greca più antica era collegata alla magia e agli incantesimi; infatti, col passare del tempo, la medicina prese sempre più le distanze dalla religione fino ad arrivare alla medicina razionale di Ippocrate, che segnò il limite tra razionalità e magia. LA MEDICINA PRE-IPPOCRATICA Tra le più importanti scuole pre-ippocratiche troviamo la scuola di Mileto e quella Pitagorica. La scuola di Mileto fu quella più antica risalente al VII a.C.L’argomento principale trattato dai maestri fu lo studio dell’uomo e della sua natura. I principali esponenti di questa scuola furono Talete, Anassagora e Anassimandro. Il primo è ricordato soprattutto per la ” teoria degli elementi” ,secondo la quale,Talete afferma che l’universo è costituito da 4 elementi fondamentali: aria , acqua, terra e fuoco. Anassagora fu il primo a ritenere che per la nascita di una nuova vita è necessario il contributo di entrambi i genitori. Anassimandro, invece, osservò che durante le sue prime fasi, l’embrione umano è simile a quello di un pesce. I filosofi di Mileto, inoltre, capirono che il cervello è il centro di controllo delle funzioni psichiche e somatiche, e che gli organi di senso sono connessi ad esso attraverso canali di comunicazione (i nervi). A questa istituzione seguì la scuola pitagorica. Essa trova le sue origini a Crotone nel VI sec. a.C. Il suo fondatore fu Pitagora un grande matematico nato nell’isola di Samo. A lui èattribuita la “teoria dei numeri”. I numeri sono divisi in pari e dispari; il disordine e il male stanno sempre dalla parte dei pari. Attraverso i numeri è possibile spiegare ogni cosa: quello che è il mondo, il comportamento degli astri, l’alternarsi delle stagioni, le armonie della musica. Possiamo definire quindi la filosofia pitagorica dualistica in quanto basata sulla contrapposizione tra bene e male, il limite e l’infinito, il dispari e il pari. Uno dei più importanti allievi di Pitagora fu Alcremone di Crotone. Egli fu il primo ad avere l’idea che l’uomo fosse un microcosmo costituito dai 4 elementi individuati da Talete. Alcmeone fu anche il primo ad individuare nel cervello l’organo più importante, come sede dei sensi.Alcmeone stabilì che il cervello doveva essere l’organo che comandava l’organismo. Fino a quel momento il cervello non aveva mai avuto un’importante funzione secondo quelle che erano le credenze e gli studi dell’epoca in quanto veniva visto negli animali sacrificati come una massa gelatinosa e fredda di scarso interesse . La cosa più sacra era il corpo.Inoltre, lui credeva che lo stato di salute derivasse dall’equilibrio degli elementi che chiamò isonomia o democrazia,mentre lo stato di malattia derivava dalla monarchia, ovvero dal prevalere di un elemento sugli altri. LA MEDICINA IPPOCRATICA Ippocrate Ippocrate di Coo o Kos è stato un medico greco antico tanto importante da poterlo definire un personaggio leggendario. Egli fu considerato il padre e fondatore della medicina . Le sue teorie influenzarono i medici dell’occidente per circa 2000 anni. Figlio di Eraclide e di Fenarete, visse nell’isola di Kos, nel Dodecanneso, dove si sviluppò la scuola razionale. Proveniva da una famiglia aristocratica con interessi medici, i cui membri erano già appartenuti alla corporazione dgli Asclepiadi. Il padre era egli stesso un medico che affermava di essere un discendente diretto di Asclepio, dio della medicina. Fu proprio il padre insieme ad Erodico ad insegnare al giovane Ippocrate l’arte medica. Egli lavorò a Kos, ma viaggiò moltissimo, visitò tutta la Grecia ed arrivò persino in Egitto e in Libia. Operò nell’area del Mediterraneo e nei suoi viaggi toccò la Sicilia, l’Egitto, Alessandria, Cirene, Cipro. Alla sua epoca l’Egitto era il paese ritenuto più avanzato nella cultura scientifica e tecnologica, nonché nell’aritmetica e nella geometria. Quasi tutti i medici laici viaggiavano molto per curare i malati e studiare le metodologie di cura. Fondò una scuola di grande successo. Ippocrate fu il primo a criticare la visione cardiocentrica secondo cui il cuore era l’organo centrale del corpo e la sede delle funzioni mentali.La vera e propria medicina razionale è da attribuire ad Ippocrate. La base della medicina razionale è la negazione dell’intervento divino nelle malattie. Anche la famosa malattia sacra, l’epilessia, fu attribuita ad una disfunzione dell’organismo. Ippocrate introdusse un concetto innovativo: la malattia e la salute di una persona dipendono dalle specifiche circostanze umane della persona stessa e non da superiori interventi divini. Egli infatti elaborò la “teoria degli umori” nella quale affermava che le malattie si originassero da uno squilibrio dei quattro umori del corpo umano: sangue, flemma, bile biancae bile nera, che combinandosi in differenti maniere conducono alla salute od alla malattia; L’acqua che è umida e fredda corrisponderebbe alla flemma (o flegma) che ha sede nella testa, la terra per il colore corrisponderebbe alla bile nera che ha sede nella milza, il fuoco, caldo e secco, alla bile gialla (detta anche collera) che ha sede nel fegato, l’aria che è dappertutto al sangue la cui sede è il cuore. Agli umori furono fatte corrispondere anche le stagioni: la prima stagione, quella del sangue e dell’aria corrispondeva alla primavera, l’estate era quella del fuoco e della bile, l’autunno era quella della terra e dell’atrabile e l’inverno era la stagione dell’acqua, della pituita e del cervello. Fu fatto anche un parallelismo con le quattro età della vita, infanzia e prima giovinezza, giovinezza matura; età virile avanzata, ed infine età senile. Nonostante questa teoria umorale fosse una delle più conosciute, l’elemento principale sul quale il filosofo fondò i suoi studi, non fu la malattia ma l’uomo. La sua medicina infatti viene definita olistica: basata sull’uomo o microcosmo.Egli riteneva una cosa fondamentale affidarsi alle forze guaritrici della natura, osservare attentamente il malato ed intervenire il meno possibile, fare attenzione all’alimentazione e alla salubrità dell’aria. Egli comunque disse di utilizzare metodi ben precisi per curare i propri pazienti. Uno tra i più noti era quello che permetteva di correggere la gobba. Per fare ciò aveva ideato la scala ippocratica. Il paziente veniva legato con delle cinghie di cuoio lungo questa scala; questa veniva poi sollevata ad una determinata altezza dal suolo in modo tale che il paziente rimanesseappeso a testa in giù. Ciò provocava un allungamento della colonna vertebrale, sottoposta ad allungamento da parte della forza di gravità con conseguente dilatazione degli spazi intervertebrali. Ritornando alla medicina umorale di Ippocrate, riguardo alla febbre, gli studi effettuati negli ultimi due decenni, hanno confermato la teoria secondo la quale il ruolo della febbre è un meccanismo di difesa dell’ organismo contro le infezioni; inoltre è approvato che l’ aumento della secrezione di ormoni da parte dell’ organismo ha lo scopo di difendere l’ individuo da situazioni di emergenza come ad esempio la secrezione di adrenalina nel corso di una reazione di paura o di fuga e in situazioni fisiologiche come ad esempio la secrezione degli ormoni della crescita durante lo sviluppo. ‘E sottinteso che queste meccanismi recano beneficio all’ individuo quando agiscono a breve termine; in caso contrario il loro effetto è patologico. Ippocrate inventò la cartella clinica e teorizzò la necessità di osservare razionalmente i pazienti prendendone in considerazione l’ aspetto ed i sintomi; introdusse, per la prima volta, i concetti di diagnosi e prognosi. Fu il creatore della semeiotica: associò a ciascuna malattia una serie di sintomi e insegnò a cercare i segni del disturbo attraverso l’ispezione del corpo, la palpazione e l’ascoltazione del torace. Ippocrate somministrava veri farmaci, secondo il principio del “contraria contraris” (la sostanza attiva deve avere un’azione contraria agli effetti della malattia). I farmaci ippocratici erano di origine vegetale, minerale, animale e provenivano dalla tradizione medica egiziana e orientale. Il giuramento di Ippocrate Il Giuramento di Ippocrate è il giuramento che tutt’ ora nel vecchio continente, medici ed odontoiatri prestano prima di iniziare la professione. Ippocrate lo formulò nel 430 a.C., è attribuito alla sua scuola e codifica la figura del medico. La versione italiana: – “Giuro ad Apollo medico, Asclepio, Igea e Panacea, prendendo come testimone tutti gli dei e le dee, di tenere fede secondo il mio potere e il mio giudizio a questo impegno: giuro di onorare come onoro i miei genitori colui che mi ha insegnato l’arte della medicina (concetto di allievo e maestro) e di dividere con lui il mio sostentamento e di soddisfare i suoi bisogni, se egli ne avrà necessità; – di considerare i suoi figli come fratelli, e se vogliono imparare quest’arte, di insegnarla a loro senza salario nè contratto; – di comunicare i precetti generali, le nozioni orali e tutto il resto della dottrina ai miei figli, ai figli del mio maestro e ai discepoli ingaggiati ed impegnati con giuramento secondo la legge medica, ma a nessun altro (concetto della casta). – Applicherò il regime dietetico a vantaggio dei malati, secondo il mio potere e il mio giudizio, li difenderò contro ogni cosa nociva ed ingiusta. – Non darò, chiunque me lo chieda, un farmaco omicida (rifiuto dell’eutanasia), nè prenderò iniziativa di simile suggerimento, nè darò ad alcuna donna un pessario abortivo. – Con la castità e la santità salvaguarderò la mia vita e la mia professione. Non opererò gli affetti da calcoli e lascerò questa pratica a professionisti”. (chirurghi). -“In qualunque casa io entri sarà per utilità dei malati, evitando ogni atto di volontaria corruzione, e soprattutto di sedurre le donne, i ragazzi, liberi e schiavi. – Le cose che nell’esercizio della mia professione o al di fuori di essa potrò vedere o dire sulla vita degli uomini e che non devono essere divulgate le tacerò, ritenendole come un segreto (concetto di segreto professionale). – Se tengo fede sino in fondo a questo giuramento e lo onoro, mi sia concesso godere dei frutti della vita e di quest’arte, onorato per sempre da tutti gli uomini e se lo violo e lo spergiuro che mi accada tutto il contrario”. -GIIURAMENTO MODERNO “Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro: *di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento; *di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale; *di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente; *di attenermi alla mia attività ai principi etici della solidarietà umana, contro i quali, nel rispetto della vita e della persona, non utilizzerò mai le mie conoscenze; *di prestare la mia opera con diligenza, perizia, e prudenza secondo scienza e coscienza ed osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione; *di affidare la mia reputazione esclusivamente alla mia capacità professionale ed alle mie doti morali; *di evitare, anche al di fuori dell’ esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il prestigio e la dignità della professione; *di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni; *di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità condizione sociale e ideologia politica; *di prestare assistenza d’ urgenza a qualsiasi infermo che ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità a disposizione dell’Autorità competente; *di rispettare e facilitare in ogni caso il diritto del malato alla libera scelta del suo medico, tenuto conto che il rapporto tra medico e paziente è fondato sulla fiducia e in ogni caso sul reciproco rispetto; *di osservare il segreto su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell’esercizio della mia professione o in ragione del mio stato; *di astenermi dall’ “accanimento” diagnostico e terapeutico. LA SCUOLA DI COO(IV sec. a.C.) La scuola di Coo (Grecia) sopravvisse alla morte di Ippocrate grazie all’opera dei suoi discendenti: i figli Tessaloe Draconee in seguito i nipoti. Ne fecero parte medici molto famosi come Diocle e Prassagora;questi parteciparono attivamente al dibattito dell’epoca tra Dogmaticied Empirici. I primi consideravano il ragionamento e la logica come base per la medicina; i secondi davano più importanza all’osservazione delle evidenze, rifiutando i ragionamenti e le ricerche. Sia Diocle, sia Prassagora si schierarono con i dogmatici; tuttavia, essi accolsero e fecero fruttare lo spirito pratico tipico degli empirici. GALENO Galeno ,nato a Pergamo nel 129 può essere considerato il secondo padre della medicina antica dopo Ippocrate.Il padre lo indirizzò verso gli studi di medicina verso iquali mostrò molta attenzione e interesse. Frequentò da giovane le tradizionali 4 scuole filosofiche (platonica, aristotelica ,epicurea e stoica) e a Smirne seguì l’ insegnamento del platonico Albino. Molto importante nella sua vita e per la sua professione fu l’incarico di medico dei gladiatori nella sua città natale; grazie aduna tale esperienza riuscì a studiare da vicino le problematiche chimiche che una simile condotta di vita comportava.Come medico dei gladiatori studiò le ferite. Si rese conto che una lesione sui nervi esterni della colonna produce insensibilità nel tronco da quel punto in giù. Dimostrò ,inoltre, che le arterie trasportano sangue ed effettuò i primi studi sulle funzioni dei nervi del cervello e del cuore. Grazie ad un soggiorno ad Alessandria riuscì ad apprendere la pratica della dissezione anatomica . In seguito si recò a Roma da Marco Aurelio come medico di corte . Durante questo periodo Galeno scrisse numerose opere ,molte delle quali ci sono state conservate . Tra queste è stata trovata una frase motlo significativa che è importante ricordare: ” la natura ha dato all’uomo la mano per scrivere”. Si può affermare ,quindi ,che sia stato proprio Galeno a portare la medicina al suo pieno sviluppo. Egli ,infatti, rifondò la medicina come sapere globale. In tal caso il termine globale intende sottolineare l’unione del sapere scientifico, filosofico e letterario.In primo luogo il filosofo può essere definito un aristotelico.Egli infatti, avanza una concezione finalistica ( teleologica ) della natura.Egli vedeva la vera causa di ogni cosa nel fine che essa è destinata a compiere nell’ordine provvidenziale dell’universo. Nello scritto Sull’ uso delle parti egli tenta di spiegare la conformazione dei vari organi del corpo umano in base alle funzioni che ciascuno di essi deve assolvere . In un punto, se così sipuò dire,egli si discosta dalla visione aristotelica avvicinandosi più a quella platonica in quanto egli interpreta il finalismo della natura in termini di provvidenza divina.Fu un osservatore attento e acuto e anche un abile sperimentatore. Secondo Galeno ,le vita è strettamente connessa con il pneuma ( soffio, spirito) che identifica con tre forme:

spirito animale che ha sede nel cervello e governa la sensibilità; spirito vegetale che risiede nel cuore e governa la circolazione del sangue e il calore del corpo; spirito naturale che riseide nel fegato e governa la produzione del sangue e l’alimentazione.

La vera tradizione medica é per lui rappresentata da Ippocrate. Infatti,per quanto riguarda gli studi sulle malattie egli fece affidamento soprattutto alla teoria degli umori. Galo è convinto che la malattia sia dovuta dall’alterarsi di quell’equilibrio particolare tra gli uomini che caratterizza l’individuo sano. Galeno per le terapie utilizzava una grande quantità di cerotti, acqua e unguenti, ma il principale, quello più importante era la “teriaca”: un rimedio universale capace di risolvere qualsiasi problema. questa era composta da sessantasette ingredienti, tra i quali escrementi ,sangue e grasso di vari animali e vipere lessate.

A cura di Delia Venturini.

image

Giuramento di Ippocrate

GIURAMENTO di IPPOCRATE Testo “classico” del Giuramento Ippocratico.

Giuro per Apollo medico e per Asclepio e per Igea e per Panacea e per tutti gli Dei e le Dee, chiamandoli a testimoni che adempirò secondo le mie forze e il mio giudizio questo giuramento e questo patto scritto. Terrò chi mi ha insegnato quest’ arte in conto di genitore e dividerò con Lui i miei beni, e se avrà bisogno lo metterò a parte dei miei averi in cambio del debito contratto con Lui, e considerò i suoi figli come fratelli, e insegnerò loro quest’arte se vorranno apprenderla, senza richiedere compensi né patti scritti. Metterò a parte dei precetti e degli insegnamenti orali e di tutto ciò che ho appreso i miei figli del mio maestro e i discepoli che avranno sottoscritto il patto e prestato il giuramento medico e nessun altro. Scegliero’ il regime per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, e mi asterrò dal recar danno e offesa. Non somministerò a nessuno, neppure se richiesto, alcun farmaco mortale, e non prenderò mai un’ iniziativa del genere; e neppure fornirò mai a una donna un mezzo per procurare l’aborto. Conserverò pia e pura la mia vita e la mia arte. Non opererò neppure chi soffre di mal della pietra, ma cederò il posto a chi è esperto di questa pratica. In tutte le case che visiterò entrerò per il bene dei malati, astenendomi ad ogni offesa e da ogni danno volontario, e soprattutto da atti sessuali sul corpo delle donne e degli uomini, sia liberi che schiavi. Tutto ciò ch’io vedrò e ascolterò nell’esercizio della mia professione, o anche al di fuori della della professione nei miei contatti con gli uomini, e che non dev’essere riferito ad altri, lo tacerò considerando la cosa segreta. Se adempirò a questo giuramento e non lo tradirò, possa io godere dei frutti della vita e dell’ arte, stimato in perpetuo da tutti gli uomini; se lo trasgredirò e spergiurerò, possa toccarmi tutto il contrario.

GIURAMENTO Testo “moderno”

Consapevole dell’ importanza e della solennità dell’ atto che compio e dell’ impegno che assumo, giuro: di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento; di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’ uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale; di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente; di attenermi alla mia attività ai principi etici della solidarietà umana, contro i quali, nel rispetto della vita e della persona, non utilizzerò mai le mie conoscenze; di prestare la mia opera con diligenza, perizia, e prudenza secondo scienza e coscienza ed osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione; di affidare la mia reputazione esclusivamente alla mia capacità professionale ed alle mie doti morali; di evitare, anche al di fuori dell’ esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il prestigio e la dignità della professione. Di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni; di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità condizione sociale e ideologia politica; di prestare assistenza d’ urgenza a qualsiasi infermo che ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità a disposizione dell’Autorità competente; di rispettare e facilitare in ogni caso il diritto del malato alla libera scelta del suo medico, tenuto conto che il rapporto tra medico e paziente è fondato sulla fiducia e in ogni caso sul reciproco rispetto; di osservare il segreto su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell’ esercizio della mia professione o in ragione del mio stato; di astenermi dall’ “accanimento” diagnostico e terapeutico.

Lettera sulla felicità di Epicuro a Meneceo

Meneceo,

Non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’anima. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l’età. Da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l’avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c’è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per averla.

Pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per una vita felice. Prima di tutto considera l’essenza del divino materia eterna e felice, come rettamente suggerisce la nozione di divinità che ci è innata. Non attribuire alla divinità niente che sia diverso dal sempre vivente o contrario a tutto ciò che è felice, vedi sempre in essa lo stato eterno congiunto alla felicità. Gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non sono come crede la gente comune, la quale è portata a tradire sempre la nozione innata che ne ha. Perciò non è irreligioso chi rifiuta la religione popolare, ma colui che i giudizi del popolo attribuisce alla divinità.

Tali giudizi, che non ascoltano le nozioni ancestrali, innate, sono opinioni false. A seconda di come si pensa che gli dei siano, possono venire da loro le più grandi sofferenze come i beni più splendidi. Ma noi sappiamo che essi sono perfettamente felici, riconoscono i loro simili, e chi non è tale lo considerano estraneo. Poi abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L’esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, togliendo l’ingannevole desiderio dell’immortalità.

Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire. La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c’è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive.

Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce. Chi ammonisce poi il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto non solo per la dolcezza che c’è sempre nella vita, anche da vecchi, ma perché una sola è l’arte del ben vivere e del ben morire. Ancora peggio chi va dicendo: bello non essere mai nato, ma, nato, al più presto varcare la porta dell’ Ade.

Se è così convinto perché non se ne va da questo mondo? Nessuno glielo vieta se è veramente il suo desiderio. Invece se lo dice così per dire fa meglio a cambiare argomento. Ricordiamoci poi che il futuro non è del tutto nostro, ma neanche del tutto non nostro. Solo così possiamo non aspettarci che assolutamente s’avveri, né allo stesso modo disperare del contrario. Così pure teniamo presente che per quanto riguarda i desideri, solo alcuni sono naturali, altri sono inutili, e fra i naturali solo alcuni quelli proprio necessari, altri naturali soltanto. Ma fra i necessari certi sono fondamentali per la felicità, altri per il benessere fisico, altri per la stessa vita.

Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell’animo, perché questo è il compito della vita felice, a questo noi indirizziamo ogni nostra azione, al fine di allontanarci dalla sofferenza e dall’ansia. Una volta raggiunto questo stato ogni bufera interna cessa, perché il nostro organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il bene dell’animo e del corpo. Infatti proviamo bisogno del piacere quando soffriamo per la mancanza di esso. Quando invece non soffriamo non ne abbiamo bisogno.

Per questo noi riteniamo il piacere principio e fine della vita felice, perché lo abbiamo riconosciuto bene primo e a noi congenito. Ad esso ci ispiriamo per ogni atto di scelta o di rifiuto, e scegliamo ogni bene in base al sentimento del piacere e del dolore. E’ bene primario e naturale per noi, per questo non scegliamo ogni piacere. Talvolta conviene tralasciarne alcuni da cui può venirci più male che bene, e giudicare alcune sofferenze preferibili ai piaceri stessi se un piacere più grande possiamo provare dopo averle sopportate a lungo. Ogni piacere dunque è bene per sua intima natura, ma noi non li scegliamo tutti. Allo stesso modo ogni dolore è male, ma non tutti sono sempre da fuggire.

Bisogna giudicare gli uni e gli altri in base alla considerazione degli utili e dei danni. Certe volte sperimentiamo che il bene si rivela per noi un male, invece il male un bene. Consideriamo inoltre una gran cosa l’indipendenza dai bisogni non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco se ci capita di non avere molto, convinti come siamo che l’abbondanza si gode con più dolcezza se meno da essa dipendiamo. In fondo ciò che veramente serve non è difficile a trovarsi, l’inutile è difficile.

I sapori semplici danno lo stesso piacere dei più raffinati, l’acqua e un pezzo di pane fanno il piacere più pieno a chi ne manca. Saper vivere di poco non solo porta salute e ci fa privi d’apprensione verso i bisogni della vita ma anche, quando ad intervalli ci capita di menare un’esistenza ricca, ci fa apprezzare meglio questa condizione e indifferenti verso gli scherzi della sorte. Quando dunque diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice piacere dei goderecci, come credono coloro che ignorano il nostro pensiero, o lo avversano, o lo interpretano male, ma quanto aiuta il corpo a non soffrire e l’animo a essere sereno.

Perché non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi condizionamenti che sono per l’animo causa di immensa sofferenza. Di tutto questo, principio e bene supremo è la saggezza , perciò questa è anche più apprezzabile della stessa filosofia, è madre di tutte le altre virtù. Essa ci aiuta a comprendere che non si dà vita felice senza che sia saggia, bella e giusta, né vita saggia, bella e giusta priva di felicità, perché le virtù sono connaturate alla felicità e da questa inseparabili.

Chi suscita più ammirazione di colui che ha un’opinione corretta e reverente riguardo agli dei, nessun timore della morte, chiara coscienza del senso della natura, che tutti i beni che realmente servono sono facilmente procacciabili, che i mali se affliggono duramente affliggono per poco, altrimenti se lo fanno a lungo vuol dire che si possono sopportare ? Questo genere d’uomo sa anche che è vana opinione credere il fato padrone di tutto, come fanno alcuni, perché le cose accadono o per necessità, o per arbitrio della fortuna, o per arbitrio nostro. La necessità è irresponsabile, la fortuna instabile, invece il nostro arbitrio è libero, per questo può meritarsi biasimo o lode.

Piuttosto che essere schiavi del destino dei fisici, era meglio allora credere ai racconti degli dei, che almeno offrono la speranza di placarli con le preghiere, invece dell’atroce, inflessibile necessità. La fortuna per il saggio non è una divinità come per la massa – la divinità non fa nulla a caso – e neppure qualcosa priva di consistenza. Non crede che essa dia agli uomini alcun bene o male determinante per la vita felice, ma sa che può offrire l’avvio a grandi beni o mali.

Però è meglio essere senza fortuna ma saggi che fortunati e stolti, e nella pratica è preferibile che un bel progetto non vada in porto piuttosto che abbia successo un progetto dissennato. Medita giorno e notte tutte queste cose e altre congeneri, con te stesso e con chi ti è simile, e mai sarai preda dell’ansia. Vivrai invece come un dio fra gli uomini. Non sembra più nemmeno mortale l’uomo che vive fra beni immortali.

Commento alla Lettera sulla Felicità di Epicuro a Meneceo (Vincenzo Romaniello)

C’era un uomo che ad Atene, tra la fine del IV e l’inizio del III secolo a.C., all’ombra degli alberi del suo giardino, insegnava la filosofia ai suoi discepoli. Quest’uomo era Epicuro, la cui dottrina ha avuto una grandissima influenza sulle scuole di pensiero successive, in particolare nell’impero Romano, dove arrivò a scontrarsi con il Cristianesimo religione di Stato. La sua scuola, che perdurò per oltre settecento anni fino al IV secolo d.C. era tenuta in particolare considerazione presso i Romani, infatti i pochi scritti che ci sono rimasti dei trecento originali sono stati tramandati integralmente proprio da un Romano, Diogene Laerzio. Tra questi una lettera “A Meneceo”, che tratta di etica. Per ben comprendere il contenuto dei suoi scritti bisogna ricordare la struttura della sua scuola: era presente una forte impronta di carattere religioso, per cui ad Epicuro venivano attribuiti onori quasi divini. Inoltre i seguaci della sua filosofia (chiamati “filosofi del giardino”) dovevano attenersi strettamente agli insegnamenti del maestro, per cui non sono noti suoi discepoli che abbiamo applicato delle modifiche alla sua dottrina originaria. Non bisogna dimenticare poi che alle lezioni di Epicuro partecipavano anche le donne, giacchè la scuola del Giardino era aperta a tutti; era inoltre un’organizzazione basata sulla solidarietà e l’amicizia e le amicizie tra i discepoli epicurei erano famose in tutto il mondo del tempo.
La lettera a Meneceo si apre con un’esortazione a praticare la filosofia, unico vero mezzo per raggiungere la felicità. Secondo Epicuro ogni età è adatta alla conoscenza della felicità, da giovani come da vecchi è importante e giusto dedicarci a conoscerla: da vecchi, vivendo una nuova giovinezza ricordando la felicità vissuta in passato, da giovani per non temere il futuro. Perché la felicità è in assoluto il bene sommo: quando la raggiungiamo non ci manca nulla, quando non la abbiamo facciamo di tutto per ottenerla.
Secondo il pensatore di Samo l’uomo possiede una nozione innata di divinità che ci suggerisce che la materia divina sia eterna e felice. Afferma anche l’esistenza degli dei, ma non nel modo in cui la gente comune li vede, ovvero ignorando lo stato eterno congiunto alla felicità che è proprio delle divinità. Perciò non va contro gli dei colui che rifiuta la religione popolare, bensì chi gli attribuisce caratteristiche che sono proprie degli uomini.
La prima delle quattro terapie che Epicuro suggerisce agli uomini per liberarsi da ogni irrequietudine e turbamento consiste nel non temere gli dei. Infatti, sapendo che gli dei sono perfettamente felici e ignorano chi non è loro pari, non dobbiamo preoccuparci di eventuali punizioni o pene da essi inflitte poiché gli uomini, non essendo simili agli dei, non sono considerati e le loro azioni sono libere da ogni giudizio divino.
Il secondo “farmaco” consiste nel non temere la morte. Epicuro scrive a Meneceo che la morte non è nulla per gli uomini, dal momento che il piacere e il dolore sono entrambi percepibili tramite i sensi e la morte altro non è che la cessazione del sentire. Chi giungerà a questa consapevolezza sarà a maggior ragione spinto a godere ed apprezzare la condizione mortale della propria vita, privato dell’illusoria speranza di una vita futura immortale. È anche sbagliato temere la morte perché è doloroso sapere che prima o poi giungerà: infatti ciò che non causa dolore sopravvenendo è inutile che ci addolori nell’attesa.
In sostanza per Epicuro la morte non significa nulla né per i vivi né per i morti: quando ci siamo noi la morte non c’è, quando c’è la morte non siamo più. E lo stesso vale per i morti, perché essi già non sono più.
Solo il saggio, al contrario del volgo che fugge la morte come il peggiore dei mali, non desiderando la vita, non può temere la morte.
Stolti sono per Epicuro coloro che predicano ai giovani di vivere bene e agli anziani di ben morire poiché, sia da vecchi che da giovani, una sola è l’arte del vivere bene e del ben morire. Alla stessa stregua sono considerati coloro che vorrebbero non essere mai nati.
Epicuro ci invita anche a tener presente che il futuro non è del tutto nostro, ma neppure del tutto sottoposto al destino: per questo motivo non possiamo essere certi che qualcosa accadrà di sicuro ma allo stesso modo possiamo non disperare del contrario, ovvero che qualcosa sicuramente non accadrà.
Per distinguere gli ultimi due elementi del tetrafarmaco Epicuro si serve delle definizioni di piacere e desiderio.
Tra tutti i desideri che sono propri dell’uomo solo alcuni sono naturali, altri sono inutili; e anche tra i naturali solo alcuni sono anche necessari, come ad esempio quelli che conducono all’eliminazione della sofferenza fisica o in vista del raggiungimento della felicità.
L’uomo che possiederà una corretta e piena conoscenza dei desideri sarà capace di effettuare ogni sua scelta o rifiuto in vista della salute fisica e della quiete dell’animo, essendo questo l’unico fine della vita beata.
Epicuro definisce in maniera “negativa” la felicità, coincidendo essa con l’assenza di sofferenze del corpo o dello spirito, non nella semplice accumulazione di piaceri.
Una volta raggiunta la felicità si dissolverà ogni tormento dell’animo, essendo stati soddisfatti tutti i desideri che hanno reso possibile il raggiungimento di tale stato.
L’etica epicurea è volta in funzione della felicità, che consiste appunto con il piacere, che si identifica a sua volta con il criterio della scelta e dell’avversione. In poche parole si sceglie il piacere, si evita il dolore.
Anche per quanto riguarda il piacere, Epicuro raccomanda un calcolo dei vantaggi e degli svantaggi che ci arreca la scelta di una piacere piuttosto che un male: alle volte infatti conviene non scegliere alcuni piaceri che ci recherebbero più male che bene, scegliendo piuttosto alcuni mali che, dopo una lunga sopportazione, possano recarci un piacere maggiore.
In queste righe si denota una certa propensione all’utilitarismo, specialmente quando consiglia di valutare piaceri e dolori in base ai vantaggi che comportano.
Epicuro elogia inoltre l’autosufficienza, intesa come capacità di accontentarsi del poco, di più facile reperibilità rispetto al molto, in modo da poter apprezzare in maniera ancor maggiore il molto quando si presenta l’occasione.
Allontanandosi da una visione edonistica, Epicuro sottolinea che nella sua concezione il piacere è “nel non soffrire e nel non agitarsi”, ovvero definito come atarassia (assenza di turbamento) e aponia (assenza di dolore). La felicità risiede solo in questa forma di piacere, detto piacere catastematico, che consiste nella privazione del dolore, e non nel piacere cinetico, ovvero nella gioia e nella letizia.
A rendere possibile questa lucida e consapevole scelta dei piaceri in considerazioni dei vantaggi è la saggezza, considerata superiore persino alla filosofia madre di tutte le virtù. Senza la saggezza non sarebbe possibile godere di un’esistenza felice.
Il saggio sa che la concezione del fato padrone di tutto è quanto mai sbagliata poiché le cose accadono o per necessità, o per arbitrio della fortuna, o per arbitrio nostro.
La fortuna può dare avvio a grandi beni o grandi mali per gli uomini ma non lo fa, come credenza popolare, come una divinità, che fornisce beni o mali agli uomini in modo da determinare la loro felicità.
Per Epicuro è meglio essere saggi ma senza fortuna che fortunati e stolti ed è preferibile che un progetto ben ragionato fallisca piuttosto che uno dissennato vada in porto.
La lettera si conclude con un’esortazione che Epicuro fa a Meneceo, ovvero di meditare sempre di queste cose con sé stesso e con i suoi simili, in modo da non essere mai in preda all’ansia e poter vivere come un dio tra gli uomini.

A cura di Vincenzo Romaniello.

image

Epicuro : lettera sulla felicità (a Meneceo) (Paolo Cammarota)

Analisi del testo

Epicuro è stato uno dei più importanti filosofi greci post-aristotelici; nato nel 341 a. C. a Samo ha cominciato ad occuparsi di filosofia fin da giovanissimo fondando una grande scuola di pensiero, dalla quale ha preso le mosse la corrente filosofica dell’epicureismo. Egli ci ha lasciato molti scritti, soprattutto di natura epistolare; tra questi “ La lettera sulla felicità” avente come destinatario Meneceo.

Nella lettera rivolta a Meneceo, Epicuro parla della felicità, lo stato d’ animo di natura positiva di chi ritiene soddisfatti i propri desideri ; fin dall’ origine dell’umanità la ricerca della felicità è stato uno dei principali obiettivi ,(se non il principale), degli uomini nonché uno dei più difficili , dal momento che l’uomo non sa come arrivare a raggiungere la felicità , raggiungibile solamente da chi vive secondo ragione.

Epicuro vede nella filosofia la via per raggiungere la felicità; grazie a quest’ultima infatti l’ uomo si libera da tormenti e da desideri irrequieti. Egli parla della felicità come di qualcosa la cui conoscenza appartiene a tutti, giovani e anziani compresi, perché occuparsi del benessere dell’anima è bello a qualsiasi età . Da giovani è necessario conoscere la felicità per preparare sé stessi a non temere il futuro, irrobustendosi in essa; quando si è anziani,invece, in virtù del ricordo positivo di quanto si è stati felici da giovani, per sentirsi ancora giovani .

Epicuro continua a parlare del “bene sommo” facendo riferimento al “quadrifarmaco” ovvero all’insieme delle quattro “ medicine” su cui si basa la filosofia. Il filosofo di Samo continua parlando di divinità, affermando che l’ essenza del divino è materia eterna e felice, e che quindi la divinità è strettamente legata a ciò che è felice. Invita poi gli uomini a non avere timore degli dei in quanto essi, poiché vivono in un mondo separato da quello degli uomini non possono avere alcun legame con questi ultimi. (Questa è la prima delle quattro “medicine” della filosofia).

Il padre dell’ epicureismo parla poi della morte. Non bisogna avere alcun timore nel non vivere più, altrimenti afflitti dalla continua attesa della nostra fine finiremmo con il non goderci la vita stessa; non si ha infatti ragione di temere la morte, perché con la fine della vita scompare ogni possibilità di percepire piacere o dolore . La consapevolezza di chi non ha paura della morte, non è infatti avere “l’ ingannevole desiderio dell’ immortalità”, ma godere la mortalità della vita stessa. La morte non esiste per noi uomini in quanto come dice lo stesso “ quando lei non c’è noi viviamo, quando c’è lei noi non ci siamo”. (Il tema riguardante la paura della morte è la seconda “medicina” della filosofia epicurea).

Si parla poi dell’ uomo saggio. Il vero saggio, a cui né dispiace vivere né teme la morte, cerca di godersi il tempo non in quanto lungo, ma in quanto dolce, come l’uomo a cui non piace mangiare tanto ma bene.

Epicuro parla poi dei desideri, che se soddisfatti portano l’uomo ad essere felice, classificandoli in due categorie:

– desideri naturali,che a loro volta possono essere divisi in:

-necessari, essenziali alla vita dell’ uomo che nascono da un bisogno fisico, che può essere quello di bere o mangiare quando si ha fame o sete;

– non necessari, come per esempio mangiare cibi dal sapore ricercato quando non si ha fame.

– desideri vani, superflui che se non soddisfatti non comportano dolore fisico,come per esempio la brama di ricchezza.

Alcuni desideri necessari sono di primaria importanza per la felicità, altri per il benessere del fisico(mangiare, bere…), altri per la vita.

Conoscere i desideri porta alla perfetta serenità dell’ animo .I desideri che possiede l’uomo sono mossi senz’ altro dal piacere, fine e principio della vita felice; ciò perché l’ uomo, se sereno, e quindi se ha soddisfatto il proprio piacere, non deve più andare alla ricerca del bene per l’animo e per il corpo. Il piacere è anche privazione di dolore e quindi privazione di male, anche se non sempre si sa distinguere il bene dal male. Esso è quindi bene ed aiuta pertanto il corpo a non soffrire . Epicuro parla dei piaceri distinguendoli in due gruppi:

– mobili :che sorgono nel momento in cui si pone di un bisogno (mangiare quando si ha fame);

– stabili: che nascono in assenza di dolore (il piacere che segue la mangiata).

La vita felice non è data dalla grande abbondanza di viveri ,di donne e fonti di divertimento, ma dalla consapevolezza delle cause di ogni scelta . Bene supremo di ciò è la saggezza, madre di tutte le virtù e superiore anche alla stessa filosofia. ”Non si dà vita felice senza che sia saggia, né vita saggia priva di felicità” perché le virtù sono strettamente connesse alla felicità e da questa inseparabili.

L’ uomo saggio così come non prova timore nei confronti della morte e delle divinità, non deve credere che il fato sia una divinità e che sia padrone di tutto. La divinità non opera a caso,al contrario della Fortuna, che può essere causa di bene o male senza alcun criterio. Il saggio crede appunto che le cose non avvengano per fortuna, ma neppure per necessità (essa è irresponsabile), ma per libero arbitrio.In conclusione egli dice che è meglio essere “senza fortuna ma saggi, che fortunati ma stolti”, infatti è preferibile che una persona intelligente non investa un’ illustre carica all’ interno della società, piuttosto che questa venga investita da uno stolto che si trova lì per mero caso. Infine il filosofo di Samo parla del saggio affermando che ” non sembra più nemmeno mortale l’uomo che vive fra beni mortali”.

Commento

Epicuro nella sua lettera cerca di spiegarci qualcosa che pensiamo essere semplice e naturale ma che in realtà è molto complesso: la felicità.

Nella lettera sulla felicità Epicuro parla proprio di questo stato d’ animo, della via utile per raggiungerlo, di tutte le sue caratteristiche, parlando poi di piaceri e desideri su cui si basa la felicità stessa; essa è soddisfazione dei propri desideri, è bene e quindi piacere. Il filosofo ci parla della saggezza, strettamente legata alla felicità; solo chi è saggio e riesce a contrastare i mali e superare le paure esistenti, giunge alla felicità. Quello di Epicuro è una sorta di manuale di istruzioni che l’uomo che non è saggio, deve seguire per raggiungere la felicità.

La filosofia Epicurea considerata come tetrafarmaco ( quattro farmaci),aiuta l’uomo con le sue medicine a superare paure e mancanze e quindi lo aiuta a diventare saggio e di conseguenza in grado di raggiungere la felicità. Come afferma Aristotele, la felicità è il fine supremo, il fine più alto che l’uomo deve raggiungere nel corso della sua esistenza. Il pensiero Aristotelico è molto simile a quello Epicureo, se non fosse per il fatto che secondo lo stagirita la felicità è l’oggetto primo alla base della politica, mentre secondo Epicuro è totalmente a-politica.

Penso che la lettera scritta dal filosofo del IV secolo a.C., ci porti a riflettere su ciò che è veramente la felicità , qualcosa che nella società odierna viene visto come un semplice stato d’animo, un qualcosa di banale. Fin dall’ antichità la sua ricerca è stato uno dei punti fissi nella mente degli uomini, che spesso hanno detto di averla trovata, magari grazie a ricchezza, fama e lusso; ma la vera felicità che andiamo cercando è questa oppure no?

A questa domanda ci da una risposta Epicuro secondo il quale bisogna diventare prima saggi, attraverso il quadrifarmaco e poi giungere finalmente a conoscere la felicità, dopo aver conosciuto profondamente i nostri desideri. Solo quando l’avremo trovata saremo sereni ed appagati.

Concordo con il pensiero epicureo in quanto penso anch’io che per essere felici bisogna innanzitutto superare paure come quella della morte, di un dio-punitore e non fare affidamento al fato, per poi andare alla ricerca dei nostri desideri che generalmente giungono al piacere e quindi al nosrtro bene (la felicità è infatti bene, “bene sommo” secondo Aristotele).

In conclusione penso che la ricerca della felicità sia il più importante scopo della nostra vita e che la nostra vita vada interamente spesa per trovare la felicità, altrimenti essa sarebbe priva di senso.

A cura di Paolo Cammarota

image

‘’Lettera sulla felicità’’ di Epicuro (Valentina Gala)

‘’Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la ricerca della felicità’’.
Questa è la frase iniziale con cui il filosofo Epicuro imposta la lettera a Meneceo , comunemente chiamata ‘’lettera sulla felicità’’.
Il filosofo qui affronta i temi principali della sua filosofia: la ricerca della felicità, la paura della morte, la natura degli dei, la classificazione dei piaceri.
In questo scritto viene espressa tutta la dottrina etica epicurea, con cui lui cerca di porre rimedio a quelli che sono i più frequenti interrogativi umani!
Fin dall’inizio si capisce che il tema principale è appunto la ’’felicità’’ , un tema che trova ancora spazio tra le domande della nostra società, soprattutto tra noi giovani, che spesso ci domandiamo: ‘’come si fa ad essere felici? Cos è che rende felice l’uomo?’’
A queste domande Epicuro risponde e ci offre alcuni consigli, esortando sia vecchi che giovani a filosofare.
Nella prima parte di questa lettera, cerca di dare una propria definizione al concetto di divinità, che deve essere considerata come qualcosa di eterno e felice: gli dei esistono in virtù della felicità. Essi non sono come crede la gente comune, afferma, perché spesso ciò che dice sulle divinità sono giudizi falsi.
Dopo questa sua considerazione continua il discorso affrontando un altro dei temi ricorrenti tra gli esseri umani, ovvero la paura della morte.
Per allontanare questa paura lui utilizza la frase :’’quando si vive la morte non c’è, quando c’è lei noi non ci siamo!’’ .
Io sono d’accordo con questa frase e con buona parte della sua teoria sulla morte, perché come Epicuro anche io credo che dobbiamo abituarci all’idea che la morte non costituisce nulla per noi, dobbiamo abituarci a credere che la morte fa parte del nostro ciclo vitale e come vivere così bisogna, purtroppo, anche morire.
Credere questo non può fare altro che giovarci, perché in questo modo viviamo una vita senza ansia e terrore.

Epicuro afferma che non esiste nulla di terribile nella vita per chi non teme la morte, perché è libero dal terrore del suo arrivo e non si affligge attendendo la su venuta.
Il filosofo, poi , ritiene giustamente stolto chi pensa che chi è vecchio, ormai si deve preparare solo a morire, secondo me ed in comune accordo con Epicuro, non c’è niente di più sbagliato, perché chi non ha ancora cercato la felicità deve continuarlo a farlo fino alla morte e se quest’ultima lo precede morirà sicuramente consapevole di essersi impegnato per cercarla.
Epicuro condanna poi, chi maledice la propria vita poiché ha solo il coraggio di dirlo ma non pone rimedio poi togliendosi la vita.
Perciò l’uomo saggio, per essere considerato tale, non deve temerla, perché sa che essa avverrà indolore senza alcuna sofferenza, mentre lo sciocco, che non indaga la felicità e non elabora una ricerca filosofica, non vivrà serenamente a causa del suo affliggersi per il continuo pensare alla morte, non godendo in questo modo dei piaceri della vita.
Un altro importante fattore espresso in questa lettera è la teoria dei bisogni, che consiste nella suddivisione dei desideri dell’ uomo in naturali e inutili.
Ciò che viene dopo i desideri sono però le scelte, le scelte che influenzano ma non stabiliscono il nostro futuro.
Avere una giusta conoscenza dei nostri desideri ci permette di fare la giusta scelta o rifiuto, in relazione al benessere del corpo o alla serenità dell’animo.
Una volta raggiunto questo stato secondo il filosofo, ogni tormento o dissidio interiore cessa, perché il nostro organismo non dipende più da qualcosa.
Questo nasce , però, dal bisogno del piacere quando noi soffriamo per la mancanza di esso.
Per questo motivo, secondo Epicuro, noi riteniamo il piacere strettamente collegato con l’essere felici e ovviamente ci ispiriamo ad esso per fare ogni scelta o rifiuto.
Noi scegliamo qualcosa o qualcuno se questo soddisfa il nostro bisogno di piacere, o al contrario rifiutiamo qualcosa o qualcuno.
Certamente bisogna esaminare e riflettere bene sul tipo di piacere che si vuole avere o cosa è per noi il vero piacere. Spesso dobbiamo tralasciare alcuni piaceri che potrebbero portarci più male che bene.
Invece se per raggiungere un bene molto grande, se si vuole ottenere qualcosa di importante e di molto complicato, e se il prezzo da pagare per ottenere ciò è soffrire molto, Epicuro , afferma che bisogna affrontare queste sofferenze con grande forza d’animo perché quel bene che vogliamo raggiungere ci appagherà per tutti i mali subiti.
Lo stesso ragionamento vale anche per i mali, non tutti i mali recano solo dolore e molto probabilmente quello che per noi sembra un bene si può molto spesso rivelare un male peggiore.
Riguardante sempre i temi dei piaceri Epicuro dice che, ciò che veramente serve nell’esistenza non è difficile da trovare, i sapori semplici danno lo stesso piacere di quelli raffinati perché se si analizza in fondo ,si ci rende conto che hanno lo stesso fine.
Noi riteniamo, che il bene è piacere quando aiuta il corpo a non soffrire e giova all’animo.
Quindi non sono le feste, le donne o i banchetti a dare piacere ma essere consapevoli delle proprie scelte e conoscere le cause e i fini per poter un giorno respingere i falsi condizionamenti che conducono l’animo verso la sofferenza!
A tutto ciò poi Epicuro fa ricondurre un bene superiore a tutto che è ‘’l’intelligenza’’, quest’ultima e la felicità( filosofia) vanno di pari passo.
L’uomo che sa dare una giusta opinione agli dei, non teme la morte, sa che i beni essenziali sono facilmente ritrovabili, è un uomo che sa anche che non è giusto credere che i fatti accadono secondo il fato, ma accadono o per necessità, o per scelta della fortuna o per scelta nostra;
dove la nostra scelta, a differenza, delle altre è libera!
Ed è per questo che si dice che :‘’Siamo noi i padroni di una buona parte del nostro destino ’’
Chi è consapevole di tutto questo, si è liberato dalle false paure, sa quale è il piacere da seguire e ha raggiunto la saggezza.
In questo modo, siamo anche liberi da esigenze per il soddisfacimento delle quali ci esponiamo all’agire della fortuna, alla volontà altrui, a falsi condizionamenti.
In questo ricondurre la propria esistenza ai bisogni primari, trarre il proprio piacere dall’essenziale, in questa semplificazione della propria esistenza che non aggiunge niente al semplice esistere, l’uomo si mostra saggio, può accettare la sua mortalità senza tormento, e vivere senza dolore, trovando in se stesso la ragione della sua felicità.
Epicuro conclude poi dicendo che se si adoperano queste ‘’istruzioni’’, si vivrà come un dio fra gli uomini!

A cura di Valentina Gala

image