Lettera sulla felicità di Epicuro a Meneceo

Meneceo,

Non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’anima. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l’età. Da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l’avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c’è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per averla.

Pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per una vita felice. Prima di tutto considera l’essenza del divino materia eterna e felice, come rettamente suggerisce la nozione di divinità che ci è innata. Non attribuire alla divinità niente che sia diverso dal sempre vivente o contrario a tutto ciò che è felice, vedi sempre in essa lo stato eterno congiunto alla felicità. Gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non sono come crede la gente comune, la quale è portata a tradire sempre la nozione innata che ne ha. Perciò non è irreligioso chi rifiuta la religione popolare, ma colui che i giudizi del popolo attribuisce alla divinità.

Tali giudizi, che non ascoltano le nozioni ancestrali, innate, sono opinioni false. A seconda di come si pensa che gli dei siano, possono venire da loro le più grandi sofferenze come i beni più splendidi. Ma noi sappiamo che essi sono perfettamente felici, riconoscono i loro simili, e chi non è tale lo considerano estraneo. Poi abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L’esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, togliendo l’ingannevole desiderio dell’immortalità.

Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire. La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c’è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive.

Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce. Chi ammonisce poi il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto non solo per la dolcezza che c’è sempre nella vita, anche da vecchi, ma perché una sola è l’arte del ben vivere e del ben morire. Ancora peggio chi va dicendo: bello non essere mai nato, ma, nato, al più presto varcare la porta dell’ Ade.

Se è così convinto perché non se ne va da questo mondo? Nessuno glielo vieta se è veramente il suo desiderio. Invece se lo dice così per dire fa meglio a cambiare argomento. Ricordiamoci poi che il futuro non è del tutto nostro, ma neanche del tutto non nostro. Solo così possiamo non aspettarci che assolutamente s’avveri, né allo stesso modo disperare del contrario. Così pure teniamo presente che per quanto riguarda i desideri, solo alcuni sono naturali, altri sono inutili, e fra i naturali solo alcuni quelli proprio necessari, altri naturali soltanto. Ma fra i necessari certi sono fondamentali per la felicità, altri per il benessere fisico, altri per la stessa vita.

Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell’animo, perché questo è il compito della vita felice, a questo noi indirizziamo ogni nostra azione, al fine di allontanarci dalla sofferenza e dall’ansia. Una volta raggiunto questo stato ogni bufera interna cessa, perché il nostro organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il bene dell’animo e del corpo. Infatti proviamo bisogno del piacere quando soffriamo per la mancanza di esso. Quando invece non soffriamo non ne abbiamo bisogno.

Per questo noi riteniamo il piacere principio e fine della vita felice, perché lo abbiamo riconosciuto bene primo e a noi congenito. Ad esso ci ispiriamo per ogni atto di scelta o di rifiuto, e scegliamo ogni bene in base al sentimento del piacere e del dolore. E’ bene primario e naturale per noi, per questo non scegliamo ogni piacere. Talvolta conviene tralasciarne alcuni da cui può venirci più male che bene, e giudicare alcune sofferenze preferibili ai piaceri stessi se un piacere più grande possiamo provare dopo averle sopportate a lungo. Ogni piacere dunque è bene per sua intima natura, ma noi non li scegliamo tutti. Allo stesso modo ogni dolore è male, ma non tutti sono sempre da fuggire.

Bisogna giudicare gli uni e gli altri in base alla considerazione degli utili e dei danni. Certe volte sperimentiamo che il bene si rivela per noi un male, invece il male un bene. Consideriamo inoltre una gran cosa l’indipendenza dai bisogni non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco se ci capita di non avere molto, convinti come siamo che l’abbondanza si gode con più dolcezza se meno da essa dipendiamo. In fondo ciò che veramente serve non è difficile a trovarsi, l’inutile è difficile.

I sapori semplici danno lo stesso piacere dei più raffinati, l’acqua e un pezzo di pane fanno il piacere più pieno a chi ne manca. Saper vivere di poco non solo porta salute e ci fa privi d’apprensione verso i bisogni della vita ma anche, quando ad intervalli ci capita di menare un’esistenza ricca, ci fa apprezzare meglio questa condizione e indifferenti verso gli scherzi della sorte. Quando dunque diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice piacere dei goderecci, come credono coloro che ignorano il nostro pensiero, o lo avversano, o lo interpretano male, ma quanto aiuta il corpo a non soffrire e l’animo a essere sereno.

Perché non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi condizionamenti che sono per l’animo causa di immensa sofferenza. Di tutto questo, principio e bene supremo è la saggezza , perciò questa è anche più apprezzabile della stessa filosofia, è madre di tutte le altre virtù. Essa ci aiuta a comprendere che non si dà vita felice senza che sia saggia, bella e giusta, né vita saggia, bella e giusta priva di felicità, perché le virtù sono connaturate alla felicità e da questa inseparabili.

Chi suscita più ammirazione di colui che ha un’opinione corretta e reverente riguardo agli dei, nessun timore della morte, chiara coscienza del senso della natura, che tutti i beni che realmente servono sono facilmente procacciabili, che i mali se affliggono duramente affliggono per poco, altrimenti se lo fanno a lungo vuol dire che si possono sopportare ? Questo genere d’uomo sa anche che è vana opinione credere il fato padrone di tutto, come fanno alcuni, perché le cose accadono o per necessità, o per arbitrio della fortuna, o per arbitrio nostro. La necessità è irresponsabile, la fortuna instabile, invece il nostro arbitrio è libero, per questo può meritarsi biasimo o lode.

Piuttosto che essere schiavi del destino dei fisici, era meglio allora credere ai racconti degli dei, che almeno offrono la speranza di placarli con le preghiere, invece dell’atroce, inflessibile necessità. La fortuna per il saggio non è una divinità come per la massa – la divinità non fa nulla a caso – e neppure qualcosa priva di consistenza. Non crede che essa dia agli uomini alcun bene o male determinante per la vita felice, ma sa che può offrire l’avvio a grandi beni o mali.

Però è meglio essere senza fortuna ma saggi che fortunati e stolti, e nella pratica è preferibile che un bel progetto non vada in porto piuttosto che abbia successo un progetto dissennato. Medita giorno e notte tutte queste cose e altre congeneri, con te stesso e con chi ti è simile, e mai sarai preda dell’ansia. Vivrai invece come un dio fra gli uomini. Non sembra più nemmeno mortale l’uomo che vive fra beni immortali.

Commento alla Lettera sulla Felicità di Epicuro a Meneceo (Vincenzo Romaniello)

C’era un uomo che ad Atene, tra la fine del IV e l’inizio del III secolo a.C., all’ombra degli alberi del suo giardino, insegnava la filosofia ai suoi discepoli. Quest’uomo era Epicuro, la cui dottrina ha avuto una grandissima influenza sulle scuole di pensiero successive, in particolare nell’impero Romano, dove arrivò a scontrarsi con il Cristianesimo religione di Stato. La sua scuola, che perdurò per oltre settecento anni fino al IV secolo d.C. era tenuta in particolare considerazione presso i Romani, infatti i pochi scritti che ci sono rimasti dei trecento originali sono stati tramandati integralmente proprio da un Romano, Diogene Laerzio. Tra questi una lettera “A Meneceo”, che tratta di etica. Per ben comprendere il contenuto dei suoi scritti bisogna ricordare la struttura della sua scuola: era presente una forte impronta di carattere religioso, per cui ad Epicuro venivano attribuiti onori quasi divini. Inoltre i seguaci della sua filosofia (chiamati “filosofi del giardino”) dovevano attenersi strettamente agli insegnamenti del maestro, per cui non sono noti suoi discepoli che abbiamo applicato delle modifiche alla sua dottrina originaria. Non bisogna dimenticare poi che alle lezioni di Epicuro partecipavano anche le donne, giacchè la scuola del Giardino era aperta a tutti; era inoltre un’organizzazione basata sulla solidarietà e l’amicizia e le amicizie tra i discepoli epicurei erano famose in tutto il mondo del tempo.
La lettera a Meneceo si apre con un’esortazione a praticare la filosofia, unico vero mezzo per raggiungere la felicità. Secondo Epicuro ogni età è adatta alla conoscenza della felicità, da giovani come da vecchi è importante e giusto dedicarci a conoscerla: da vecchi, vivendo una nuova giovinezza ricordando la felicità vissuta in passato, da giovani per non temere il futuro. Perché la felicità è in assoluto il bene sommo: quando la raggiungiamo non ci manca nulla, quando non la abbiamo facciamo di tutto per ottenerla.
Secondo il pensatore di Samo l’uomo possiede una nozione innata di divinità che ci suggerisce che la materia divina sia eterna e felice. Afferma anche l’esistenza degli dei, ma non nel modo in cui la gente comune li vede, ovvero ignorando lo stato eterno congiunto alla felicità che è proprio delle divinità. Perciò non va contro gli dei colui che rifiuta la religione popolare, bensì chi gli attribuisce caratteristiche che sono proprie degli uomini.
La prima delle quattro terapie che Epicuro suggerisce agli uomini per liberarsi da ogni irrequietudine e turbamento consiste nel non temere gli dei. Infatti, sapendo che gli dei sono perfettamente felici e ignorano chi non è loro pari, non dobbiamo preoccuparci di eventuali punizioni o pene da essi inflitte poiché gli uomini, non essendo simili agli dei, non sono considerati e le loro azioni sono libere da ogni giudizio divino.
Il secondo “farmaco” consiste nel non temere la morte. Epicuro scrive a Meneceo che la morte non è nulla per gli uomini, dal momento che il piacere e il dolore sono entrambi percepibili tramite i sensi e la morte altro non è che la cessazione del sentire. Chi giungerà a questa consapevolezza sarà a maggior ragione spinto a godere ed apprezzare la condizione mortale della propria vita, privato dell’illusoria speranza di una vita futura immortale. È anche sbagliato temere la morte perché è doloroso sapere che prima o poi giungerà: infatti ciò che non causa dolore sopravvenendo è inutile che ci addolori nell’attesa.
In sostanza per Epicuro la morte non significa nulla né per i vivi né per i morti: quando ci siamo noi la morte non c’è, quando c’è la morte non siamo più. E lo stesso vale per i morti, perché essi già non sono più.
Solo il saggio, al contrario del volgo che fugge la morte come il peggiore dei mali, non desiderando la vita, non può temere la morte.
Stolti sono per Epicuro coloro che predicano ai giovani di vivere bene e agli anziani di ben morire poiché, sia da vecchi che da giovani, una sola è l’arte del vivere bene e del ben morire. Alla stessa stregua sono considerati coloro che vorrebbero non essere mai nati.
Epicuro ci invita anche a tener presente che il futuro non è del tutto nostro, ma neppure del tutto sottoposto al destino: per questo motivo non possiamo essere certi che qualcosa accadrà di sicuro ma allo stesso modo possiamo non disperare del contrario, ovvero che qualcosa sicuramente non accadrà.
Per distinguere gli ultimi due elementi del tetrafarmaco Epicuro si serve delle definizioni di piacere e desiderio.
Tra tutti i desideri che sono propri dell’uomo solo alcuni sono naturali, altri sono inutili; e anche tra i naturali solo alcuni sono anche necessari, come ad esempio quelli che conducono all’eliminazione della sofferenza fisica o in vista del raggiungimento della felicità.
L’uomo che possiederà una corretta e piena conoscenza dei desideri sarà capace di effettuare ogni sua scelta o rifiuto in vista della salute fisica e della quiete dell’animo, essendo questo l’unico fine della vita beata.
Epicuro definisce in maniera “negativa” la felicità, coincidendo essa con l’assenza di sofferenze del corpo o dello spirito, non nella semplice accumulazione di piaceri.
Una volta raggiunta la felicità si dissolverà ogni tormento dell’animo, essendo stati soddisfatti tutti i desideri che hanno reso possibile il raggiungimento di tale stato.
L’etica epicurea è volta in funzione della felicità, che consiste appunto con il piacere, che si identifica a sua volta con il criterio della scelta e dell’avversione. In poche parole si sceglie il piacere, si evita il dolore.
Anche per quanto riguarda il piacere, Epicuro raccomanda un calcolo dei vantaggi e degli svantaggi che ci arreca la scelta di una piacere piuttosto che un male: alle volte infatti conviene non scegliere alcuni piaceri che ci recherebbero più male che bene, scegliendo piuttosto alcuni mali che, dopo una lunga sopportazione, possano recarci un piacere maggiore.
In queste righe si denota una certa propensione all’utilitarismo, specialmente quando consiglia di valutare piaceri e dolori in base ai vantaggi che comportano.
Epicuro elogia inoltre l’autosufficienza, intesa come capacità di accontentarsi del poco, di più facile reperibilità rispetto al molto, in modo da poter apprezzare in maniera ancor maggiore il molto quando si presenta l’occasione.
Allontanandosi da una visione edonistica, Epicuro sottolinea che nella sua concezione il piacere è “nel non soffrire e nel non agitarsi”, ovvero definito come atarassia (assenza di turbamento) e aponia (assenza di dolore). La felicità risiede solo in questa forma di piacere, detto piacere catastematico, che consiste nella privazione del dolore, e non nel piacere cinetico, ovvero nella gioia e nella letizia.
A rendere possibile questa lucida e consapevole scelta dei piaceri in considerazioni dei vantaggi è la saggezza, considerata superiore persino alla filosofia madre di tutte le virtù. Senza la saggezza non sarebbe possibile godere di un’esistenza felice.
Il saggio sa che la concezione del fato padrone di tutto è quanto mai sbagliata poiché le cose accadono o per necessità, o per arbitrio della fortuna, o per arbitrio nostro.
La fortuna può dare avvio a grandi beni o grandi mali per gli uomini ma non lo fa, come credenza popolare, come una divinità, che fornisce beni o mali agli uomini in modo da determinare la loro felicità.
Per Epicuro è meglio essere saggi ma senza fortuna che fortunati e stolti ed è preferibile che un progetto ben ragionato fallisca piuttosto che uno dissennato vada in porto.
La lettera si conclude con un’esortazione che Epicuro fa a Meneceo, ovvero di meditare sempre di queste cose con sé stesso e con i suoi simili, in modo da non essere mai in preda all’ansia e poter vivere come un dio tra gli uomini.

A cura di Vincenzo Romaniello.

image

Epicuro : lettera sulla felicità (a Meneceo) (Paolo Cammarota)

Analisi del testo

Epicuro è stato uno dei più importanti filosofi greci post-aristotelici; nato nel 341 a. C. a Samo ha cominciato ad occuparsi di filosofia fin da giovanissimo fondando una grande scuola di pensiero, dalla quale ha preso le mosse la corrente filosofica dell’epicureismo. Egli ci ha lasciato molti scritti, soprattutto di natura epistolare; tra questi “ La lettera sulla felicità” avente come destinatario Meneceo.

Nella lettera rivolta a Meneceo, Epicuro parla della felicità, lo stato d’ animo di natura positiva di chi ritiene soddisfatti i propri desideri ; fin dall’ origine dell’umanità la ricerca della felicità è stato uno dei principali obiettivi ,(se non il principale), degli uomini nonché uno dei più difficili , dal momento che l’uomo non sa come arrivare a raggiungere la felicità , raggiungibile solamente da chi vive secondo ragione.

Epicuro vede nella filosofia la via per raggiungere la felicità; grazie a quest’ultima infatti l’ uomo si libera da tormenti e da desideri irrequieti. Egli parla della felicità come di qualcosa la cui conoscenza appartiene a tutti, giovani e anziani compresi, perché occuparsi del benessere dell’anima è bello a qualsiasi età . Da giovani è necessario conoscere la felicità per preparare sé stessi a non temere il futuro, irrobustendosi in essa; quando si è anziani,invece, in virtù del ricordo positivo di quanto si è stati felici da giovani, per sentirsi ancora giovani .

Epicuro continua a parlare del “bene sommo” facendo riferimento al “quadrifarmaco” ovvero all’insieme delle quattro “ medicine” su cui si basa la filosofia. Il filosofo di Samo continua parlando di divinità, affermando che l’ essenza del divino è materia eterna e felice, e che quindi la divinità è strettamente legata a ciò che è felice. Invita poi gli uomini a non avere timore degli dei in quanto essi, poiché vivono in un mondo separato da quello degli uomini non possono avere alcun legame con questi ultimi. (Questa è la prima delle quattro “medicine” della filosofia).

Il padre dell’ epicureismo parla poi della morte. Non bisogna avere alcun timore nel non vivere più, altrimenti afflitti dalla continua attesa della nostra fine finiremmo con il non goderci la vita stessa; non si ha infatti ragione di temere la morte, perché con la fine della vita scompare ogni possibilità di percepire piacere o dolore . La consapevolezza di chi non ha paura della morte, non è infatti avere “l’ ingannevole desiderio dell’ immortalità”, ma godere la mortalità della vita stessa. La morte non esiste per noi uomini in quanto come dice lo stesso “ quando lei non c’è noi viviamo, quando c’è lei noi non ci siamo”. (Il tema riguardante la paura della morte è la seconda “medicina” della filosofia epicurea).

Si parla poi dell’ uomo saggio. Il vero saggio, a cui né dispiace vivere né teme la morte, cerca di godersi il tempo non in quanto lungo, ma in quanto dolce, come l’uomo a cui non piace mangiare tanto ma bene.

Epicuro parla poi dei desideri, che se soddisfatti portano l’uomo ad essere felice, classificandoli in due categorie:

– desideri naturali,che a loro volta possono essere divisi in:

-necessari, essenziali alla vita dell’ uomo che nascono da un bisogno fisico, che può essere quello di bere o mangiare quando si ha fame o sete;

– non necessari, come per esempio mangiare cibi dal sapore ricercato quando non si ha fame.

– desideri vani, superflui che se non soddisfatti non comportano dolore fisico,come per esempio la brama di ricchezza.

Alcuni desideri necessari sono di primaria importanza per la felicità, altri per il benessere del fisico(mangiare, bere…), altri per la vita.

Conoscere i desideri porta alla perfetta serenità dell’ animo .I desideri che possiede l’uomo sono mossi senz’ altro dal piacere, fine e principio della vita felice; ciò perché l’ uomo, se sereno, e quindi se ha soddisfatto il proprio piacere, non deve più andare alla ricerca del bene per l’animo e per il corpo. Il piacere è anche privazione di dolore e quindi privazione di male, anche se non sempre si sa distinguere il bene dal male. Esso è quindi bene ed aiuta pertanto il corpo a non soffrire . Epicuro parla dei piaceri distinguendoli in due gruppi:

– mobili :che sorgono nel momento in cui si pone di un bisogno (mangiare quando si ha fame);

– stabili: che nascono in assenza di dolore (il piacere che segue la mangiata).

La vita felice non è data dalla grande abbondanza di viveri ,di donne e fonti di divertimento, ma dalla consapevolezza delle cause di ogni scelta . Bene supremo di ciò è la saggezza, madre di tutte le virtù e superiore anche alla stessa filosofia. ”Non si dà vita felice senza che sia saggia, né vita saggia priva di felicità” perché le virtù sono strettamente connesse alla felicità e da questa inseparabili.

L’ uomo saggio così come non prova timore nei confronti della morte e delle divinità, non deve credere che il fato sia una divinità e che sia padrone di tutto. La divinità non opera a caso,al contrario della Fortuna, che può essere causa di bene o male senza alcun criterio. Il saggio crede appunto che le cose non avvengano per fortuna, ma neppure per necessità (essa è irresponsabile), ma per libero arbitrio.In conclusione egli dice che è meglio essere “senza fortuna ma saggi, che fortunati ma stolti”, infatti è preferibile che una persona intelligente non investa un’ illustre carica all’ interno della società, piuttosto che questa venga investita da uno stolto che si trova lì per mero caso. Infine il filosofo di Samo parla del saggio affermando che ” non sembra più nemmeno mortale l’uomo che vive fra beni mortali”.

Commento

Epicuro nella sua lettera cerca di spiegarci qualcosa che pensiamo essere semplice e naturale ma che in realtà è molto complesso: la felicità.

Nella lettera sulla felicità Epicuro parla proprio di questo stato d’ animo, della via utile per raggiungerlo, di tutte le sue caratteristiche, parlando poi di piaceri e desideri su cui si basa la felicità stessa; essa è soddisfazione dei propri desideri, è bene e quindi piacere. Il filosofo ci parla della saggezza, strettamente legata alla felicità; solo chi è saggio e riesce a contrastare i mali e superare le paure esistenti, giunge alla felicità. Quello di Epicuro è una sorta di manuale di istruzioni che l’uomo che non è saggio, deve seguire per raggiungere la felicità.

La filosofia Epicurea considerata come tetrafarmaco ( quattro farmaci),aiuta l’uomo con le sue medicine a superare paure e mancanze e quindi lo aiuta a diventare saggio e di conseguenza in grado di raggiungere la felicità. Come afferma Aristotele, la felicità è il fine supremo, il fine più alto che l’uomo deve raggiungere nel corso della sua esistenza. Il pensiero Aristotelico è molto simile a quello Epicureo, se non fosse per il fatto che secondo lo stagirita la felicità è l’oggetto primo alla base della politica, mentre secondo Epicuro è totalmente a-politica.

Penso che la lettera scritta dal filosofo del IV secolo a.C., ci porti a riflettere su ciò che è veramente la felicità , qualcosa che nella società odierna viene visto come un semplice stato d’animo, un qualcosa di banale. Fin dall’ antichità la sua ricerca è stato uno dei punti fissi nella mente degli uomini, che spesso hanno detto di averla trovata, magari grazie a ricchezza, fama e lusso; ma la vera felicità che andiamo cercando è questa oppure no?

A questa domanda ci da una risposta Epicuro secondo il quale bisogna diventare prima saggi, attraverso il quadrifarmaco e poi giungere finalmente a conoscere la felicità, dopo aver conosciuto profondamente i nostri desideri. Solo quando l’avremo trovata saremo sereni ed appagati.

Concordo con il pensiero epicureo in quanto penso anch’io che per essere felici bisogna innanzitutto superare paure come quella della morte, di un dio-punitore e non fare affidamento al fato, per poi andare alla ricerca dei nostri desideri che generalmente giungono al piacere e quindi al nosrtro bene (la felicità è infatti bene, “bene sommo” secondo Aristotele).

In conclusione penso che la ricerca della felicità sia il più importante scopo della nostra vita e che la nostra vita vada interamente spesa per trovare la felicità, altrimenti essa sarebbe priva di senso.

A cura di Paolo Cammarota

image

‘’Lettera sulla felicità’’ di Epicuro (Valentina Gala)

‘’Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la ricerca della felicità’’.
Questa è la frase iniziale con cui il filosofo Epicuro imposta la lettera a Meneceo , comunemente chiamata ‘’lettera sulla felicità’’.
Il filosofo qui affronta i temi principali della sua filosofia: la ricerca della felicità, la paura della morte, la natura degli dei, la classificazione dei piaceri.
In questo scritto viene espressa tutta la dottrina etica epicurea, con cui lui cerca di porre rimedio a quelli che sono i più frequenti interrogativi umani!
Fin dall’inizio si capisce che il tema principale è appunto la ’’felicità’’ , un tema che trova ancora spazio tra le domande della nostra società, soprattutto tra noi giovani, che spesso ci domandiamo: ‘’come si fa ad essere felici? Cos è che rende felice l’uomo?’’
A queste domande Epicuro risponde e ci offre alcuni consigli, esortando sia vecchi che giovani a filosofare.
Nella prima parte di questa lettera, cerca di dare una propria definizione al concetto di divinità, che deve essere considerata come qualcosa di eterno e felice: gli dei esistono in virtù della felicità. Essi non sono come crede la gente comune, afferma, perché spesso ciò che dice sulle divinità sono giudizi falsi.
Dopo questa sua considerazione continua il discorso affrontando un altro dei temi ricorrenti tra gli esseri umani, ovvero la paura della morte.
Per allontanare questa paura lui utilizza la frase :’’quando si vive la morte non c’è, quando c’è lei noi non ci siamo!’’ .
Io sono d’accordo con questa frase e con buona parte della sua teoria sulla morte, perché come Epicuro anche io credo che dobbiamo abituarci all’idea che la morte non costituisce nulla per noi, dobbiamo abituarci a credere che la morte fa parte del nostro ciclo vitale e come vivere così bisogna, purtroppo, anche morire.
Credere questo non può fare altro che giovarci, perché in questo modo viviamo una vita senza ansia e terrore.

Epicuro afferma che non esiste nulla di terribile nella vita per chi non teme la morte, perché è libero dal terrore del suo arrivo e non si affligge attendendo la su venuta.
Il filosofo, poi , ritiene giustamente stolto chi pensa che chi è vecchio, ormai si deve preparare solo a morire, secondo me ed in comune accordo con Epicuro, non c’è niente di più sbagliato, perché chi non ha ancora cercato la felicità deve continuarlo a farlo fino alla morte e se quest’ultima lo precede morirà sicuramente consapevole di essersi impegnato per cercarla.
Epicuro condanna poi, chi maledice la propria vita poiché ha solo il coraggio di dirlo ma non pone rimedio poi togliendosi la vita.
Perciò l’uomo saggio, per essere considerato tale, non deve temerla, perché sa che essa avverrà indolore senza alcuna sofferenza, mentre lo sciocco, che non indaga la felicità e non elabora una ricerca filosofica, non vivrà serenamente a causa del suo affliggersi per il continuo pensare alla morte, non godendo in questo modo dei piaceri della vita.
Un altro importante fattore espresso in questa lettera è la teoria dei bisogni, che consiste nella suddivisione dei desideri dell’ uomo in naturali e inutili.
Ciò che viene dopo i desideri sono però le scelte, le scelte che influenzano ma non stabiliscono il nostro futuro.
Avere una giusta conoscenza dei nostri desideri ci permette di fare la giusta scelta o rifiuto, in relazione al benessere del corpo o alla serenità dell’animo.
Una volta raggiunto questo stato secondo il filosofo, ogni tormento o dissidio interiore cessa, perché il nostro organismo non dipende più da qualcosa.
Questo nasce , però, dal bisogno del piacere quando noi soffriamo per la mancanza di esso.
Per questo motivo, secondo Epicuro, noi riteniamo il piacere strettamente collegato con l’essere felici e ovviamente ci ispiriamo ad esso per fare ogni scelta o rifiuto.
Noi scegliamo qualcosa o qualcuno se questo soddisfa il nostro bisogno di piacere, o al contrario rifiutiamo qualcosa o qualcuno.
Certamente bisogna esaminare e riflettere bene sul tipo di piacere che si vuole avere o cosa è per noi il vero piacere. Spesso dobbiamo tralasciare alcuni piaceri che potrebbero portarci più male che bene.
Invece se per raggiungere un bene molto grande, se si vuole ottenere qualcosa di importante e di molto complicato, e se il prezzo da pagare per ottenere ciò è soffrire molto, Epicuro , afferma che bisogna affrontare queste sofferenze con grande forza d’animo perché quel bene che vogliamo raggiungere ci appagherà per tutti i mali subiti.
Lo stesso ragionamento vale anche per i mali, non tutti i mali recano solo dolore e molto probabilmente quello che per noi sembra un bene si può molto spesso rivelare un male peggiore.
Riguardante sempre i temi dei piaceri Epicuro dice che, ciò che veramente serve nell’esistenza non è difficile da trovare, i sapori semplici danno lo stesso piacere di quelli raffinati perché se si analizza in fondo ,si ci rende conto che hanno lo stesso fine.
Noi riteniamo, che il bene è piacere quando aiuta il corpo a non soffrire e giova all’animo.
Quindi non sono le feste, le donne o i banchetti a dare piacere ma essere consapevoli delle proprie scelte e conoscere le cause e i fini per poter un giorno respingere i falsi condizionamenti che conducono l’animo verso la sofferenza!
A tutto ciò poi Epicuro fa ricondurre un bene superiore a tutto che è ‘’l’intelligenza’’, quest’ultima e la felicità( filosofia) vanno di pari passo.
L’uomo che sa dare una giusta opinione agli dei, non teme la morte, sa che i beni essenziali sono facilmente ritrovabili, è un uomo che sa anche che non è giusto credere che i fatti accadono secondo il fato, ma accadono o per necessità, o per scelta della fortuna o per scelta nostra;
dove la nostra scelta, a differenza, delle altre è libera!
Ed è per questo che si dice che :‘’Siamo noi i padroni di una buona parte del nostro destino ’’
Chi è consapevole di tutto questo, si è liberato dalle false paure, sa quale è il piacere da seguire e ha raggiunto la saggezza.
In questo modo, siamo anche liberi da esigenze per il soddisfacimento delle quali ci esponiamo all’agire della fortuna, alla volontà altrui, a falsi condizionamenti.
In questo ricondurre la propria esistenza ai bisogni primari, trarre il proprio piacere dall’essenziale, in questa semplificazione della propria esistenza che non aggiunge niente al semplice esistere, l’uomo si mostra saggio, può accettare la sua mortalità senza tormento, e vivere senza dolore, trovando in se stesso la ragione della sua felicità.
Epicuro conclude poi dicendo che se si adoperano queste ‘’istruzioni’’, si vivrà come un dio fra gli uomini!

A cura di Valentina Gala

image