L’ECONOMIA SPORCA NEL XVII SECOLO

Le navi ed i bastimenti mercantili che salpavano dai nebbiosi moli dei porti sul Mare del Nord e dalle assolate banchine iberiche solitamente facevano scalo lungo le spiagge della Costa d’Oro, litorale africano che separa il blu dell’Oceano Atlantico dal verde della foresta subsahariana. Sugli arenili africani aveva luogo un enorme movimento di denaro, schiavi, merci, e ciò ovviamente aveva attirato l’attenzione di tutte le potenze marittime e commerciali del Vecchio Continente: nel 1595 gli empori della Compagnia olandese delle Indie Occidentali iniziarono ad accumulare tanta ricchezza quanta non se n’era mai vista presso le antiche fortificazioni portoghesi costruite un secolo prima, destinate infatti a scomparire definitivamente nel 1642. Tuttavia gli olandesi, popolo di mercanti da sempre abituati a ricavare profitti senza controllare direttamente i propri spacci ma amministrando indirettamente le proprie attività commerciali, con un trattato firmato nella cittadina di Breda nel 1667 lasciarono il territorio da essi strappato ai lusitani alla corona inglese in quel tempo sul regale capo di Carlo II Stuart. I britannici, mossi da un interesse più colonizzatore, impiantarono nella regione sterminate piantagioni di cacao.
Ma inglesi e olandesi non furono gli unici ad adocchiare questo brulicante bazar nel cuore del Continente Nero: anche francesi e danesi non tardarono ad inviare le proprie spedizioni nell’area, con l’intento di prendere parte almeno parzialmente al sontuoso banchetto che stava avendo luogo.
Al loro arrivo i bastimenti europei riversavano fuori dalle stive una gran quantità di merci di vario genere, da usare come moneta di scambio per l’acquisto di schiavi: stoffe, liquori, armi da fuoco, conchiglie dalle forme particolari, specchi, tabacco, perline. I compratori di queste mercanzie, semplici banditi o monarchi di regni tribali, erano al centro di un commercio triangolare che vedeva da un lato i colonizzatori europei e dall’altra i tuareg del deserto. I tuareg, abitanti nomadi della zona più inospitale del pianeta, il deserto del Sahara, avevano intuito un cambio di vento nella politica commerciale africana: infatti i commerci con il Mediterraneo sui quali si basava in precedenza l’economia maghrebina erano stati fortemente limitati dall’arrivo degli Ottomani a nord. Nel frattempo, ai confini più meridionali della loro zona di influenza, la richiesta di schiavi era in vertiginosa crescita e le tiwsatin – le tribù in cui era suddivisa la società tuareg – dovevano approfittare di ciò per ovviare al venir meno dei traffici mediterranei.
I tuareg effettuavano razzie nei regni vicini, compiendo incursioni e saccheggi al fine di rapire e far prigionieri il maggior numero di uomini abili al lavoro possibile; gli stessi si recavano poi nei mercati della regione a vendere il sale che gli schiavi da loro catturati estraevano dalle miniere saline del Sahel occidentale, in cambio di altra manodopera servile.
Impossibilitati a difendersi dai raid compiuti dai tuareg, i deboli regni africani si impegnavano in sanguinosissime guerre in modo da poter catturare e vendere schiavi agli europei sulla costa e ai tuareg nei mercati dell’interno.
Gli schiavi venivano trasportati dalle foreste alla costa da gruppi specializzati di mercanti, che avevano anche il compito di sorvegliare i prigionieri, legati in gruppi di 30 persone, durante il coffle, lungo tragitto verso il mare. Una volta bagnati i piedi nell’acqua dell’Oceano, gli schiavi erano tenuti segregati nei barracoons, vere e proprie prigioni-baracca all’interno dei quali le condizioni igieniche precarie e la lunga permanenza a cui erano costretti – uno o due mesi – uccidevano già una parte della “merce umana”.
Al momento di imbarcarsi sulle navi negriere gli schiavi maschi erano legati a coppie per risparmiare spazio: la gamba sinistra di uno era incatenata insieme alla gamba destra di un altro compagno di viaggio. Le donne e le ragazze salivano nude sulle navi, in preda alle violenze e alla brutalità a cui erano sottoposte dagli uomini dell’equipaggio, ben poco riguardevoli nei loro confronti.
La traversata dell’Atlantico fino al Nuovo Mondo, che poteva durare anche oltre sei mesi, era detta Middle Passage, tratto intermedio. In questi viaggi infiniti trovava la morte oltre un quinto dei prigionieri, a causa della dissenteria e della fame: infatti se la razione di cibo era insufficiente, consistendo solo di un pasto a base di mais o patate al giorno, quella di acqua era praticamente inesistente, essendo destinata agli schiavi solo mezza pinta d’acqua al giorno, ovvero neppure un quarto di litro. Oltre a questo va considerata la condizione psicologica degli schiavi, essendo uomini alla pari dei loro aguzzini, o peggio, compratori: persa la libertà, la dignità, gli affetti, consci del mesto destino che li attendeva, molti africani a bordo delle navi preferivano lasciarsi morire di fame o buttarsi in mare. L’opzione del suicidio era così frequente da dover far industriare gli equipaggi delle navi a trovare un modo con il quale mantenere approvvigionato il carico umano, così da farlo giungere in condizioni ottimali alla meta.
Ma cosa portò potenze come il Portogallo ad effettuare anche 30mila viaggi come questi appena descritti proprio dall’Africa? La ragione risiede nella mancanza di contatti nell’arco di molti secoli tra le popolazioni indigene americane e gli europei. Questi ultimi portarono con sé molte malattie, alcune delle quali considerate semplici malanni, come ad esempio il raffreddore, ma contro le quali gli indios non avevano gli anticorpi necessari. In questo modo, tra le guerre, i genocidi e le epidemie, popoli come Inca, Aztechi e Maya arrivarono praticamente a scomparire.
Invece gli africani, molto robusti, forti e resistenti alle fatiche, erano considerati molto più adatti al duro lavoro nelle miniere d’alta quota come quelle situate sul Potosì, picco andino appartenente all’odierna Bolivia. Dopo la scoperta di giacimenti argentiferi di incommensurabile grandezza Potosì fu letteralmente invasa da milioni di schiavi ivoriani divenendo così una delle città più popolose al mondo, pur trovandosi ad oltre 5mila metri di altitudine.
Una volta giunti nel nuovo mondo gli schiavi venivano immediatamente sottoposti alla Ley de la Mita, atto legislativo istituito ad hoc dal viceré Toledo, governatore dell’Alto Perù, che li obbligava ai lavori forzati a vita nelle miniere di Cerro Rico. In un luogo totalmente diverso dal loro Paese di provenienza, sottoposti ad un mortifero mix di carichi di lavoro disumani e gas tossici, nel giro di nemmeno un secolo circa 8 milioni di mitayos trovarono la morte.
L’argento estratto da questi immensi giacimenti minerari arricchiva, e non ci si deve sorprendere, più i pirati per la maggior parte inglesi, ma anche francesi e olandesi, che infestavano le Antille, che la corona spagnola. I galeoni iberici infatti, appena preso il largo, venivano quasi tutti abbordati, depredati del carico e dati alle fiamme dalle navi corsare finanziate dal re d’Inghilterra e dai bucanieri di Tortuga.
Tortuga, nella prima metà del XVII secolo, e Port Royal nella metà successiva, furono probabilmente le città più ricche e malfamate del mondo tempo.
Tortuga, porto haitiano affacciato sull’allora trafficatissimo mar dei Caraibi, era la base dei Fratelli della Costa, bucanieri francesi e olandesi al soldo della corona inglese, che si occupavano di insidiare le rotte dei galeoni di Spagna, con le stive cariche fino all’inverosimile di metalli preziosi.
La figura del bucaniere, o corsaro, era ben diversa da quella del pirata, del semplice predone di mare, o almeno in teoria: mentre il primo era una figura ben collocata all’interno di una società marinara del Seicento, i secondi erano ladri e malfattori. In realtà la linea che li differenziava era molto più sottile, poiché da un lato la lealtà non era la prima caratteristica di un corsaro, dall’altro perché tanto i corsari tanto i pirati si accordavano con nazioni grandi e piccole rendendo le calde acque del Golfo del Messico un posto davvero pericoloso.
La figura del corsaro però ispirò un grande ciclo letterario, guidato in Italia dai racconti di Emilio Salgari. Ma ciò che più ci è rimasto di questi straordinari personaggi, l’esempio più fulgido della figura del corsaro, è rappresentata dall’epopea di Sir Francis Drake. Costellò gli ultimi venti anni del XVI secolo di imprese formidabili: una di queste la circumnavigazione del globo. Partito da Plymouth nel 1577 con 5 navi, dopo aver esplorato la Terra del Fuoco scoprendone la natura insulare e lo stretto che porta il suo nome, si avventurò fino in California dove fondò New Albion in nome della regina Elisabetta I.
Dopo aver compiuto la traversato dell’oceano Pacifico colse di sorpresa una flottiglia spagnola alle Molucche e in quell’occasione accumulò un bottino enorme. Oltre alle ricchezze acquisì anche la gloria quando tornò in patria, a Plymouth, nel 1580, dove venne accolto con tutti gli onori e venne nominato barone.
Al di là di alcune figure eccezionale i filibustieri delle Antille erano avanzi di galera, avventurieri o coloni insoddisfatti del basso tenore di vita. A Port Royal, in Giamaica, nella seconda metà del Seicento diedero vita a ciò che Ned Ward chiamerà “il letamaio dell’universo, popolato esclusivamente da prostitute, galeotti e alcolizzati”. Qualcuno potrebbe pensare che ci fosse di mezzo l’intervento divino nel devastante terremoto che nel 1692 fece sprofondare nel mare la capitale delle Antille, luogo dove Cromwell aveva inviato tutti gli uomini più infimi e indesiderati di Inghilterra. Questo atto simbolico mise fine per sempre al ciclo corsaro nei Caraibi: i galeoni spagnoli infatti si fecero sempre più radi e attaccare le coste era troppo rischioso anche per uomini di mare navigati come i pirati delle Antille.
Di seguito è riportato uno scritto di Alexandre Olivier Exquemelin, che fu un pirata del XVII secolo, circa le convenzioni in uso tra i filibustieri di Port Royal.
“Prima di salpare, i bucanieri fanno sapere a coloro che intendono partecipare alla spedizione il giorno esatto in cui si devono imbarcare, ricordando a tutti di portare con sé polvere da sparo e pallottole. Quando tutti si sono imbarcati, si riuniscono e tengono un consiglio di guerra per decidere dove procurarsi le provviste, specialmente la carne (quella di maiale che consumano più spesso, seguita da quella di tartaruga). Talvolta decidono di fare una razzia in qualche porcilaia degli spagnoli. Piombano in questi posti nel cuore della notte, assaltano la capanna del guardiano, lo tirano giù dal letto e lo costringono a consegnare tutti i suini di cui hanno bisogno.
La razione di cibo stabilita per ciascuno due volte al giorno è quello che possono mangiare, senza nessun limite; non solo, ma il cambusiere non dà al capitano una razione maggiore di quella che passa all’ultimo dei marinai, sia di carne che di qualsiasi altro cibo.
Una volta imbarcate le provviste, i bucanieri tengono un altro consiglio di guerra per decidere dove andare a cercar fortuna. Si accordano inoltre su una serie di articoli che vengono messi nero su bianco e che tutti sono obbligati a rispettare e a sottoscrivere. In questo testo precisano accuratamente quanto denaro ciascuno di loro dovrebbe ricavare dalla spedizione, e si attinge dal bottino comune formato da tutto ciò che viene rubato nel corso del viaggio: in caso contrario, ossia se non si riesce a fare bottino, vale tra i bucanieri la stessa legge degli avventurieri, ossia niente preda, niente paga (no prey, no pay). Prima di tutto si indica quanto deve ricevere il capitano per la sua nave, poi viene stabilito il guadagno del carpentiere che ha carenato, riparato e attrezzato l’imbarcazione. Questa cifra ammonta di solito a 100 – 150 pezzi da otto, ma può essere maggiore. Dal bottino vengono scalati 200 pezzi da otto per viveri e attrezzature, un compenso per il chirurgo e i medicinali (di solito valutato in 200 – 250 pezzi da otto), infine vengono fissati gli indennizzi per chi rimane ferito o mutilato nel corso della spedizione.
per la perdita del braccio destro 600 pezzi da otto, o sei schiavi
per la perdita del braccio sinistro 500 pezzi da otto, o cinque schiavi
per la gamba destra 500 pezzi da otto, o cinque schiavi
per la gamba sinistra 400 pezzi da otto o quattro schiavi
per un occhio 100 pezzi da otto, o uno schiavo
per un dito della mano lo stesso che un occhio
Queste somme si attingono dal bottino comune, tutto quello che rimane, viene distribuito equamente tra tutti i marinai, tenendo conto che il capitano ha diritto a ricevere cinque o sei volte la quota di un marinaio semplice, il secondo solo due e gli altri ufficiali proporzionatamente al loro incarico.
Pagati questi, il resto viene diviso in parti uguali tra tutti i marinai. Solo i mozzi ricevono mezza quota.
E’ severamente proibito per chiunque appropriarsi di una cosa qualsiasi del bottino, tutti giurano di non fuggire e di non sottrarre il minimo oggetto. Chiunque infranga questo giuramento viene bandito dal gruppo.”
Tuttavia l’economia sotterranea del Seicento non era costituita solo dal fenomeno della pirateria. Anche l’usura era e tutt’oggi rimane una piaga diffusa, sebbene all’epoca l’influenza della Chiesa spesso non faceva distinguere il prestito a interesse dall’usura come la consideriamo oggi.
Sull’argomento si sono espressi grandi pensatori del Seicento, come l’inglese Francis Bacon, il quale credeva che come non si può vincere la natura spezzando le proprie catene naturali, bensì obbedendole, così l’usura era un fenomeno che non poteva essere contrastato ma che poteva essere legalizzato e regolamentato in modo da garantire una maggior giustizia. Qualche anno più tardi anche John Locke si espresse su questo tema, ponendo l’interesse come conseguenza e non come causa della quantità di moneta in cerca d’impiego, influenzando l’opinione delle società anglosassoni e luterane circa l’usura. In ogni caso la questione era lontana dall’essere risolta, essendoci un polo contrario al prestito ad interesse ed un altro, specialmente britannico, favorevole al prestito fruttifero ma contrario all’usura.
Anche il contrabbando fiorì negli Stati del Seicento in particolare a Venezia dove esistevano due tipologie di sale: il sale bianco di Cipro e il sale grosso e nero di Corfù. Nella Serenissima il commercio di questo preziosissimo bene era appaltato ai conduttori ma questi, pur di rientrare nelle spese, vendevano la merce a prezzi troppo elevati. Perciò si misero all’opera i contrabbandieri i quali, dotati di imbarcazioni di minor tonnellaggio e non costretti da contratti con il Doge, avevano meno obblighi e controlli sui loro traffici e potevano offrire una concorrenza più competitiva. Questa pratica era tutto sommato tollerata; al contrario pene severe attendevano coloro che, durante il tragitto per portare sale ad un qualche magazzino o comunità, sottraesse della merce vendendo quindi un minor quantitativo allo stesso prezzo.

(A cura di Vincenzo Romaniello)

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