LA GIUSTIZIA DEL 600:

Fin dall’antichità l’uomo è stato un essere con grande forza ed energia interiore che non sempre riusciva a controllare. Ciò ha portato l’uomo a creare delle regole per tutelarsi e limitare quest’energia che potrebbe sfociare in qualcosa di negativo e nocivo. Non tutti gli uomini sono in grado di rispettare le regole e altri vengono costretti ad infrangerle. Per tutelare le persone che avrebbero dei problemi se queste regole venissero infrante esistono le forze dell’ordine che si occupano di esercitare la giustizia. ma che cos’è la giustizia?
Secondo la mia opinione non vuol dire solamente mettere in prigione i trasgressori di una legge che in un certo senso serve a pareggiare i conti, ma vuol dire anche fare in modo che il colpevole capisca i propri errori in modo che la prossima volta sappia compiere la scelta giusta.
Non tutti possono esercitare il potere della giustizia e solo lo Stato può farlo perchè i cittadini gli hanno affidato il compito di difendere la libertà e la sicurezza di tutti. Lo Stato può arrestare, processare e punire i colpevoli attraverso il potere giudiziario che appartiene alla Magistratura.Lo Stato però non può condannare un cittadino senza prima essersi accertato che sia colpevole.
Infatti prima si esegue un processo per verificare come sono andate realmente le cose, una persona non si può condannare senza che abbia avuto modo di difendersi e naturalmente non si può condannare l’imputato in base al ceto sociale. L’argomento della Giustizia è molto delicato e spesso sucita discussioni. Una discussione spesso affrontata è quella riguardante la severità delle pene. C’è chi crede ancora nell’applicazione della pena di morte. Quando si parla di Giustizia però bisogna evitare l’atteggiamento di chi vorrebbe sempre punire con molta severità.Non sempre i colpevoli hanno la possibilità di scegliere o sono cresciuti in ambienti doveper sopravvivere bisogna usare la violenza. In pratica sono i primi ad essere stati vittima della delinquenza. In conseguenza la condanna che si assegna deve servire a “rieducare” chi ha sbagliato in modo di aiutarlo e diventare onesto. Nche le vicende della Storia dimostrano che pene crudeli non migliorano la situazione,quello cheserve veramente è il cambio di mentalità: cioè imparare ad avere rispetto per gli altri e le leggi così tutti possiamo vivere bene in una società civile e progredita.
Nell’Italia del 600 la giustizia dei comuni era piuttosto arbitraria e nella mani dei potenti. Le istituzioni non negavano leggi e punizioni per angherie o soprusi commessi ma venivano gestite e amministrate da giudici che le interpretavano in modo diverso a seconda delle situazioni e dei propri interessi.
Per quanto riguarda l’Inghilterra tra i principali giudici troviamo Sir Matthew Hale ( 1609-1676 ), giudice della Common Pleas : Corte giudiziaria di Common Law creata nel 1178 dal re Enrico II (1133-89) come enucleazione delKing’s council.
Era composto da 5 giudici (tre laici e due ecclesiastici) che accompagnavano il sovrano nei suoi viaggi di giustiziere itinerante attraverso il regno. In base alla Magna charta libertatum del 1215 fu poi insediata a Westminster, con competenza di giurisdizione ordinaria, ossia relativa alla generalità delle controversie tra privati.
Nel 1875 la Court of Common Pleas ( corte delle udienze comuni )cessò la propria autonoma attività, confluendo nella Queen’s Bench Division della High Court of Justice.
Il sistema del Common law è un modello di ordinamento giuridico, di matrice anglosassone, basato sui precedenti giurisprudenziali più che su codici o, in generale, leggi e altri atti normativi di organi politici. Il sistema di Common law è contrapposto al sistema del Civil law, l’altra branca della tradizione giuridica occidentale.
Un altro giurista inglese molto importante fu Sir Edward Coke conoscitore esemplare del Common Law e autore dei ” The reports in thirteen parts ” che ricostruiscono il sistema di Common Law attraverso migliaia di casi decisi dal Medioevo al Seicento.
BILL OF RIGHTS:
Act of habeas corpus ( 1679 ): strumento formale per impedire arresti illegali da parte del potere esecutivo: ogni suddito può ottenere un writ di habeas corpus per essere sottoposto ad un processo con giurati.
dopo qualche anni Bill of rights dichiarò illegale :
ogni ordine regio sospensivo dell’applicazione di una legge ;
ogni imposizione tribunaria non votata dal Parlamento;
il mantenimento dell’esercito in tempo di pace senza l’autorizzazione del parlamento;
stabilì la libera elezione dei membri del Parlamento, libertà di parola, necessità di convocazione regolare delle sessioni parlamentari .
Uno dei principali giudici tedeschi fu Benedikt Carpzov è nato a Brandeburgo il 22 ottobre 1565, e dopo aver studiato a Francoforte e Wittenberg , e visitare altre università tedesche, è stato fatto dottore di leggi a Wittenberg nel 1590. He was admitted to the faculty of law in 1592, appointed professor of institutions in 1599, and promoted to the chair Digesti infortiati et novi in 1601. È stato ammesso alla facoltà di giurisprudenza nel 1592, nominato professore di istituzioni nel 1599, e promosso alla cattedra Digesti infortiati et Novi nel 1601. In 1602 he was summoned by Sophia , widow of the elector Christian I. of Saxony, to her court at Colditz, as chancellor, and was at the same time appointed councillor of the court of appeal at Dresden . Nel 1602 fu convocato da Sophia , vedova del principe elettore Cristiano I di Sassonia, alla sua corte a Colditz, come cancelliere, e fu allo stesso tempo nominato consigliere della Corte d’appello di Dresda . After the death of the electress in 1623 he returned to Wittenberg, and died there on the 26th of November 1624, leaving five sons. Dopo la morte della Elettrice nel 1623 è tornato a Wittenberg, e vi morì il Nov 26, 1624, lasciando cinque figli. He published a collection of writings entitled Disputationes juridicae. Benedikt Carpzov (1595-1666), second of the name, was the second son of the preceding, and like him was a great lawyer. Ha pubblicato una collezione di scritti intitolata Disputationes juridicae. Benedikt Carpzov (1595-1666), secondo il nome, era il secondo figlio del precedente, e come lui era un grande avvocato.
In questo secolo fu scritto anche un trattato sulla tolleranza dal filosofo Voltaire. Il trattato è una breve opera di polemica civile e politica oltre che storica e filosofica. La struttura è circolare poiché parte dalla triste vicenda dei Calas per concludersi con la riapertura e la revisione di questo caso. All’interno di questo modulo circolare Voltaire struttura ed articola una vera e propria trattazione sulla tolleranza.
Sul piano religioso Voltaire ammira la convivenza , realizzatasi sul suolo inglese , di fedi diverse e lo spirito di tolleranza che impronta i rapporti tra di esse . A livello politico il regime parlamentare presenta molti vantaggi rispetto alle tendenze oscurantistiche della monarchia francese . Ma è soprattutto sul piano scientifico e filosofico che gli inglesi hanno molto da insegnare . Voltaire infatti individua nel metodo sperimentale di Newton e nell’ empirismo gnoseologico di Lockei due fulcri concettuali che hanno trasformato la cultura europea . Soprattutto attraverso Voltaire , quindi Newton e Lockeappaiono agli intellettuali francesi (e poi europei) i capostipiti ideali della nuova cultura illuministica , i maestri di un nuovo modo di pensare che deve essere sviluppato in tutti gli ambienti del sapere e della cultura . In realtà il pensiero filosofico di Voltaire non presenta particolare originalità nel suo complesso . Esso si trova esposto , ad esempio , in opere quali il Trattato di metafisica (1734) e gli Elementi della filosofia di Newton(1738) . La sua concezione del mondo naturale è strettamente legata al modello del meccanicismonewtoniano , a fondamento sperimentale , in esplicita contrapposizione con quello cartesiano, costruito con un’ operazione astrattamente intellettuale . Di derivazione lockianaè invece la gnoseologia di Voltaire , che vede nell’ esperienza il principio di ogni conoscenza ed esclude la possibilità di dare una risposta razionale ai problemi metafisici che vanno al di là della verificabilità empirica : nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu.Ancora di ascendente inglese è il deismodi Voltaire , avversario di ogni religione rivelata ( schiacciate l’ infameera il suo pungente motto contro la Chiesa cattolica ) quanto di ogni forma di ateismo : l’ esistenza di Dio , causa e ordinatore del mondo , è razionalmente dimostrabile , mentre và al di là di ogni conoscenza umana la definizione dell’ essenza e degli attributi divini : secondo Voltaire , che in questo caso si avvicina molto al razionalismo aristotelico, l’ esistenza di Dio può essere dimostrata con la ragione ; Dio é il motore immobile , il garante dell’ ordine nell’ universo : Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo, ma tutta la natura ci grida che esiste. La provvidenza di Dio si limita quindi a garantire l’ ordine e la necessità delle leggi naturali e non investe le vicende umane ( come aveva detto pure Epicuro) . Partito da un moderato ottimismo , in cui ( sull’ esempio del poeta-filosofo Alexander Pope ) si presume che la realtà , non soltanto quella naturale , presenti nel complesso un carattere ordinato e positivo . Voltaire approda poi a un sostanziale , anche se moderato , pessimismo .
Montesquieu:
Charles-Louis de Secondat, barone de La Brède et de Montesquieu, meglio noto unicamente come Montesquieu (La Brède, 18 gennaio 1689 – Parigi, 10 febbraio 1755), è stato un filosofo, giurista, storico e pensatore politico francese. È considerato il fondatore della teoria politica della separazione dei poteri.
Montesquieu pubblica la sua opera più importante e monumentale, Lo spirito delle leggi (L’esprit des lois), frutto di quattordici anni di lavoro, anonimamente nella Ginevra di Jean-Jacques Rousseau, nel 1748. Due volumi, trentadue libri, un lavoro tra i maggiori della storia del pensiero politico. Una vera e propria enciclopedia del sapere politico e giuridico del Settecento.
L’opera venne attaccata da gesuiti e giansenisti e messa all’Indice (Index Librorum Prohibitorum) nel 1751, dopo il giudizio negativo della Sorbona.
Nel libro XI de Lo spirito delle leggi, Montesquieu traccia la teoria della separazione dei poteri. Partendo dalla considerazione che il “potere assoluto corrompe assolutamente”, l’autore analizza i tre generi di poteri che vi sono in ogni Stato: il potere legislativo(fare le leggi), il potere esecutivo(farle eseguire) e il potere giudiziario(giudicarne i trasgressori). Condizione oggettiva per l’esercizio della libertà del cittadino, è che questi tre poteri restino nettamente separati.
Montesquieu cercò di dimostrare come, sotto la diversità degli eventi, la storia abbia un ordine e manifesti l’azione di leggi costanti. Ogni ente ha le proprie leggi. Le istituzioni e le leggi dei vari popoli non costituiscono qualcosa di casuale e arbitrario, ma sono strettamente condizionate dalla natura dei popoli stessi, dai loro costumi, dalla loro religione e sicuramente anche dal clima. Al pari di ogni essere vivente anche gli uomini, e quindi le società, sono sottoposte a regole fondamentali che scaturiscono dall’intreccio stesso delle cose.
Queste regole non debbono considerarsi assolute, cioè indipendenti dallo spazio e dal tempo; esse al contrario, variano col mutare delle situazioni; come i vari tipi di governo e delle diverse specie di società. Ma, posta una società di un determinato tipo, sono dati i principi che non può derogare, pena la sua rovina. Ma quali sono i tipi fondamentali in cui si può organizzare il governo degli uomini?
Montesquieu ritiene che i tipi di governo degli uomini siano essenzialmente tre: la repubblica, la monarchiae il dispotismo.
Ciascuno di questi tre tipi ha propri princìpi e proprie regole da non confondersi tra loro.
Il principio che è alla base della repubblica è, secondo Montesquieu, la virtù, cioè l’amor di patria e dell’uguaglianza; il principio della monarchia è l’onoreossia l’ambizione personale; il principio del dispotismo, la paura che infonde nei cuori dei sudditi.

(A cura di Delia Venturini)

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Luigi XIV il Re Sole

Luigi XIV il Re Sole (Saint-Germain-en-Laye 1638 – Versailles 1715), re di Francia (1643-1715). Figlio di Luigi XIII e di Anna d’Austria, salì al trono all’età di cinque anni. Come sovrano esercitò sul paese un potere assoluto (sintetizzato nella celebre frase ‘L’Etat c’est moi’, lo Stato sono io, che gli fu attribuita) e combatté numerose guerre per il predominio in Europa. Il suo regno, il più lungo nella storia europea (72 anni), fu caratterizzato da una grande fioritura delle arti e della cultura.
I PRIMI ANNI
Nel 1643, alla morte del padre, il giovane principe salì al trono, prima sotto la reggenza della madre, alla quale dovette la propria educazione cattolica, e in seguito del cardinale Mazzarino, che lo iniziò all’arte del governo. Gli episodi della Fronda (due ribellioni contro la Corona scoppiate fra il 1648 e il 1653) furono un chiaro monito, per il sovrano, della necessità di ripristinare l’ordine nel paese e dell’urgenza di varare nuove riforme e lo resero profondamente diffidente nei confronti della nobiltà. Dopo la pace dei Pirenei (1659), nel 1660 Luigi sposò l’infanta Maria Teresa, sua cugina, figlia di Filippo IV di Spagna.
Alla morte di Mazzarino (1661), il sovrano si rifiutò di nominare un primo ministro: decise infatti di governare da solo e scelse Jean-Baptiste Colbert come consulente finanziario, il quale sviluppò le manifatture, promosse l’esportazione e riorganizzò la flotta francese. Nonostante la giovanissima età, Luigi si dimostrò un ottimo sovrano. Creò due nuovi strumenti di potere: un corpo di diplomatici molto preparato e un esercito permanente. Dopo il 1682 si trasferì quasi definitivamente nella splendida reggia di Versailles, nei pressi di Parigi, che divenne celebre per la lussuosa vita di corte.
ANNI DI GRANDI GUERRE
In politica estera il Re Sole ebbe un unico grande obiettivo: affermare la potenza francese, consolidando le frontiere e ostacolando il potere degli Asburgo, che in passato avevano minacciato la Francia su due fronti attraverso il controllo della Spagna e della Germania. Nelle quattro guerre che combatté, Luigi seppe essere anche un valido comandante militare. Nel 1667, rivendicando i diritti di sua moglie (jus devolutionis) sui Paesi Bassi, condusse la guerra di devoluzione. I successi riportati dai francesi spinsero Inghilterra, Olanda e Svezia a unirsi contro la Francia e a trovare un accordo con la pace di Aquisgrana (1668). Nel 1672 Luigi spedì un’armata contro l’Olanda: per sei anni olandesi, spagnoli e austriaci, uniti in una grande coalizione, resistettero agli attacchi francesi. Con i trattati firmati a Nimega (1678) Luigi ottenne dagli spagnoli la Franca Contea e si appropriò di numerose fortezze nelle Fiandre.
Mentre le sue truppe combattevano contro i protestanti olandesi, vietò la libertà di culto agli ugonotti (i protestanti francesi) e rafforzò il controllo sul clero cattolico. Nel 1685, determinato nel voler costringere gli ugonotti alla conversione, revocò la carta delle libertà, l’editto di Nantes, esiliando oltre 200.000 persone e scatenando la rivolta dei camisards. Sebbene approvata dai sudditi cattolici, la revoca dell’editto di Nantes scatenò l’opposizione dei protestanti di tutta Europa.
Dopo la morte della regina Maria Teresa, nel 1683, Luigi aveva sposato in segreto Françoise d’Aubigné, conosciuta come Madame de Maintenon, con l’accordo che i suoi figli non avrebbero avuto alcun diritto al trono. Nel 1688 spedì un’armata in Renania rivendicando il Palatinato per la cognata Elisabetta Carlotta di Baviera e dando così inizio alla guerra della Lega di Augusta (1688-1697), che portò alla luce la debolezza dell’esercito francese. Nonostante la vittoria in Renania, la pace di Rijswijk (1697) segnò l’inizio del tramonto della monarchia francese.
L’ultima impresa militare di Luigi XIV fu la guerra di successione spagnola (1701-1714), scoppiata quando al trono di Spagna ascese il nipote di Luigi, Filippo.
LA GUERRA DI SUCCESSIONE SPAGNOLA
Il 1 novembre del 1700, Carlo II, ultimo Asburgo del ramo spagnolo, muore senza eredi diretti. Già due anni prima le maggiori potenze interessate avevano tentato di dirimere la questione della successione fra i vari pretendenti, indicando come futuro re di Spagna il figlio del principe elettore di Baviera, Giuseppe Ferdinando, la cui nonna paterna era sorella del sovrano spagnolo. In questo modo si voleva scongiurare la possibilità che l’eredità andasse ad altri due discendenti indiretti di quella dinastia, Luigi XIV di Francia o l’imperatore Leopoldo I d’Asburgo, che succedendo al trono di Spagna, avrebbero entrambi alterato l’equilibrio europeo. Nell’accordo, peraltro, erano previsti importanti compensi territoriali per quei due monarchi. Nel 1699 però la morte del giovanissimo principe bavarese porta le maggiori potenze a stipulare un nuovo trattato in favore del secondogenito dell’imperatore, Carlo d’Asburgo, al quale andrebbero la Spagna e le colonie d’America, mentre il delfino di Francia avrebbe dovuto ricevere Napoli, la Sicilia e il Ducato di Lorena, e il duca di Lorena il Ducato di Milano. Questa vera e propria spartizione è concordata senza la partecipazione di Carlo II, che, facendo proprie le idee del “partito” fautore dell’integrità spagnola, un mese prima di morire, nomina erede il duca d’Angiò, Filippo di Borbone, nipote di Luigi XIV, a condizione che rinunzi per sé e per i suoi successori ai diritti sulla corona francese. Il re Sole decide di disattendere l’accordo precedentemente stipulato e di accettare per il nipote la successione. Alcune iniziative politiche e militari, prese immediatamente dopo, rivelano la sua intenzione di interferire negli affari spagnoli: truppe francesi sono inviate a Mantova e nei Paesi Bassi, Filippo d’Angiò si circonda di consiglieri francesi e concede a compagnie commerciali francesi privilegi e vantaggi negli scambi con le colonie americane. La Gran Bretagna e l’Olanda si alleano con l’imperatore Leopoldo I per impedire che sotto il re di Francia si crei una nuova “monarchia universale”. Si uniscono alla Grande Alleanza vari principi tedeschi, fra cui l’elettore di Brandeburgo, premiato nel 1701 con il titolo di re di Prussia. Il duca di Savoia, in un primo tempo alleato della Francia, passa nel 1703 nel campo avversario, ottenendo la promessa del Monferrato; lo stesso cambiamento di campo viene compiuto dal re del Portogallo, che con l’accordo Methuen-Alegrete sottoscrive un trattato commerciale con la Gran Bretagna molto favorevole a questa potenza, a danno degli spagnoli e dei francesi. La guerra di successione spagnola mobilita eserciti più numerosi di ogni altro conflitto del secolo precedente: circa 600.000 uomini sono impegnati sui fronti principali. Dopo alcuni successi iniziali della Francia, le operazioni condotte su diversi fronti volgono in favore della Grande Alleanza che può contare sulla superiorità marittima anglo-olandese e sulle risorse finanziarie di Londra e di Amsterdam. Le grandi capacità militari di Eugenio di Savoia e di John Churchill duca di Marlborough risultano determinanti nell’importante vittoria conseguita dalle armate dell’Alleanza a Blenheim, in Baviera, nell’agosto 1704. Nel frattempo, le truppe francesi invadono il Piemonte e assediano Torino: nel 1706 subiscono però una pesante sconfitta da parte dell’esercito di Eugenio di Savoia che prende possesso di Milano a nome dell’arciduca Carlo, proclamatosi a Barcellona l’anno prima – sull’onda del movimento separatista catalano -Carlo III re di Spagna. Il duca di Marlborough avanza nel frattempo nelle Fiandre, sconfiggendo i francesi a Ramillies. Alla presa di Gibilterra (1704) fa seguito l’occupazione da parte della flotta inglese di Minorca e della Sardegna (1708), mentre un altro esercito imperiale occupa nel 1707 Napoli. Nel 1708 le truppe anglo-imperiali entrano nel territorio francese espugnando Lille e arrivando a minacciare Parigi.
LE CONDIZIONI DI PACE Nell’inverno del 1709 un’eccezionale gelata distrugge i raccolti francesi e provoca una gravissima crisi demografica, economica e finanziaria. Luigi XIV chiede ufficiosamente la pace. Le condizioni imposte dagli alleati sono così umilianti (tra queste, la richiesta dell’impegno da parte del re di Francia di allontanare anche con le armi – suo nipote da Madrid) da costringerlo a chiedere al paese un ulteriore sforzo per continuare la guerra. Nel settembre 1709 il maresciallo Villers ferma l’avanzata degli alleati a Malplaquet; anche i tentativi di insediare Carlo III sul trono spagnolo falliscono perché Filippo V riesce a unire la sua causa a quella dell’indipendenza nazionale. Nel 1710, intanto, cade a Londra il ministero whig, sostituito da un governo tory, più sensibile alle proteste dei proprietari terrieri contro il peso delle tasse per la guerra. Nel 1711 la prematura scomparsa del nuovo imperatore Giuseppe I, fratello di Carlo, apre il problema della successione agli stati ereditari austriaci e alla dignità imperiale e minaccia di sconvolgere, in caso di riconoscimento di Carlo anche come re di Spagna, l’equilibrio europeo. La Grande Alleanza si scioglie e i dissensi fra gli ex alleati portano a due trattati di pace separati: quello di Utrecht, concluso nel 1713 dalla Francia con la Gran Bretagna e l’Olanda, e quello di Rastatt, l’anno dopo, con la monarchia austriaca. Il primo prevede la cessione di gran parte del Canada agli inglesi, che ottengono nel Mediterraneo Gibilterra e Minorca, oltre al riconoscimento dell’asiento, il contratto per la fornitura di schiavi africani nelle colonie spagnole; il secondo porta i Paesi Bassi ex spagnoli, nonché il Ducato di Milano e i regni di Napoli e di Sardegna sotto il dominio austriaco. UN GRANDE MECENATE Oltre alle glorie militari, Luigi XIV volle acquistare alla Francia meriti anche nel campo delle arti. Commedie di Molière e Racine furono rappresentate a corte, quadri dei maestri francesi decoravano le pareti dei palazzi reali e la musica di Jean-Baptiste Lully intratteneva gli ospiti del sovrano. La reggia di Versailles fu il palcoscenico ideale per la sua corte sontuosa.
Sotto il suo regno furono fondate l’Accademia di pittura e scultura (1655), l’Accademia delle scienze (1666), l’Accademia di architettura (1671) e nel 1680 la Comédie Française. Per volontà del sovrano Parigi fu teatro di grandi opere architettoniche e urbanistiche: le mura medievali furono abbattute, fu costruito l’Hôtel des Invalides per i veterani, fu progettato il grande viale degli Champs-Elysées e fu ristrutturata la cattedrale di Notre-Dame.
Durante il lunghissimo regno del Re Sole la Francia si impose come modello politico e burocratico per l’Europa assolutista del XVIII secolo.
La Reggia di Versailles La reggia di Versailles (in francese château de Versailles) è un’antica residenza reale. La città di Versailles, nata dalla scelta di questo luogo da parte del giovane Luigi XIV per allontanarsi dalla capitale e dai suoi cittadini, temuti e considerati difficili da tenere sotto controllo, dopo l’episodio della Fronda, costituisce oggi un comune autonomo situato nell’attuale dipartimentodelle Yvelines, in Francia. LA STORIA DELLA REGGIA All’inizio versailles era solo un casino di caccia del Re Luigi XIII che aveva acquisito la tenuta da un certo Albert de Gondi nativo di Firenze, divenuto poi maresciallo di Francia col nome di Duc de Retz. All’inizio, era il 1623, era solo una casa di mattoni e pietra sormontata da un tetto d’ardesia in cima ad una collina.
Luigi XIII, grande amante della caccia, decise di trasformare e ampliare il primo castello, tra il 1631 e 1634 e ne affidò l’incarico a Philibert Le Roy che procedette con la ricostruzione dell’edificio preesistente, con l’aggiunta di ali e di quatto nuovi padiglioni. Luigi XIII decide di riscattare il campo di Versailles e di procedere con un ulteriore ampliamento dell’edificio, ma la sua prematura morte impedirà la realizzazione di questo progetto.
Il figlio di Luigi XIII, Luigi XIV, il Re Sole, si era nel frattempo invaghito del posto che aveva visitato per la prima volta all’età di 13 anni e, decise di realizzare quella che in seguito sarebbe diventata la sua dimora stabile al posto del Louvre. Stanziò ben 1.100.000 lire dell’epoca, equivalenti a circa 14 milioni di Euro attuali e incaricò Louis Le Vau della ricostruzione gli edifici, Charles Errard e Noel Coypel della decorazione degli appartamenti e André Le Notre della realizzazione dell’Orangerie (le serre) e della Ménagerie (l’uccelliera).
L’idea di erigere uno dei palazzi più straordinari d’Europa non era ben visto in quanto il luogo, di per sè, era brullo e non adatto ad ospitare una residenza reale, ma questo ovviamente non fermò Luigi XiV. La prima festa data alla reggia, che durò ben una settimana, dal 7 al al 14 maggio del 1664 (I piaceri dell’isola incantata) fu anche l’occasione per mostrare agli scettici ciò che di grandioso si stava realizzando.
Tra il 1664 e il 1666 il Re decise di rendere Versailles molto più accogliente in modo da potervi passare diversi giorni con il suo Consiglio. La scelta fu dovuta più a motivi finanziari, e comunque la superficie fu ulteriormente ampliata fino a triplicarsi e la decorazione fu lussuosissima, tutta basata sulla rappresentazione del Sole, onnipresente a Versailles.
I giardini, molto apprezzati dal re, furono ulteriormente ampliati e ornati con diverse sculture di Girardon e di Le Hongre. Nel 1667 fu realizzato il Gran canal dove, a volte, si svolgevano rappresentazioni di battaglie navali. Il problema dell’acqua era veramente un grande problema perchè far funzionare i giochi d’acqua delle fontane era praticamente impossibile senza una grande pressione.
Luigi XIV chiese quindi di costruire un sistema in grado di prelevare l’acqua dalla Senna e farla salire fino a Versailles per alimentare i giochi d’acqua. Del progetto furono incaricati gli ingegneri italiani Francine, che furono gli “Intendenti delle acque e delle fontane di Francia” fino al 1784.
Fu realizzata, quindi, una colossale macchina chiamata “Macchina di Marly” che, su tre differenti livelli, aveva 250 pompe azionate dalla corrente della Senna e realizzate per la maggior parte in legno. Il materiale usato fu di una quantità incredibile: centomila tonnellate di legno, ottocentocinquanta tonnellate di piombo, uguale quantità di acciaio e diciassetemila tonnellate di ferro.
L’acqua veniva sollevata fino a 163 metri rispetto al livello della Senna attraverso tre condotte successive passando per due serbatoi intermedi ad altezze di 48 e 99 metri rispetto al punto di prelievo. La portata era compreso tra i 1500 e i 1800 m³/giorno. Poi, attraverso una condotto a arrivava fino a Versailles. la macchina era molto rumorosa tanto che, ben presto, la zona circostante divenne disabitata; la manutenzione era inoltre costosissima e impegnativa in quanto le parti lignee necessitavano di una revisione continua.
La macchia funzionò perfettamente fino alla rivoluzione quando la manutenzione fu sospesa. le parti lignee si deteriorarono rapidamente e la macchina cessò di funzionare; fu smontata definitivamente nel 1817.
Attualmente l’approvvigionamento dell’acqua necessaria a far funzionare le fontane di Versailles avviene grazie a delle potenti pompe elettriche. Tra il 1668 e il 1670 le Vau intraprese la costruzione dell’Enveloppe, un secondo edificio che circondava il primo castello: L’appartamento del Re e quello della Regina furono edificati simmetricamente, uno di fronte all’altro, di fronte ai giardini e tra i due, una vasta terrazza. Alla morte di Le Vau (ottobre 1670), Colbert affidò all’architetto François d’Orbay l’incarico di proseguire i lavori.
Il nuovo castello che si realizzò non sostituì il precedente, ma convisse col vecchio castello. Era un palazzo di concezione Italiana, tutto in pietra. Nel 1670 Luigi XIV decise di far demolire il vecchio villaggio di Trianon situato a nor ovest del parco e di far edificare al suo posto un edificio dove potersi isolare dalla Corte. Fu realizzato quindi il Trianon, detto anche Trianon di Porcelaine perchè le pareti erano rivestite di porcellana di Delft.
Nel 1677 il Re decise di trasferire la sua residenza ufficiale a Versailles realizzando quindi la centralizzazione dell’amministrazione e raggruppando anche fisicamente attorno a sé i propri ministri, i loro servizi e l’intera corte. Fu quindi redatto un nuovo progetto di ampliamento di Versailles che raggiunse le attuali dimensioni. Il 6 maggio del 1682, a lavori ancora in corso, il Re Sole si trasferisce definitivamente a Versailles che diventa così la sua residenza ufficiale. La corte di Versailles fu per tutte le corti d’Europa una testimonianza della potenza della Francia e di Luigi XIV e divenne ben presto un modello da imitare. Nel 1687, stanco del Trianon, Luigi XIV fece costruire nello stesso luogo un piccolo palazzo di marmo e porfido con dei giardini, il Grand Trianon, come è tutt’oggi.
Il primo settembre del 1715, all’età di 77 anni, il Re Sole muore dopo aver regnato sulla Francia per 72 anni e mettendo fine a quello che fu definito il Grande secolo di Luigi il Grande.
Dopo Luigi XIV, sotto i regni di Luigi XV e Luigi XVI si continuò con ampliamenti, ristrutturazioni e restauri, ma Versailles non fu più la stessa; era finito il periodo d’oro per Versailles anche perché non era amata come quanto lo fu dal e Sole.
Il Piccolo Trianon venne fatto costruire da Luigi XV, figlio del Re Sole, per incontrare segretamente la sua concubina favorita, Madame de Pompadour che purtroppo non vide mai la fine dei lavori.
La moglie di Luigi XVI, la Regina Maria Antonietta, nel 1783 desiderosa di fuggire alla Corte di Versailles, fece costruire nei pressi del Petit Trianon (regalatole dal marito dopo la nascita del primo erede maschio) un piccolo villaggio. Il Borgo fu così creato nello spirito di un vero villaggio normanno, con undici case sparse intorno al grande lago.
Cinque di queste furono riservate per l’uso della Regina e deii suoi ospiti: il Queen’s House, Sala Biliardo, Boudoir, Mill e rinfreschi Dairy, mentre quattro case sono state riservate per l’occupazione dei contadini. Nel 1830 il palazzo è intatto ma in completo declino. Louis-Philippe , che vuole evitare la sua distruzione , decide di trasformarla in un museo dedicato “a tutte le glorie della Francia “.
La scala dei principi:
Questa scala che ha conservato le decorazioni del XVII secolo unisce il piano terra al primo piano dell’ala sud, o ala dei principi, che ospitata alcuni membri della famiglia reale. Louis -Philippe sostituirà la volta originale con un soffitto a cassettoni.
Galleria del nord Wing:
Questa galleria che inizia nella Cappella Reale , porta alle stanze delle Crociate e a l’Opera.
Sala degli specchi:
Costruita al posto delle 2 ultime stanze del grande appartamento del Re, di una terrazza e delle 2 ultime stanze del grande appartamento della Regina, sarà costruita nel 1678 da Jules-Hardouin Mansart.
La biblioteca:
Questa antica stanza da lavoro del figlio di Luigi XV sarà utilizzata dal futuro Luigi XVI, allora Delfino, fin quando abiterà l’antico appartamento della madre.
La camera da letto:
In origine sala della Guardia di Monsieur, questa stanza sarà trasformata in anticamera nel 1693, prima di diventare la camera della Delfina nel 1747. I dessus-de-porte, dipinti da Jean Restout rappresentano Psyche che fugge dalla collera di Venere così come Psyche che implora il perdono di Venere, sono le sole vestigia delle ricche decorazioni di quest’epoca.
La stanza della Regina:
La Regina passa speso molto del suo tempo nella sua stanza, dove riceve le dame di corte la mattina al levar del sole e concede udienze private. La regina Maria Teresa e Maria Leszczinska e del Delfinato Marie -Anne di Baviera e Maria Adelaide di Savoia muore nel letto dove nasceranno gli eredi al trono.
La stanza del Re:
Questo salone centrale, che riuniva in origine l’Appartamento del Re e la Regina , si apriva sulla terrazza con tre porte che saranno sostituiti da cancelli durante la costruzione della Sala degli Specchi.
La Cappella reale:
Questo edificio costituisce la quinta Cappella costruita per il Castello. Consacrata a San Luigi, sarà los scenario delle cerimonie dell’Ordine dello Spirito Santo. In questa Cappella si svolgevano le cerimonie per le vittorie militari, le nascite dei Figli di Francia e i matrimoni dei Principi. La Capella è stata costruita da Jules Hardouin-Mansart. La qualità delle decorazioni e dell’architettura contribuiscono a fare di questa Cappella uno dei capolavori dell’arte religiosa.
Ha due livelli, Come le cappelle tradizionali Palatine, tuttavia il suo modello è d’ispirazione classica. Le decorazioni illustrano il parallelismo esistente tra Nuove e vecchio Testamento. Gli affreschi del soffitto rappresentano i tre personaggi della Santa Trinità. Al centro, La Gloria di Dio Padre realizzata da Antoine Coypel. Al centro della cupola dell’abside, la Resurrezione di Cristo realizzata da Charles de La Fosse. In cima alla tribuna reale, la Discesa dello Spirito Santo realizzata da Jean Jouvenet. Questo parallelismi si ritrova anche nei bassorilievi del coro. I dodici profeti, posti nelle alte finestre, prefigurano i dodici Apostoli, dipinte sul soffitto dellle tribune laterali. Le sculture sono opera di un’équipe formata, tra gli altri, da Guillaume et Nicolas Coustou, Le Lorrain, Thierry, Frémin, Magnier, Le Moyne, Le Pautre, e da Van Clève.
La Galleria delle Battaglie:
Sistemata da Louis-Philippe nel 1837 sull’altezza di due piani, occupa lo spazio di quattro appartamenti del primo piano dell’ala sud e di una dozzina di appartamenti di cortigiani. Luigi Filippo, che consacrerà questa Galleria alla grandiosa storia militare della Francia, farà realizzare 35 quadri riproducenti le più grandi battaglie, ottanta busti dei Principi delle casate di Francia.
Il salone della guerra:
I muri delle tre sale, che occupano per un centinaio di metri tutta la facciata ovest del Castello, sono ricoperti da marmi rari ornati da trofei in bronzo dorato e da specchi della manifattura di Saint-Gobain. I soffitti dei due saloni, dipinti da Charles Le Brun, evocano le grandi azioni del regno.
Il salone d’Ercole:
occupa lo spazio della terza cappella del castello, costruita nel 1682 e demolita nel 1710 dopo l’inaugurazione della nuova Cappella reale. Il pavimento, costruito al livello delle antiche tribune, dà direttamente accesso all’ala nord.
I giardini:
Occupano circa 800 ettari di terreno e sono in stile paesaggistico del giardino francese. Oltre alle alberature, ai prati curatissimi e alle aiuole fiorite, nel parco di Versailles si trovano le più grandi fontane che siano mai state costruite.
I Gran canal:
E’ lungo 1500 metri e largo 62 e al centro si viene a formare la cosiddetta Croix. Luigi XIV vo fece venire delle scialuppe e dei vascelli di ridotte dimensioni.
Il bacino di Apollo:
La fontana del bacino rappresenta Apollo su un carro tirato da quattro cavalli, circondato da quattro tritoni e quattro pesci fuoriuscenti dall’acqua di fronte al tramonto. le sculture sono di piombo o di bronzo.
Il Bacino di Latona:
Costruito nel 1670 esso raffigura la storia della madre di Apollo e Diana, che protegge i figli dalle ingiurie dei contadini della Licia e chiede vendetta a Giove che provvede a trasformare i contadini in rane e lucertole. Al centro del bacino si trova il gruppo marmoreo di Latona e dei suoi figli.
La fontana dell’Encelado:
Il tema si ispira alla caduta dei Titani. L’autore raffigura un gigante, realizzato in bronzo dorato, sepolto sotto i massi che lotta contro la morte.
Il Bacino del Drago:
Si trova oltre il Viale dell’Acqua, composto da ventidue gruppi di statue bronzee, rappresenta uno degli episodi del Mito di Apollo. Il drago Pitone è circondato da delfini e da putti armati di frecce. Lo zampillo principale arriva a fino a ventisette metri di altezza. Qualche cifra sul complesso La reggia di Versailles è gestita dal 1995 dall’Ente Pubblico del Museo e deiBeni culturali di Versailles, il cui presidente è Jean-Jacques Aillagon, consigliere di stato. Quest’Ente pubblico impiega 900 dipendenti, di cui 400 addetti alla sorveglianza. Accoglie 3 milioni di visitatori all’anno nella reggia e 7 milioni nel parco. Il 70% dei turisti è costituito da stranieri. La Reggia comprende tre edifici: Versailles, il Grande Trianon e il Piccolo Trianon, e molti edifici situati in città: grandi e piccole scuderie, la sala dell’Hôtel Menus-Plaisirs, le sale del gioco della pallacorda, il Grande Comune… La Reggia di Versailles conta 700 stanze, 2513 finestre, 352 camini (1252 durante l’Ancien régime), 67 scale, 483 specchi (distribuiti nella Grande Galleria, il Salone della guerra e il Salone della Pace) e 13 ettari di tetti. La superficie totale è di 67.121 m², di cui 50.000 sono aperti al pubblico. Il parco si estende per 800 ettari, di cui 300 ha di bosco e due di giardini alla francese: il Piccolo Parco, 80 ettari, e Trianon, 50 ettari. Conta 20 km di mura di cinta e 42 km di sentieri. Ci sono 372 statue. Fra i 55 bacini d’acqua, il più ampio è quello del Grande Canale, 24 ettari e 500.000 m³, e la Piscina degli Svizzeri, 180.000 m³. Si contano 600 getti d’acqua e 35 km di canalizzazioni. Un programma di riorganizzazione, il “progetto della Grande Versailles” (in francese “Grand Versailles”), è stato lanciato nel 2003. Finanziato dallo Stato per una cifra di 135 milioni di euro per i primi sette anni, si prolungherà per 17 anni e riguarderà tutto il complesso, sia quello della reggia sia quello del parco. I tre obiettivi principali sono quelli di assicurare la stabilità, proseguire i restauri e creare nuovi spazi per l’accoglienza del pubblico. Insieme allo Stato sono presenti numerosi mecenatiche finanziano i restauri. I loro contributi rappresentano il 5% delle entrate. Anche la fondazione “Amici Americani di Versailles” ha recentemente donato 4 milioni di dollari (cioè i due terzi del costo totale) per il restauro del «boschetto delle tre fontane», inaugurato nel giugno 2004, e la società Vinci finanzia quello della « Galleria degli Specchi » per un totale di 12 milioni di euro. I lavori sono stati completati il 27 giugno 2007. La reggia di Versailles, con il suo parco unico al mondo, è stata inserita nel 1979 nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.

(A cura di Mario Palazzo)

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CHIRURGIA E MEDICINA NELL’XVII SECOLO

Nel Medioevo la chirurgia subisce un processo d’involuzione per la perdita del collegamento con il sapere antico; a tale distacco contribuì l’interdizione del suo esercizio dal clero, motivata dai suoi aspetti cruenti, che estraniò dalla chirurgia i depositari della cultura classica e lasciò libero il campo agli empirici, spesso barbieri, che talora acquistarono un certo prestigio. Nel Rinascimento e nel 17° secolo un accenno di ripresa della professione medica trova espressione nel miglioramento della tecnica e nei primi tentativi di nuovi interventi: la legatura delle arterie nei monconi di amputazione, il perfezionamento dei metodi di plastica, della rinoplastica in particolare, la protezione delle ferite, la legatura dell’arteria a monte degli aneurismi, la cura operatoria dell’ascesso epatico e quella mediante trapanazione del cranio nell’epilessia post-traumatica.
All’inizio del XVII secolo la professione medica non godeva ancora di alcun prestigio tra la popolazione. Con l’invenzione della stampa le opere d’Ippocrate e di Galeno vengono diffuse, ma il ritorno all’antico avviene più a scopo d’erudizione e di critica
La chirurgia è il ramo fondamentale della medicina che affronta il problema terapeutico con atti manuali o con operazioni strumentali; la sua distinzione nel vasto campo delle discipline mediche è essenzialmente d’indole pratica e non concerne gli aspetti dottrinari.
Nel XVII secolo la chirurgia è considerata ancora arte inferiore alla medicina: quasi tutti i chirurghi escono dalla corporazione dei barbieri e sono dei pratici ai quali manca generalmente ogni fondamento di studi; se un chirurgo, desideroso di innalzare la sua condizione, voleva ottenere una licenza in medicina doveva impegnarsi con atto notarile a non praticare più operazioni chirurgiche.
Le medicine e le terapie del XVII secolo rispecchiavano le idee della vecchia materia medica medievale. La composizione e la somministrazione dei medicinali non avevano subìto cambiamenti, tuttavia fu proprio in questo periodo che presero forma le prime specialità medicinali.
Un contributo notevole fu dato dai nuovi semplici medicinali, importati dal continente da poco scoperto, ricco di prodotti ignoti agli abitanti della vecchia Europa: uno tra questi fu di più larga fama per gli avvenimenti clamorosi che ne accompagnarono la sua diffusione; la scoperta delle virtù antipiretiche della corteccia dell’albero di china, e, poi, la radice di Colombo, le foglie di digitale, il legno guaiaco, la radice d’ipecacuana, il cui uso era già noto da secoli agli abitanti del brasile.
Il farmaco che suscitò grande meraviglia fu la corteccia di china. Le sue virtù terapeutiche furono introdotte in Spagna grazie alla contessa di Chincon, moglie del Viceré spagnolo nel Perù, che ammalatasi di febbri intermittenti, guarì per mezzo di questa droga. All’epoca la china era distribuita in forma di polvere costituita dalla corteccia macinata.
L’antimonio fu un altro medicamento che nel secolo XVII ebbe una storia movimentata. Minerale quanto mai pericoloso per la sua alta tossicità, ne era tassativamente vietato lo spaccio da parte dei ciarlatani che ne facevano largo uso nella preparazione dei loro secreti. Già noto fin dall’antichità, l’antimonio fu introdotto come terapia da Paracelso; la sua azione era di emetico – purgativo che poteva diventare pericoloso ed anche mortale se le dosi superavano la soglia massima o se il paziente non aveva la resistenza necessaria a sopportarlo. C’erano diversi modi per somministrare l’antimonio; più particolare era quello che consisteva nel fondere con esso tazze speciali che erano dette calice chimico, tazza purgativa perpetua, tazza rolandina, ecc. L’utilizzo era semplice: si riempiva la tazza di vino rosso o bianco e si lasciava a riposo per 12 ore se si era in estate e in 24 se si era in inverno. Passate le ore si beveva il vino che per reazione aveva formato al suo interno il tartaro emetico.
Le conoscenze scientifiche dell’epoca non consentivano di ipotizzare l’eziopatogenesi della peste. Non si conoscevano disinfettanti (l’uso del cloro come antisettico risale al 1700 e quello dello iodio al 1873) né tanto meno si conoscevano i chemioterapici, per i quali bisognerà attendere il 1935. Per difendersi dal contagio, i medici raccomandavano di tenere in bocca una spugna imbevuta di aceto o di sostanze odorifere, che gli stessi sanitari usavano quando andavano a visitare gli appestati. Non esistendo i disinfettanti si utilizzavano vari rimedi al fine di “purificare” l’aria: bruciando zolfo, polveri da sparo, legni aromatici, imbiancando nuovamente le pareti delle case dove avevano soggiornato gli ammalati, nella convinzione che la calce possedesse energiche proprietà disinfettanti. Come rimedio antipestilenziale c’era “l’erba degli Angeli”, cioè l’Angelica che in realtà ha efficacia nelle dispepsie, nel meteorismo, nelle enteriti e cui effetto sulla peste era ovviamente nullo. C’erano poi rimedi famosi come l’Aceto dei quattro ladri, le pillole antipestilenziali (ricche di mirra, aloe, zafferano) e il Balsamo del Samaritano.
Tra i rimedi più reclamizzati c’era l’Elettuario dell’Orvietano, potente controveleno, inventato da Girolamo Ferrante da Orvieto, il medicamento più venduto e reclamizzato ma anche quello più imitato dai ciarlatani. L’Orvietano conteneva nella sua ricetta originale: radice di scorzonera, carlina, imperatoria, angelica, dittamo bianco, galanga, genziana, foglie di salvia, rosmarino, ruta, cardo santo, dittamo cretico, bacche di lauro, ginepro, cannella, garofani, macis vipere con il cuore e il fegato. Il tutto era polverizzato e condito con miele ben caldo e somministrano a dosi da uno a quattro cucchiai. Provocava vomito ed era utilizzato come purga ma non solo: il suo potere era soprattutto emetico e in più l’oppio contenuto nella teriaca serviva per lenire i dolori addominali.
Il Balsamo Innocenziano era un medicamento molto in vigore nel Seicento, che fu composto dietro richiesta di Innocenzo XI nella sua spezieria. Specifico per il trattamento delle ferite, nelle contusioni, e nelle distorsioni, il balsamo aveva un potere cicatrizzante.
Il rosolio stomatito era considerato un vero e proprio segreto farmaceutico, consigliato sia da medici sia da ciarlatani. Nel Seicento, dopo attenti esami la ricetta misteriosa fu svelata: non si trattava che di un banale miscuglio di genziana, zucchero e acquavite di bassa gradazione. Un’alternativa al rosolio stomatito era l’acqua medicamentosa che conteneva oltre ai miscugli contenenti nel rosolio, una soluzione di allume di rocca in alcool.
La teriaca era prodotta e vendute dalle maggiori spezierie dell’epoca. L’etimologia del nome rappresenta ancora un dibattito aperto. Il prefisso greco ter significa bestia velenosa (si suppone la vipera); aca deriva dal verbo akeomai (sanare), per cui si deduce che un tale vocabolo significava “vipera guaritrice”. Di teriache ce ne erano tante e ognuna aveva la sua variante. Le vipere erano private di testa e coda, scorticate, aperte, lavate a lungo e messe a cuocere in acqua pura a fuoco lento per separare la carne dalla spina dorsale. Una volta cotta, la carne era pestata in mortaio per ricavare sottili lamelle che erano messe a seccare all’ombra e in un luogo orientato verso il sole di mezzogiorno. L’intera operazione richiedeva quindici giorni al termine dei quali si trasferiva il preparato in vasi di stagno, vetro e qualche volta d’oro, dove veniva conservato.
Il mercurio fu largamente utilizzato nel trattamento della sifilide. Fu Paracelso a sostenere, inascoltato, l’efficacia del mercurio nella terapia della sifilide screditando, nel frattempo, il guaiaco come rimedio insicuro e incapace di prevenire altre ricadute. I composti del mercurio furono utilizzati oltre che contro la sifilide anche come diuretici e come disinfettanti e nel 1617 fu proposto anche come antielmintico con l’avvertimento che, se assunto a piccole dosi, era velenoso soltanto contro i vermi.
La terapia antielmintica prevedeva un regime di vita tranquillo, un’alimentazione priva dei derivanti del latte, pesci e vino, e l’assunzione di cicoria, acqua di gramigna o sciroppo di assenzio. Seguiva la somministrazione di evacuanti, spesso a base di aloe. Notissimo come antielmintico era l’impiego della Felce maschio. Tuttavia la tossicità della felce maschio era altrettanto nota: poteva infatti provocare aborti, vomito, malessere generale, astenia, annebbiamento della vista, lipotimia, sonnolenza, dispnea, convulsioni, insufficienza cardiaca. L’assenzio era utilizzato come antielmintico ed era anche uno degli ingredienti dei maggiori antipestilenziali dell’epoca. Anche in questo caso c’erano degli effetti collaterali: crisi epilettiche, diarrea, vomito, crampi gastrointestinali.
La corallina officinalis, così denominata perché nasce sugli scogli e ricorda per l’aspetto un piccolo polipaio di corallo, è una pianta la cui droga era impiegata come antielmintico.
Si può concludere che le medicine e i rimedi del tempo avevano un loro spazio e una loro storia e rimanevano ancora intrise di un quotidiano antico fatto di tradizioni, credenze popolari, usi e costumi, il tutto inserito in una realtà sociosanitaria che risultava incredibilmente vivo, nonostante le contraddizioni, grazie ai passi avanti della scienza che proprio nel Seicento iniziava a percorrere nuovi sentieri.
Nel rinascimento apparvero due importanti figure della chirurgia Plastica: i Branca e i Vaneo (siciliani i primi e calabresi i secondi) che seppero approfondire le tecniche chirurgiche più avanzate del tempo. Poi il bolognese Gaspare Tagliacozzi specificò la tecnica del lembo brachiale bipeduncolato per la ricostruzione del naso, tecnica chirurgica che è ancora oggi utilizzata.
Nell’ XVI-XVII secolo iniziò il progressivo intervento degli uomini nella storia del parto anche per l’introduzione dell’uso al forcipe che fu applicato per la prima volta nel 1670 dal suo inventore Chamberlen. Questo strumento fu usato così frequentemente da diventare in poco tempo l’origine di gravi abusi.
L'”ostetricia”, uno dei rami del sapere femminile non ancora smentito dalla medicina ufficiale, durante il Medioevo si espresse peraltro in una congerie di azioni, talismani, cure empiriche, scongiuri e pronostici, dando vita a un carosello in cui convivevano conoscenze dei poteri terapeutici di erbe, pietre e acque e magismi di arcaica memoria miranti a risanare morbi fisici e turbamenti delle menti: la gran parte di queste azioni erano svolte a buon fine, “per la salute degli infanti” ma è fuor di dubbio che, di fronte alla consapevolezza dell’uso di particolari sostanze, sia i “religiosi” sia i “giudici” e i “medici” (oltre ai parenti) potessero più di una volta, “in caso di qualche inspiegabile malattia infantile” (cosa peraltro frequentissima) incolpare “forze occulte o il soprannaturale”.
Così attraverso i secoli, l’azione delle donne-medico, che controllavano i momenti di crisi biologica individuale (nascita, malattia, morte),fu interpretata ora come conseguenza naturale del ruolo assistenzialistico della donna, in cui le cure verso prole ed infermi si situavano di diritto, ora come mezzo potenzialmente pericoloso nelle mani di quella parte del genere umano fallace, discendente dalla “Prima Peccatrice”, per le appartenenti al quale era sempre più netta la somiglianza con le “Parche”, le dee del destino che filano e recidono il fato degli uomini. Il tracollo del matriarcato, sotto cui la medicina popolare trovava vigore, pose infine (specie tra XVI e XVII secolo) le basi per accuse di superstizione che, istituito l’ordine dei medici, colpirono tante guaritrici.
Il forcipe, pur essendo stato inventato tra la fine del XVI e il principio del XVII secolo, divenne il simbolo della nuova ostetricia e l’esplorazione ginecologica per mezzo di “specula” ebbe il suo primo impiego scientifico. Intorno alla metà del XVIII secolo i vari governi cominciarono a prendere atto della situazione femminile: l’elevatissima mortalità da parto, il grande numero degli aborti, l’infanticidio e l’abbandono dei figli erano alcuni dei problemi a cui si doveva fare fronte. Il primo passo fu la formazione di personale specializzato.
La diffusione dei primi trattati scientifici, oltre a eliminare le inevitabili distorsioni della tradizione orale, suscitò, infatti, un vivo interesse per l’ostetricia, promuovendone lo sviluppo scientifico e modificandone profondamente la tecnica e lo strumentario operativo. Tuttavia, la secolare separazione tra l’esercizio della pratica ostetrica, affidata alle levatrici, e l’ostetricia scientifica, monopolio di medici e chirurghi, impedì che le acquisizioni dottrinarie trovassero anche nell’età del Rinascimento una corretta applicazione pratica. Tale situazione si protrasse fino al XVII secolo, quando l’ammissione dei chirurghi al parto normale in Francia diede l’avvio a un’impostazione moderna e scientifica dell’ostetricia. Grandi progressi nella tecnica e nello strumentario operativo modificarono profondamente la pratica ostetrica: si diffuse l’uso del forcipe; fu introdotto il metodo dell’antisepsi che debellò la febbre puerperale, fu rivalutato il taglio cesareo, un tempo sicura condanna per la madre, dapprima con l’intervento demolitore di E. Porro, poi con quello conservativo di M. Saenger. Allo stato attuale, conseguita una netta riduzione della mortalità materna e fetale grazie alle più recenti acquisizioni in campo istologico, fisiologico e biochimico, si è resa sempre più indispensabile l’unione della ginecologia all’ostetricia per uno studio integrale dell’apparato genitale femminile in tutte le sue estrinsecazioni funzionali. In effetti, come le affezioni ginecologiche condizionano strettamente le modalità e le possibilità stesse di sviluppo della gravidanza, così le ripercussioni patologiche di una gravidanza anomala possono talora provocare danni notevoli. Una profilassi ginecologica adeguatamente svolta allo scopo di prevenire tali reciproche interferenze, può favorire il normale svolgimento delle funzioni cui l’apparato genitale femminile è preposto.
In questo secolo l’uso delle parrucche divenne una moda dilagante: intorno al 1650 una classe di artigiani senza pretese chirurgiche si staccò dai barbieri e costituì un’associazione autonoma, i barbiers-perruquiers, tutelata, nella sua attività di confezione e vendita di parrucche, da una serie di editti reali che proibivano formalmente ai barbieri-chirurghi di invaderne il campo. Questi ripetuti interventi del potere reale possono sembrare patetici tentativi di mettere un po’ d’ordine all’interno di una situazione molto confusa e contraddittoria. La pratica medico-chirurgica sfuggiva in realtà a qualsiasi controllo ufficiale: molti medici esercitavano senza averne i titoli, molti si fregiavano di attestati fasulli o di diplomi sotto forma di lettere, rilasciati da autorità locali, il cui valore intrinseco era meno che nullo.
L’accordo del 1655, l’unione di chirurghi e barbieri-chirurghi in un’unica corporazione, non solo non portò alcun chiarimento definendo in modo definitivo nell’ambito d’intervento del chirurgo, ma fu anzi responsabile della grave confusione che continuò a regnare in questo campo, almeno fino all’inizio del XVIII secolo.
La richiesta di fusione delle due comunità, ennesimo momento della secolare lotta tra chirurghi, barbieri, e dottori della Facoltà di medicina, si risolse a tutto vantaggio di questi ultimi che accettarono la richiesta con la clausola riduttiva che la nuova associazione si modellasse sulla corporazione dei barbieri-chirurghi, sotto l’autorità del primo barbiere del re e con le garanzie dei precedenti statuti.
E solo con gli editti del 1699 e con l’istituzione del titolo di “esperto” che si comincia a intravvedere un progetto articolato di definizione dell’ambito professionale delle varie specialità chirurgiche.
Nell’atto operativo il chirurgo non può prescindere dall’aiuto di strumenti che gli permettano di agire con maggiore sicurezza. L’uso di molti strumenti permette inoltre di limitare il numero e l’opera degli assistenti. Accanto allo strumentario hanno subito una vera rivoluzione di concetti creatori e costruttivi i letti operatori, gli apparecchi d’illuminazione delle sale d’operazione. L’evoluzione della tecnica strumentale ha seguito di pari passo l’evoluzione nei concetti terapeutici e le maggiori esigenze, non solo della chirurgia viscerale, ma anche della chirurgia “esterna”.
Il riconoscimento ufficiale della classe dei medici e dei chirurghi, l’insegnamento delle scienze mediche nelle università, il rilascio di diplomi per l’abilitazione all’esercizio della medicina contribuì sicuramente a regolamentare la pratica sanitaria, per lo meno a livello cittadino. Anche il barbiere, dentista e salassatore, era vincolato al possesso di una licenza e sottostava alle norme di polizia e all’autorità del Protomedico in un quadro legislativo differente da città a città, da stato a stato, ma comunque riconducibile a principi regolatori molto simili, volti in linea di massima a reprimere l’attività abusiva. Nonostante ciò certe pratiche terapeutiche continuarono a essere esercitate da empirici, privi di qualsiasi riconoscimento ufficiale, che si trasmettevano solitamente di padre in figlio, insieme con la professione, una serie di conoscenze acquisite per tradizione e per esperienza. Alcuni tra questi cercarono di ottenere una forma di legittimazione entrando a far parte di corporazioni e comunità, quelle dei barbieri in particolare, ove queste esistevano, altri continuarono a praticare ai margini della legalità, andando a infoltire quella vasta e indefinibile categoria di operatori ambulanti, cavadenti di piazza, ciarlatani e saltimbanchi.
Il primo libro in lingua italiana in cui la materia odontoiatrica è trattata indipendentemente dalla medicina generale e dalla chirurgia, pur limitandosi all’aspetto igienico-estetico, è proprio opera di un barbiere, Cintio d’Amato che lo pubblicò a Napoli nel 1632, con il titolo: Prattica nuova et utilissima di tutto quello, ch’al diligente Barbiero s’appartiene. È un eccellente trattato di chirurgia minore (salasso, cura delle ferite) nel quale sei capitoli sono dedicati al trattamento dei denti e delle gengive, in particolare al modo di mantenere i denti saldi, bianchi e senza tartaro.
Il primo uso conosciuto del termine operateur per indicare un praticante l’arte odontoiatrica si ritrova sul frontespizio dell’opera di Arnauld Gilles, La Fleur des Remedes contre le Mal des Dents (1621), nel quale l’autore si definisce appunto Operateur pour le mal des dents. Quasi tutti gli operateurs di cui conosciamo il nome furono al servizio dei re di Francia, durante il XVII secolo; la presenza a corte di un operateur du Roi fu definitivamente stabilita e regolata da Luigi XIV e in virtù dei benefici e dei privilegi loro concessi, i dentisti del re erano gli unici a possedere un titolo ufficiale, diplomi e attestati di cui continuavano a fregiarsi anche una volta terminato il loro incarico a corte.
Il termine operateur, applicato al praticante l’odontoiatria, sembrerebbe definirlo come uno specialista in chirurgia, e così è stato inteso da parte di una certa letteratura storico-medica che afflitta da complessi d’inferiorità, nel tentativo di nobilitare le origini della professione odontoiatrica, tende a sottovalutare l’apporto, talvolta decisivo alla nascita dei primi dentisti indipendenti, della più umile figura del barbiere-chirurgo, privilegiando appunto l’aspetto strettamente chirurgico. In Francia, verso la fine del XVII secolo, ritroviamo il termine “esperto” per designare una categoria di specialisti (erniari, litotomisti, ortopedici, oculisti, e naturalmente dentisti) cui affidare una serie di operazioni chirurgiche, abbandonate prima di allora a empirici e ciarlatani.
Sonnet de Courval, nella sua Satfre contre les charlatans… (1610), dà una vivida rappresentazione del modo di operare di un famoso ciarlatano, tale Gerolamo Ferranti detto l”‘Orvietano”, che godeva di fama e reputazione in Francia all’inizio del XVII secolo:
“Il suo palco era eretto nella corte del Palais, sul quale saliva superbamente vestito, una grossa catena d’oro al collo, e vantava attraverso mille menzogne e ostentazioni le virtù occulte e le ammirevoli proprietà dei suoi unguenti, balsami, olii, estratti, quintessenze, distillati, calcinati e altre fantastiche confezioni… Quattro eccellenti suonatori di violino sedevano ai quattro angoli del suo teatro… assistiti da un insigne buffone, di nome Galinette de la Galina, che per parte sua faceva mille scimmiotterie e buffonerie per attirare e divertire il pubblico”. Tra le droghe che vendeva c’era un unguento contro le bruciature e per dimostrarne l’efficacia “egli si bruciava pubblicamente le mani con una torcia, fino a renderle tutte vescicate, poi si faceva applicare il suo unguento, che lo guariva in due ore”; ma prima, dice l’incredulo de Courval, egli aveva cura di lavarsi segretamente le mani con una certa acqua che aveva la proprietà di preservare la pelle dall’azione del fuoco e di produrre sulla superficie delle vescicole formate da una sostanza che vi era disciolta. Smerciava inoltre un altro balsamo per le ferite da arma bianca a garanzia del quale mostrava le cicatrici di ferite che egli si procurava personalmente, guarite, a suo dire, dopo solo ventiquattro ore.
Nell’esercizio dell’arte dentaria si era fatto una grande reputazione strappando gratuitamente i denti col solo aiuto delle mani e senza causare dolore. Secondo de Courval il Ferranti, cui riconosceva un’abilità fuori dal comune, provvedeva sempre ad applicare con le dita una polvere narcotica che anestetizzava la parte da trattare e poi una sostanza caustica che produceva un’escara gengivale, causticando il dente fino alla radice, tanto che una minima trazione era sufficiente a permetterne l’estrazione. Non era certo questa la tecnica utilizzata dal Ferranti: la sua fama quale dentista fu senza dubbio anche il frutto di un’abile mistificazione, comune a molti ciarlatani cavadenti di ogni tempo e paese. I denti estratti con tanta maestria non erano altro che denti cavati in precedenza e che erano mostrati mentre sortivano dalla bocca di compari particolarmente abili nel simulare le sofferenze del mal di denti.
Era proprio il dolore di denti che motivava la decisione, spesso rimandata all’estremo, di farsi cavare i denti marci; e la fama di un cavadenti era direttamente proporzionale alla sua abilità nell’usare i ferri chirurgici.
Gli operatori ambulanti, che non avevano una sede fissa per il loro esercizio, si trasferivano a cavallo o a dorso di mulo, da un paese all’altro frequentando periodicamente le fiere e i mercati: erano i dentisti del mondo rurale, venditori di droghe e chirurghi improvvisati (i salassi e le avulsioni dentarie erano gli interventi più praticati e meno costosi), in genere tollerati e talvolta anche protetti dalle autorità locali.
Nei grandi borghi e nelle città il ciarlatano esercitava di preferenza su una pubblica piazza: era il “dentista di professione”, vestito con abiti eleganti e a colori vivaci che dall’alto del suo palco, le cui pareti erano tappezzate di diplomi (spesso fasulli) attestanti la sua abilità nell’arte di cavar denti senza procurare dolore, vantava i mirabili pregi dei suoi rimedi e le sue strabilianti capacità operative. Molti si presentavano come allievi dei più noti dentisti
dell’epoca, assumevano il nome di altri operatori di fama e si dichiaravano, secondo le opportunità, originari di qualsiasi paese. Il paziente era sistemato su una sedia o uno sgabello, spesso sul tavolato del palco, a gambe penzolanti, mentre l’operatore agiva alle sue spalle, servendosi dei classici strumenti. I ciarlatani, naturalmente, erano tenuti a pagare le imposte fissate dall’amministrazione cittadina per esercitare in pubblico la loro professione, che si basava essenzialmente sulla vendita di elisir, pomate, pozioni, unguenti, balsami contro tutti i mali. Spesso la formula doveva essere preventivamente approvata dai Magistrati alla Sanità, come nel caso di questa ricetta di uno specifico venduto da un cavadenti veneziano nel XVIII secolo.
Con l’editto reale del 1699, infatti, si subordinava la pratica della chirurgia minore al superamento di un esame teorico e pratico, che il candidato doveva sostenere di fronte a un collegio di esaminatori presieduto dal Primo Chirurgo del Re.
Superato l’esame, che, poiché non s’istituivano corsi preliminari, non poteva che limitarsi a un controllo di una generica capacità professionale comunque acquisita, il neo diplomato assumeva il titolo, ufficiale a tutti gli effetti, di “esperto”, in campo odontoiatrico expert pour les dents.
Era così associato alla vita di una “Comunità di Maestri Chirurghi”, sottoposto all’autorità del Primo Chirurgo, impegnandosi a versare i contributi d’uso e a non superare i limiti imposti all’esercizio della sua arte.
I ciarlatani si occupavano ovviamente nell’aspetto pratico delle malattie del sistema urinario, in particolare dei calcoli. Così da secoli (o meglio, da millenni) la ‘cura chirurgica’ della calcolosi urinaria era divenuta appannaggio pressoché esclusivo di coloro che, come ad esempio i norcini, avevano una certa confidenza con la dissezione e l’anatomia in quanto esperti nel castrare i maiali.
Ovviamente, tra i tanti c’era sempre qualcuno che emergeva per qualche innata capacità ‘operatoria’. E uno di questi fu nella seconda metà del XVII secolo un certo Jacques de Boilieu, passato alla Storia dell’Urologia come Frate Jacques.
Frate Jacques conduceva una vita austera dispensando la sua opera tra villaggi e città, recando a tracolla una piccola sacca con i ‘ferri’. In breve divenne famoso per la sua bravura, tanto da essere ospitato nel prestigioso ospedale Hôtel Dieu di Parigi ed essere ammesso alla corte di Luigi XIV, dopo aver operato con successo un calzolaio affetto da una grave calcolosi.
Storicamente va però ricordato che Frate Jacques non è stato un semplice esecutore dei metodi tramandati dalla tradizione: certo, in un primo tempo dovette seguirli pedissequamente, ad esempio praticando un’incisione nel perineo per raggiungere la vescica e asportare il calcolo (quando riusciva a localizzarlo) e applicando poi sulla ferita esterna una benda imbevuta di vino e olio.
Ma con la pratica, résosi conto che una tale tecnica comportava non pochi inconvenienti, inventò un metodo d’incisione che consentiva di ottenere sulla parete vescicale un’apertura molto più ampia per favorire l’uscita del calcolo e rendere l’operazione più rapida e meno dolorosa.
Tuttavia, tanta perizia, ma sopratutto i lauti guadagni legati alla sua fama, suscitarono l’invidia dei medici e dei barbieri-chirurghi francesi, tanto da costringerlo a lasciare Parigi, e accettare l’invito del Conte delle Fiandre affetto da alcuni calcoli vescicali che gli rendevano difficile la minzione. Prima di sottoporsi all’intervento, il Conte volle però accertarsi personalmente della reale bravura di Frate Jacques, e pretese di presenziare all’intervento su ben ventidue pazienti di ‘mal della pietra’. Soltanto dopo aver constatato i buoni risultati decise di farsi operare.
Ma per lui le cose non andarono per il verso giusto. Con grande smacco per Jacques, il quale, per evitare ulteriori guai e ritorsioni, abbandonò precipitosamente la Francia, accolto con tutti gli onori in Olanda, in Belgio e in Italia. Continuerà ovunque a operare e a estrarre calcoli, non soltanto a personaggi di rango ma (gratuitamente) anche alla povera gente. Tant’è che alla fine, per sostenere la propria famiglia fu costretto a far fondere tutti gli oggetti d’oro ricevuti in dono.
Qualunque sia oggi il giudizio che si può dare di Frate Jacques, anche tenendo conto delle cognizioni e della tecnologia del tempo, è innegabile che egli sia stato l’iniziatore del metodo di laterale della vescica, che avrebbe dominato per un buon secolo la chirurgia della calcolosi vescicale.
Nell’alto medioevo l’ospedale è soprattutto uno xenodochio (dal greco xenos = “ospite, straniero” e dokeion = “ospizio”). Nel basso medioevo è soprattutto un ospedale nel senso più moderno. Infatti, svolge un’azione prevalentemente di riparo, ma sempre più indirizzata a malati, vecchi e bambini, quindi brefotrofi (dal greco brefos = “neonato” e trefo = “nutrire”), orfanotrofi (dal greco orfanos = “privo di”) e gerontocomi (dal greco geron = “vecchio”).
Tra il XII e il XIII secolo, la lebbra ebbe la sua massima espansione; si ebbe quindi una crescita numerica dei lebbrosari. Alla fine del XIV secolo compare in Europa la peste con la sua carica di morti. Il lebbrosario è una struttura per cronici, inguaribili, strutturata come una piccola città, nata per isolare, non per guarire. Il lazzaretto nasce per gli acuti, a pericolosità altissima, ma con la possibilità di recupero. Con il lazzaretto inizia la storia dell’ospedale moderno.
Il maggior ospedale conosciuto dell’epoca si trovava al Cairo: l’Ospedale di Al-Mansur, fondato nel 1283, era strutturato con una divisione per reparti specialistici, secondo una logica attuale; prevedeva anche una sezione di dietetica coordinata con la cucina dell’ospedale, un reparto per i pazienti esterni, sale di conferenze e biblioteca.

(A cura di Enrico Rosa)

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TECNICHE DI NAVIGAZIONE DEL XVII SECOLO

Nel XV secolo, sulla spinta delle scoperte geografiche e dell’esplorazione dei nuovi mondi, si passa dalla tecnica del cabotaggio alla navigazione oceanica.
Fin dall’Antichità, infatti, nel mare mediterraneo si praticava la navigazione di piccolo cabotaggio (dal portoghese cabo, capo); essa si svolgeva normalmente con imbarcazioni piccole o medie che, si spostavano da porto a porto sulla stessa costa. Il suo grandissimo sviluppo era determinato dalla concentrazione di molte attività economiche presso il litorale, che consentivano di svolgere un commercio di ridistribuzione locale e dai vantaggi che il trasporto su acqua offriva rispetto a quello terrestre, meno sicuro e più costoso.
Tale tecnica di navigazione a vela di poppa e giardinetto, sfruttava le brezze costiere e i venti stagionali e avveniva a vista, sfruttando i punti di riferimento visibili lungo la costa (porti, insenature, torri, promontori, centri abitati, ecc.), e utilizzava delle mappe chiamate portolani (il cui nome deriva dalla parola latina portus, porto) in cui però, più che le rotte marine, erano raffigurati i territori costieri che i marinai imparavano a riconoscere con l’esperienza.
L’imbarcazione più usata nell’Antichità e ancora nei secoli XIII-XVII era la galea o galera, in uso nel Mediterraneo con impiego sia militare che commerciale .
Era lunga 40/50 metri, larga 5 metri, aveva due alberi con vele triangolari e doppia fila di remi con una forza motrice fino a 150 rematori. La versione commerciale di tale tipo di imbarcazione presentava un numero ridotto di rematori ma una maggiore ampiezza di velatura. Adatta alla navigazione di piccolo e medio cabotaggio nel Mediterraneo, non reggeva però le onde e le distanze oceaniche.
Nel XV secolo le galee cominciarono ad imbarcare a bordo dei cannoni: generalmente un cannone di corsia centrale più alcuni pezzi di calibro inferiore sulla rembada. La potenza di questi cannoni, specie di quelli laterali, era però limitata perché le sollecitazioni derivanti dallo sparo scuotevano e danneggiavano la nave.
Alla fine del Medioevo l’uso dei remi nelle grandi imbarcazioni venne progressivamente sostituito con l’esclusivo impiego delle vele. In particolare, erano a vela le navi costruite nei paesi dell’ Europa settentrionale per navigazione nell’Oceano Atlantico, e quelle da trasporto come la caracca, questo tipo di navi erano in grado di navigare bene anche con i venti non favorevoli ed erano attrezzate con pezzi d’artiglieria. A partire dal XVII secolo si diffuse il galeone che oltre ad avere una maggiore potenza di fuoco, poteva affrontare le rotte oceaniche, che con l’incremento dei traffici con l’America diventavano sempre più importanti.
I primi ad adottare questo nuovo tipo di imbarcazione furono i paesi della costa atlantica, soprattutto l’Inghilterra e Olanda, e così i popoli del Mediterraneo in materia di navigazione rimasero indietro, rispetto a quelli nordici. Attrezzata anche per trasporti di merci preziose, era il vascello, che divenne nave di linea nelle flotte militari dei sec. XVII, XVIII e XIX. Sviluppatosi in Olanda nel Seicento come ultimo stadio evolutivo del galeone, aveva scafo solido e potenti artiglierie. Ma il tipo di nave più legato al periodo delle scoperte geografiche e dei viaggi oceanici è sicuramente la caravella. E’ a bordo di questo tipo di nave, infatti, che Cristoforo Colombo attraversò l’Oceano Atlantico alla volta delle Indie, scoprendo in realtà nel 1492 l’America. Di questo tipo di veliero, adatto alla navigazione in mare aperto (anche perché per tenere la rotta utilizzava un timone invece di un grosso remo situato a poppa), furono realizzati svariati tipi nei diversi paesi europei. La caravella, pur essendo più leggera della caracca, poteva resistere a burrasche e tempeste, sia per il suo migliorato sistema di vele, sia per la sua costruzione. Le assi delle sue fiancate non erano infatti accostate ma sovrapposte. La forma dello scafo di questa imbarcazione era in genere agile e particolarmente adatta a risalire il vento, ma aveva una capacità di carico minima e quindi era inadatta a caricare le merci e i prodotti provenienti dalle nuove terre, che venivano perciò affidati a navi più economiche e con maggiore capacità di carico. Per questi motivi fu utilizzata solo per un breve periodo di tempo. Le caravelle erano usate soprattutto per i viaggi d’esplorazione e il più grande estimatore di questo particolare tipo d’imbarcazione fu nel xv secolo Enrico il Navigatore, re del Portogallo. Anche Magellano le usò per il suo giro del mondo, e due delle tre navi con cui Cristoforo Colombo scoprì l’America, la Pinta e la Santa Clara (la Nina), erano caravelle. La Santa Maria , invece, è indicata come nao, un veliero simile alla caravella ma di dimensioni maggiori. Le tecniche elementari di navigazione già in uso nell’Antichità furono perfezionate, a partire dal XIII secolo, con l’introduzione della bussola e, successivamente, con la preparazione dei portolani, che descrivevano i profili costieri.
Ma tali tecniche tradizionali, che consentivano di orientarsi con relativa facilità nel piccolo bacino del Mediterraneo, mostrarono i loro limiti quando presero avvio le navigazioni oceaniche.
I sistemi di navigazione furono quindi rivoluzionati nel XV e XVI secolo, quando, grazie soprattutto ai portoghesi, la cartografia nautica ricevette un impulso notevole; furono prodotte tavole affidabili della declinazione solare ( le effemeridi) e fu messo a punto l’astrolabio nautico che, insieme al quadrante, costituiva l’attrezzatura tecnica utilizzata da Cristoforo Colombo, Vasco De Gama e Magellano nelle loro esplorazioni.
Poco dopo la metà del Cinquecento apparve il loch, un solcometro che consentiva di misurare con maggior precisione la velocità della nave. Nel 1549 il navigatore inglese John Davis ideò uno strumento rivoluzionario che da lui prese il nome di Quadrante di Davis.
L’innovazione principale di questo strumento fu che si usava dando le spalle al Sole (da cui il nome inglese di Back-Staff), così da misurare l’altezza senza essere abbagliati.
Sempre nel XVI secolo fu ideato il Notturlabio, descritto per la prima volta nel 1581, impiegato per determinare l’ora di notte.
Di particolare importanza fu l’invenzione, intorno al 1730, del sestante, strumento ottico che serviva per misurare l’altezza degli astri sull’orizzonte marino e determinare la latitudine e la longitudine, che sostituì l’astrolabio, fino a quel tempo il principale strumento di navigazione.
Il sestante venne perfezionato nel 1731 da John Hadley che presentò alla Royal Society di Londra il primo strumento costruito sul principio della doppia riflessione: l’Ottante. Sicuramente è ai marinai e ai viaggiatori dell’epoca delle grandi scoperte geografiche dei secoli XV e XVI che si deve la nascita della cartografia moderna, ma è anche vero che le annotazioni e le rappresentazioni grafiche, diventate via via sempre più precise, favorirono l’espansione della navigazione e dei traffici commerciali, non più circoscritti al solo Mediterraneo ma estesi agli oceani. Perciò, fu proprio a partire dal XVI secolo che l’invenzione della stampa, la scoperta di nuove terre da parte dei grandi navigatori oceanici, quali Cristoforo Colombo (1451-1506), Amerigo Vespucci (1454-1512), Giovanni Caboto (xv sec), Ferdinando Magellano (1480-1521), nonché il forte interesse politico venutosi a creare intorno ai nuovi territori, diedero un nuovo impulso agli studi geografici, astrologici e cartografici. La sfericità della terra diventò un concetto diffuso, la navigazione a stima fu abbandonata, crebbe il bisogno di mezzi cartografici e strumentali sempre più precisi. A Gerardo Mercatore (1512-1594), geografo di Fiandra, si deve la realizzazione della celebre carta del mondo: la carta Mercatore (1569), costruita con la nuova proiezione che da lui prese il nome e che subito ebbe grande diffusione, soprattutto per esigenze di navigazione. Su tale proiezione vennero creati i primi atlanti geografici moderni. Al periodo delle esplorazioni e dei grandi viaggi transoceanici seguì quello delle conquiste del continente americano. La Spagna si ritrovò padrona di un vasto dominio che fruttava immense ricchezze. Dai porti di Cartagena, sulle coste della Colombia, e di Porto Belo, presso Panama, le navi spagnole partivano cariche d’oro, argento, perle e spezie destinate ai mercanti europei. Ma non sempre le navi arrivavano a destinazione: molti, infatti, si davano da fare per intercettarle, primi fra tutti i sovrani di Francia, Inghilterra e Olanda, che, troppo deboli per attaccare direttamente la Spagna, erano in grado di firmare “lettere di corsa”, ossia autorizzazioni a capitani spregiudicati per “correre” il mare per loro conto, dividendo il bottino. Fu da allora che i mari cominciarono ad essere infestati da Corsari, Pirati e Filibustieri .
Fra le cause dello sviluppo della moderna pirateria vi fu quindi l’azione di Francia ed Inghilterra che, per contrastare la Spagna nel mare dei Caraibi, finanziarono vascelli corsari che saccheggiassero i mercantili spagnoli. Successivamente, sia per il venir meno dell’appoggio anglo-francese, sia per una acquisita abitudine allo stile di vita libero ed indipendente molti corsari divennero pirati. Nel corso del XVII e XVIII secolo il primato dei mari passò dalla Spagna e il Portogallo all’Olanda e Inghilterra che grazie alle loro capacità di navigazione e di commercio crearono dei veri e propri imperi coloniali con possedimenti in tutto il mondo, acquisendo così per molti secoli la supremazia economica.
SCOPERTA DELL’OCEANIA
Fu Magellano che iniziò le scoperte dell’Oceania, della quale si erano avuti solo pochi accenni e notizie. Si crede che i primi esploratori dell’Oceania siano stati gli egiziani che erano andati in cerca della gomma derivata dall’ eucalipto che veniva usata per l’imbalsamazione e probabilmente a seguirli furono gli arabi nell’XI secolo. Poi nel XVII secolo furono gli olandesi che approfondirono le conoscenze del nuovissimo mondo.Nel 1616 il navigatore olandese Dirk Hortog annotò il primo dato ufficiale di uno sbarco in Australia.Invece nel 1642 sempre un navigatore olandese Abel Tasman arrivò in Nuova Zelanda. Però solo nel 18° secolo grazie a James Cook che fece viaggi fra il 1768 e il 1779 si potè fare un’esatta rappresentazione dell’Oceania che fino ad allora era creduta un vasto continente. In aprile del 1770 Cook a bordo di una nave inglese avvistò la costa orientale dell’Australia e reclamò il territorio per la corona inglese. Nel 1769 la Nuova Zelanda venne esplorata da Cook e lo stesso Cook esplorò la Nuova Caledonia nel 1774.L’Inghilterra dopo la costituzione delle prime colonie in Australia si impossessò rapidamente di tutto il territorio reclamandolo alla corona(1826).Nel 1840 l’Inghilterra proclamò la propria sovranità nella Nuova Zelanda.Anche le isole furono raggiunte da missionari cattolici, protestanti, francesi, americani ed inglesi. Alla fine dell’800 Francia, Germania, America ed Inghilterra si erano praticamente spartite l’Oceania.Durante la seconda guerra mondiale l’Oceania fu una terra in cui c’erano feroci scontri fra il Giappone e gli stati Uniti. Tra il 1960 e il 1980 si affermò un processo di decolonizzazione dell’Oceania. Questa affermazione portò all’ indipendenza molti arcipelaghi dell’Oceania.
SCOPERTA DELL’AUSTRALIA
Sin dai tempi dell’antica Roma, circolava la leggenda di un continente australe, sperso nell’immensità degli oceani. Ma soltanto nel diciassettesimo secolo gli europei sbarcarono nel vasto continente. Dopo varie incursioni dei portoghesi, il primo a mettere piede sul suolo australiano fu l’olandese Abel Tasman, il quale tra il 1635 e il 1645 esplorò gran parte dell’arcipelago australe del sud, dando il nome all’attuale isola di Tasmania. Furono i britannici, con l’esploratore e cartografo James Cook, nel 1768 a raggiungere per la prima volta il continente, fondando la prima colonia a Botany Bay a pochi chilometri dall’attuale Sydney. Vent’anni dopo da Londra furono inviati in Australia i primi ergastolani, e i prigionieri considerati pericolosi per la società, costretti ai lavori forzati per estrarre risorse minerarie da inviare in madre patria.

L’insediamento inglese, però, incontrò subito l’ostilità delle popolazioni aborigene che, assieme alle condizioni non troppo favorevoli dell’ambiente naturale, creò non pochi problemi alla colonia. Come se non bastasse, all’inizio del diciannovesimo secolo, l’arrivo dei “liberi” britannici fece precipitare la colonia nel caos, a causa degli scontri con gli ex forzati che rivendicavano pari diritti. Per tutto il diciannovesimo secolo, l’espansione coloniale si spinse dai primi insediamenti del sud (chiamata Nuovo Galles del Sud) verso l’ovest. Nel 1837 i coloni fondarono la città di Adelaide (il cui nome deriva dalla moglie di un premier inglese) e pochi anni dopo nacque la colonia del Queensland nel nord ovest dell’immensa isola.
MAYFLOWER
Il Mayflower (letteralmente “fiore di maggio”) fu la nave con la quale i padri pellegrini, salpati il 6 settembre 1620 da Plymouth (Inghilterra), raggiunsero gli attuali Stati Uniti a Cape Cod due mesi dopo, l’11 novembre.In Inghilterra, nel 1502, la chiesa anglicana visse un periodo travagliato che portò alla nascita della chiesa calvinista oltre che chiese minori dette congregazioni o chiese riformate. John Robinson, sacerdote anglicano sospeso dal servizio dal vescovo di Norwich, entrò in contatto con un gruppo di dissidenti religiosi tra i quali John Smyth (fondatore della Chiesa Battista), William Brewster, e William Bradford.Divenuti numerosi, si insediarono in un vasto territorio nella valle del fiume Trent, tra le contee del Lincolnshire, Yorkshire e Nottinghamshire.Divergenze interne portarono alla divisione di questa congregazione in due tronconi, favoriti anche da motivi geografici: Smyth rimase a Gainsborough (Lincolnshire), mentre Brewster e Bradford si insediarono vicino a Scrooby (Nottinghamshire), con Robinson come loro pastore.Le persecuzioni messe in atto dall’arcivescovo di York e dal vescovo di Lincoln fecero decidere i due gruppi ad emigrare in Olanda, che a quell’epoca era l’unico paese in cui era presente la tolleranza religiosa, Smyth ad Amsterdam e Robinson, affiancato da Brewster e Bradford, a Leida. Qui il gruppo crebbe grazie alla gestione di Robinson e del cognato, il diacono John Carver e vi rimasero per oltre dieci anni.I padri pellegrini, dopo una lunga negoziazione, grazie all’amicizia di William Brewster con Sir Edwin Sandys (tesoriere e funzionario della prima azienda inglese in Virginia, nonché responsabile della colonia), ottennero nel 1619 una concessione dalla Compagnia della Virginia che assicurava loro parte della propria zona settentrionale in nord America nella valle del fiume Hudson.Investirono gran parte delle loro risorse, strinsero un contratto finanziario con un commerciante in ferro, Thomas Weston, ed affittarono una nave ,che in precedenza era appartenuta alla famiglia fiorentina Guicciardini, di qui il nome fiore di maggio (cioè il giglio, simbolo fiorentino per antonomasia), decisi a dar vita sotto la protezione inglese a una remunerativa attività di commercio.Il gruppo di 102 passeggeri non era omogeneo: molti erano membri della congregazione, ma si erano uniti anche un certo numero di famiglie e di altre persone che speravano di migliorare la propria situazione economica.La nave era in realtà un galeone a tre alberi di circa 180 tonnellate alla cui guida c’erano i padri pellegrini Carver e Brewster.Nel settembre del 1620 a bordo della Mayflower partirono da Plymouth e dopo circa due mesi fecero il loro ingresso al porto di Cape Cod, poi a Provincetown (Massachusetts) l’11 novembre 1620 dove costituirono la Convenzione di Mayflower che diede origine al loro governo.Rinunciando alla concessione ottenuta, sbarcarono l’11 dicembre sulla costa occidentale del Massachusetts, dove fondarono la Colonia di Plymouth, riconosciuta ufficialmente il 1 giugno 1621. Secondo la tradizione, il punto esatto in cui i padri pellegrini misero per la prima volta piede a terra nel Nuovo Mondo è contrassegnato dalla Roccia di Plymouth, che può essere tuttora vista sul lungomare della cittadina.Tra i passeggeri della Mayflower: Christopher Jones capitano e co-proprietario; John Alden, organizzatore del viaggio e fondatore della colonia; John Carver, primo governatore; William Bradford, che venne nominato governatore alla morte di Carver e venne rieletto per 30 volte consecutive.Il Mayflower lasciò Plymouth il 15 aprile 1621 e riattraccò al porto in Inghilterra il 16 maggio.La storia è in realtà complicata perché il nome Mayflower era all’epoca molto frequente per le navi e non si conosce con certezza il nome del cantiere navale che la costruì.
ARSENALE DI VENEZIA
L’Arsenale di Venezia costituisce una parte molto estesa della città insulare e fu il cuore dell’industria navale veneziana a partire dal . È legato al periodo più florido della vita della Serenissima: grazie alle imponenti navi qui costruite, Venezia riuscì a contrastare i Turchi nel Mar Egeo e a conquistare le rotte del nord .L’Arsenale di Venezia ha anticipato di secoli il moderno concetto di fabbrica, intesa come complesso produttivo in cui maestranze specializzate eseguono in successione le singole operazioni di assemblaggio di un manufatto, lungo una catena di montaggio e utilizzando componenti standard. Rappresenta l’esempio più importante di grande complesso produttivo a struttura accentrata dell’economia preindustriale. La superficie si estendeva su un’area di 46 ettari, mentre il numero di lavoratori (gli Arsenalotti) raggiungeva, nei periodi di piena attività produttiva, la quota media giornaliera di 1500-2000 unità (con un picco di 4500-5000 iscritti al Libro delle maestranze), cioè dal 2% fino al 5% dell’intera popolazione cittadina dell’epoca (circa 100.000 abitanti).Gli ampi locali delle Corderie dell’Arsenale sono attualmente utilizzati come una delle sedi espositive della Biennale di Venezia, oltre che per alcune attività di piccola cantieristica ed altre attività minori.Il termine Arsenale, in uso nell’italiano moderno, deriva dall’arabo daras-sina’ah, cioè “casa d’industria”. Il termine, noto ai Veneziani tramite i loro frequenti contatti commerciali con l’Oriente, sarebbe passato al veneziano darzanà, poi corrotto nel tempo nella forma arzanà, citata anche da Dante nell’Inferno, quindi, attraverso arzanàl e arsenàl, alla forma finale di arsenàle.La forma darzanà e poi dàrsena è invece rimasta ad indicare gli specchi d’acqua interni dell’Arsenale, e da tale uso è derivato il significato odierno del termine .Per l’Arsenale di Venezia non esiste una data di fondazione: la notizia che lo volle fondato ai primi del , nel 1104, dal doge , per l’esigenza di dare maggiore sviluppo alla cantieristica, un’attività strategica per la Serenissima, è derivata da una falsa medaglia commemorativa realizzata nel XIX secolo.L’ubicazione dell’area, compresa tra le zone conventuali di San Pietro di Castello e la parrocchia di San Giovanni in Bragora (Darsena Vecchia), fu decisa sia per motivi strategici (difesa contro eventuali attacchi nemici) che logistici (qui si trovava il punto di arrivo del legname proveniente dal ). Il primo nucleo, documentabile fin dagli inizi del , è costituito da due file di squeri ai lati della Darsena Vecchia. Vi si può accedere dal Bacino di San Marco solo attraverso uno stretto canale.
All’inizio del Trecento, in seguito alle aumentate esigenze navali della città, fu aggiunto il “Lago di S. Daniele” (annesso all’omonimo monastero) e costruito l’Arsenale Nuovo (la Darsena Nuova), raggiungendo così un’estensione di 138.600 m² In seguito fu aggiunta la Stradal Campagna sulla quale sorsero le attuali Fonderie, le Officine dei remi, le Corderie della Tana e il Reparto artiglieria. Con la caduta di Costantinopoli (1453) e la conseguente minaccia turca nel Mediterraneo, vennero erette la monumentale Porta di Terra, che alludeva al ruolo di Venezia quale baluardo della cristianità, e le due torri che affiancano la porta ad acqua, poi ricostruite nel Seicento. Il portale d’ingresso di terra fu costruito sulla base degli archi di trionfo romani, ed è il primo esempio di arte rinascimentale nella città.A partire dal 1473 fino al 1570 è la terza grande fase di sviluppo, nella quale furono apportati gli ultimi ampliamenti, con la realizzazione di residenze esterne per i lavoratori, di forni pubblici e di magazzini per i cereali (la Darsena Nuovissima) e delle Galeazze, il che portò l’Arsenale a coprire una superficie di quasi 24 ettari. Di particolare interesse per i suoi caratteri architettonici è lo Squero delle Gagiandre, eretto nel 1570 ed attribuito a Jacopo Sansovino.In una nuova area, detta Tana, sorsero le corderie, dove venivano prodotte a livello industriale le funi navali, bene prezioso nell’antichità, al più basso costo possibile, con il vantaggio di rimanere indipendenti da terzi in caso di guerra. La materia prima (la canapa, usata anche per il calafataggio degli scafi) proveniva prevalentemente dalla foce del fiume Don, sul Mar d’Azov, dove i Veneziani avevano stretto importanti accordi commerciali. Il sistema garantiva l’assenza di scarti: le corde uscivano dalla corderia attraverso dei fori, per poi essere tagliate della misura richiesta, anziché essere confezionate in lunghezze standard. Ciò garantiva un buon risparmio alla Repubblica e contemporaneamente consentiva di vendere alle navi straniere in transito le funi ad un prezzo inferiore a quello dei concorrenti.In questi tre secoli, sempre circondato da un alone di segretezza, l’Arsenale produsse le galee e le grandi galeazze, che determinarono la vittoria della cristianità nella Battaglia di Lepanto del 1571, e divenne il fulcro dello sviluppo veneziano.Nel periodo della prima occupazione francese (1797-1798), Napoleone mise fuori uso tutte le navi presenti nell’Arsenale, tranne quelle che avrebbero preso parte alla guerra assieme alla flotta francese, e licenziò tutti i 2000 arsenalotti; abolì inoltre ogni distinzione tra marina mercantile e marina da guerra. I napoleonici poi mutarono radicalmente l’organizzazione dell’Arsenale, perché ormai difficilmente agibile, e aprirono il canale di Porta Nuova affiancandovi la torre omonima.L’Arsenale fu in parte riassestato tra il 1798 ed il 1806, durante il primo governo .Il successivo governo napoleonico del Regno d’Italia, di cui Venezia entrò a far parte, apportò alcune modifiche sul piano strutturale, per rimetterlo in attività e nell’ottica di aumentarne la produttività.Nel 1814 con la caduta del Regno d’Italia Venezia e l’intero Veneto tornarono all’Impero d’Austria e l’arsenale divenne il più importante della Marina Imperiale Austro-Veneziana.Il quarto e ultimo grande sviluppo si colloca però tra il 1876 e il 1909 dopo che nel 1866 in seguito alla terza guerra di indipendenza Venezia era entrata a far parte del Regno d’Italia, che voleva riproporre l’Arsenale come importante base navale nell’alto Adriatico. Venezia era infatti stata scelta dal governo come base principale delle flotta adriatica a scapito di Ancona, sede precedente della marina adriatica. Durante questa fase all’arsenale si aggiunse l’area nuova del piazzale dei Bacini e le aree vecchie dei tre conventi soppressi di S. Daniele, delle Vergini e della . Importante fu l’opera progettuale di Giuseppe Morando, allora direttore del Genio militare di Venezia]. A seguito di vari progetti per consentire il movimento delle navi, furono scavate le strutture preesistenti fra la Darsena Nuova e la Nuovissima realizzando, al loro posto, l’attuale Darsena Grande. Contemporaneamente, per evitare la sommersione, il livello del terreno fu leggermente elevato (di circa 70 cm).Negli anni successivi l’Arsenale si avviò ad un lento declino, ormai incapace di soddisfare le enormi esigenze delle moderne forze navali, fino al suo parziale abbandono. In anni recenti si è comunque cercato di ridare importanza all’Arsenale, inserendovi alcune attività culturali e ponendo il problema del suo recupero, che in ogni caso risulta problematico data la vastità dell’area.

(A cura di Riccardo Guglielmi)

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L’evoluzione delle armi, delle tattiche e delle strategie di guerra tra il XV e il XVII secolo

Il mondo bellico, dell’industria e dell’innovazione in ambito militare, vede il suo sviluppo e la sua crescita andare di pari passo con le scoperte scientifiche. Questa simbiosi quasi “perfetta” è emersa solo con il passare degli anni, rafforzandosi sempre più.

Gli umanisti nella prima metà del Quattrocento erano convinti che gli antichi greci e romani avessero raggiunto la perfezione in quasi tutti i campi della cultura, compresi quelli della scienza e della tecnica. Nonostante ci fosse molta esagerazione in queste dichiarazioni, non bisogna negare il fatto che le conoscenze degli antichi in campo scientifico superavano di gran lunga le aspettative dell’uomo moderno. In alcuni casi, però, i moderni si mostrarono certamente superiori agli antichi.
Oltre alle invenzioni che rivoluzionarono il campo della geografia , anche altre scoperte cambiarono profondamente il mondo antico come, ad esempio, la stampa a caratteri mobili introdotta dalle lettere in piombo, evidente prova che la tecnica metallurgica dell’epoca era molto sviluppata. Con la lavorazione del ferro si iniziò a lavorare a tempo pieno anche alla produzione di altri strumenti, destinati a cambiare completamente la percezione della guerra e la sua conduzione. L’arte della guerra, nel corso del XIV secolo venne completamente modificata dall’introduzione delle armi da fuoco.
In realtà il cannone era conosciuto sin dagli inizi del Trecento e la sua origine, con tutta probabilità, era orientale. Tuttavia, a causa della difficile manovrabilità dei primi pezzi d’artiglieria, i cannoni erano utilizzati raramente. Spostare pesantissimi fusti di ferro attraverso i campi di battaglia dell’Europa tardo-medievale, non era cosa certamente semplice.
L’evoluzione tecnica della lavorazione dei metalli portò alla creazione di armi da fuoco sempre più precise e resistenti. Così bisognerà attendere sino al Quattrocento per vedere la comparsa di migliori tecniche di puntamento, migliorate le tecniche di carica e di accensione e aumentata la manovrabilità con l’introduzione delle ruote al cannone.
Così il cannone e i suoi più stretti parenti (colubrina, mortaio, bombarda, falconetto, etc.) divennero i veri protagonisti della scena bellica. Così facendo entrò in crisi l’intera concezione delle fortificazioni, le fortezze si ampliarono, lo spessore delle mura divenne imponente, mentre le fortificazioni vennero sostenute da terrapieni e bastioni, comportando, quindi, anche una grande rivoluzione a livello architettonico.
Gli assedi divennero meno lunghi e più distruttivi, grazie anche alle bombarde che scagliavano pesanti palle di pietra. Emblematico esempio è la presa di Costantinopoli, il primo grande scontro tra vecchio e nuovo modo di fare la guerra, tra ferro e fuoco risoltosi a favore di quest’ultimo. La guerra moderna cominciava così a mostrare il suo vero volto. In Europa nazioni come Francia e Spagna erano le uniche in grado di muovere eserciti numerosi e disporre di cifre considerevoli per le spese necessarie per l’artiglieria (costi d’acquisto e costruzione dei pezzi, della polvere da sparo, dei proiettili, oltre alle ingenti spese per provvedere al trasporto).
I piccoli o medi Stati non potevano che constatare la loro debolezza, in quanto le alte e solide mura che avevano sventato gli assedi dell’epoca medievale, ora si sbriciolavano di fronte alle bocche di fuoco dei cannoni, delle bombarde e delle altre, innumerevoli diavolerie dell’industria bellica metallurgica.
Dalla fine del Quattrocento i cannoni avevano sostituito le palle di pietra con quelle di ferro, inoltre si poteva spostarli su fusti muniti di ruote e trainati da buoi o cavalli. La tecnica balistica si serviva del contributo di vari esperti: gli artificieri calcolavano il rapporto fra l’alzo del cannone, la traiettoria e la potenza del proiettile; i fabbri non avevano tregua nel tentativo di trovare leghe sempre più resistenti, mentre gli armaioli inventavano strumenti da fuoco più piccoli e maneggevoli. Nacquero così gli archibugi e i moschetti, seguirono, a breve distanza, le pistole. Inizialmente si trattava di armi lunghe, pesanti e quindi poco maneggevoli, che dovevano essere supportate da una forcella piantata nel terreno. La tecnica costruttiva delle bocche da fuoco si arricchì nel 1500 delle esperienze sulla fusione dei metalli del senese Vannoccio Biringuccio ( 1480- 1539), e raccolte nella sua Pirotecnia oltre che delle realizzazioni di Giulio Savorgnano (1516-1595).
Successivamente apparirono anche i primi proiettili esplosivi, sfere di ferro, vuote all’interno e riempite di polvere da sparo, la cui accensione avveniva per via di una miccia passante attraverso un foro o focone che innescava la polvere da sparo che faceva partire il proiettile.
L’intera operazione di caricamento, di puntamento e sparo era lenta, così solo chi era in grado di schierare diversi reparti sovrapposti di archibugieri, avrebbe avuto la meglio sull’avversario.
Nel sec. XVII più che perfezionamenti tecnici si ebbero migliorie strutturali conseguenti ad una superiore comprensione del ruolo delle Artiglierie in battaglia: in tale quadro si diversificano così le Artiglierie da assedio e da fortezza (poi dette da piazza), le quali permangono di elevato calibro e peso, mentre si diffondono le Artiglierie da campagna, di piccolo calibro, leggere, maneggevoli e rapide nel tiro.
Le bocche da fuoco di queste ultime erano fuse in metallo più sottile, per farle più leggere, e fasciate, spesso, di cuoio; impiegavano munizionamento preconfezionato con celerità di tiro superiore a quella del moschetto: le trainavano uno o due cavalli e le assistevano due serventi.
Comunque la diffusione delle armi da fuoco portatili e dell’artiglieria leggera produsse un mutamento profondo. I duelli individuali tra cavalieri lasciarono il posto al tiro al bersaglio; veniva meno l’eroismo che aveva fatto di tanti antichi cavalieri dei veri e propri super eroi di un’epoca. Le loro corazze non fermavano i proiettili, i loro scudi erano inefficaci di fronte alla palla del moschetto che frantumava prima il ferro e poi le ossa.
L’arma da fuoco individuale diffusa tra i fanti fu l’ultimo, decisivo colpo dato alla cavalleria. Il numero dei combattenti e il volume di fuoco potevano essere il fattore decisivo nel determinare l’esito delle battaglie, ovviamente a scapito del valore e dell’eroismo dei singoli individui.
La geometria trova un ulteriore raggio d’azione nella scienza balistica e nell’arte architettonica. Al preciso rettilineo disegnato dal proiettile corrisponde un’arte difensiva che sappia attutirne o vanificarne gli effetti. Nasce la geometria delle fortezze che, come scrive lo storico Filippo Camerota … richiedono un’appropriata conoscenza del rapporto tra peso e gittata del proiettile, impongono la massima precisione nelle operazioni di misura e calcolo, obbligano cioè l’uomo d’armi ad acquisire i rudimenti matematici necessari alla perfetta gestione degli eserciti.
Per il moderno uomo d’armi, secondo Galileo, sono necessarie alcune precauzioni che vanno dalla conoscenza della parte minore dell’aritmetica per l’uso delle ordinanze degli eserciti e di molte altre occorrenze. Inoltre, secondo Galileo, il moderno ufficiale deve possedere la cognizione delle scienze meccaniche, soprattutto deve conoscere le macchine e gli strumenti particolari.
Tutto ciò sarà utile affinché la dimestichezza con le artiglierie sia completa.
La direzione di tiro si deve servire di strumenti come la bussola e le carte del territorio, la cui precisione deve essere tale da cogliere il disegno ogni sorte di pianta, così da vicino come da lontano.
Ecco che si fa strada l’idea della cartografia in campo militare. La conoscenza del territorio è sempre più un fattore decisivo per le sorti della battaglia. Controllare le alture su cui posizionare le artiglierie diventa fondamentale. Fare in modo che l’avversario non si possa servire di difese naturali o di posizioni rilevanti a livello tattico, significa, in primo luogo, conoscere il territorio meglio di lui.
Il soldato non è più colui che incarna i valori della corte, che assomigliano sempre più a ideali di un mondo passato; l’uomo d’arme abbandona l’armatura del guerriero, baluardo dell’onore, della fedeltà vassallatica e della cristianità, per indossare la divisa del soldato moderno che ha i tratti asettici e razionali del professionista, dell’esperto conoscitore dei problemi della gestione della guerra secondo le indicazioni della scienza e della tecnica.
Tornando poi, ai grandi passi fatti dalla scienza balistica, possiamo affermare sempre con Camerota che: “Da quando il primo colpo di cannone fu sparato contro il nemico, il problema della traiettoria dei proiettili si pose al centro delle riflessioni matematiche che accompagnarono gli sviluppi tecnologici in campo militare. Per circa due secoli la teoria aristotelica dell’impetus rappresentò il solo riferimento teorico. Alberto di Sassonia vi si appella per scomporre la traiettoria in tre parti distinte: una rettilinea, impressa dal moto violento iniziale; una curva intermedia, causata dal diminuire dell’impeto iniziale e dall’azione della forza di gravità; e una terza, nuovamente rettilinea e verticale, dove la gravità annulla totalmente il moto iniziale”.
Un chiarissimo esempio di innovazione tecnica è presentato dalla guerra dei Trent’anni che ebbe grande importanza anche nell’introduzione di significative novità in campo militare. Da questo punto di vista può ritenersi della massima importanza il ruolo dell’intervento svedese, che rappresentava sicuramente, all’epoca, la più moderna organizzazione bellica presente in Europa.
All’inizio della guerra nella maggior parte dell’Europa erano in uso le tattiche tradizionali di tipo spagnolo, non molto diverse da quelle adottate nel XVI secolo; cardine e punto importantissimo di tali concezioni era la tercio, formazione composta da un consistente gruppo di picchieri disposto in un denso quadrato e circondato da moschettieri di supporto. Nel tercio, il ruolo fondamentale era dei picchieri, che dovevano sia difendere che attaccare, avanzando a picche spianate, mentre i moschettieri avevano, in realtà, un compito subordinato, anche a causa della bassa cadenza di tiro.

In questa situazione si distingueva in modo netto ed emblematico, per le tattiche adottate, l’esercito svedese. Le riforme militari attuate da Gustavo Adolfo, si ispiravano ai provvedimenti attuati dagli olandesi nella loro decennale lotta contro la Spagna e non si limitarono e rivolgersi alle tre armi singolarmente (fanteria, cavalleria, artiglieria), ma anche al coordinamento dei vari componenti l’armata.
• La fanteria svedese si basava sulla predominanza dei moschettieri sui picchieri, in un rapporto di circa 2:1, e sull’adozione di una formazione lineare su più file (in genere sei), che consentiva di massimizzare la potenza di fuoco dei moschettieri; questi erano addestrati a ricaricare il più rapidamente possibile, e a sparare per salve controllate per fila, mentre le altre file ricaricavano.
• La cavalleria, che aveva perso importanza sul campo di battaglia nei precedenti decenni per il predominio dei picchieri, abbandonava la poco efficace tattica del caracollo e passava a una tattica più incisiva di carica all’arma bianca (in special modo la sciabola).
• L’artiglieria veniva notevolmente sviluppata, con un sostanziale alleggerimento dei pezzi, la cui maneggevolezza ne permetteva ora lo spostamento sul campo, prima quasi impossibile; inoltre vennero introdotti cannoni reggimentali per appoggiare le formazioni di fanteria e venne data molta importanza alla rapidità nel caricamento.
Tali innovazioni furono decisive per l’esito del conflitto, e vennero via via adottate dai vari contendenti. Nelle battaglie che videro scontrarsi eserciti che adottavano le due diverse dottrine (come a Breitenfeld o a Rocroi), prevalse sempre la tattica svedese.
Anche la logistica degli eserciti impegnati nel conflitto fu sempre molto problematica e il materiale per il sostentamento delle truppe era spesso ridotto ai minimi termini.
La tipica politica adottata nella guerra fu l’utilizzo delle risorse del territorio. Questa razzia di intere regioni ebbe conseguenze molto gravi sulle popolazioni, anche perchè, essendo inserita in un sistema più generale, i comandanti degli eserciti traevano lauti profitti dai saccheggi sistematici. Simbolo di questa abitudine fu il comandante imperiale Albrecht von Wallenstein: al comando di un esercito da lui stesso arruolato, trasse enormi profitti che gli consentirono di equipaggiare il suo esercito in maniera relativamente uniforme e di aumentare di molto il numero di truppe al suo comando fino al suo assassinio. Il problema dei rifornimenti incise spesso sulle operazioni militari, costringendo in alcuni casi gli eserciti a spostarsi a causa dell’esaurimento delle risorse locali; inoltre, si assistette a episodi in cui intere armate furono decimate in seguito al forzato passaggio o stazionamento in zone già esaurite.
Con il proseguire della guerra il problema logistico si fece sempre più stringente, dall’aumento del numero di uomini in campo. Molto problematico fu il pagamento delle truppe, che ricevevano il salario con ampio ritardo, provocando numerosi ammutinamenti, soprattutto da parte dell’esercito svedese. Una conseguenza secondaria della necessità di pagare ed equipaggiare un grande numero di truppe fu l’avvento della standardizzazione nelle uniformi e nell’armamento, per aumentare le velocità di produzione e diminuire i costi.
In conclusione a tutto ciò si può affermare che dalle mitiche macchine di Archimede alle moderne tecniche di guerra basata su rilevazioni satellitari, la scienza si è sempre accompagnata alla guerra; il suo imperativo era estremamente semplice e consisteva nel razionalizzare e nel perfezionare il modo di uccidere. Spesso, questo insano connubio tra scienza e guerra ha visto nelle esigenze belliche i principali finanziatori delle scoperte tecnologiche. La solida alleanza che si crea tra scienziati, tecnici e potenti dell’epoca appare significativa e offre una visione estremamente convincente della situazione e della realtà.

Elenco delle armi
Nonostante la prepotente ascesa delle armi da fuoco, quelle tradizionali non sparirono del tutto dai palcoscenici delle guerre dei secoli XVI e XVII perchè il costo elevato dei neonati strumenti di conquista impediva una diffusione omogenea.
Ecco alcune armi da taglio usate tra il XVI e il XVIII secolo.

Bade-Bade, Battig, Roentjau
Coltello malese con lama ricurva senza guardia, tagliente nella parte concava; molto caratteristici il fodero e l’impugnatura.
Badelaire
Sciabola del 1500, simile ad una scimitarra; è termine usato ancora in araldica.

Baionetta (ingl. Bayonet; ted. Bajonett; fr. Baïonnette)
Arma da taglio da inastare su di un fucile. A: Seconda meta 1600, da infilare entro la canna; B: Vauban, primi 1700; C: 1700- fine 1800; D: Sciabola-baionetta, secona metà 1800; E: Pugnale-baionetta USA, 1940. (Ill. De Vita)

Bulawa
Mazza a testa tonda dell’est europeo e area indo-persiana portata come simbolo del potere e come arma (1600-1700)

Buttafuoco inastato (ingl. Linstock; ted. Zündstock, Hanfstock, Luntenspiess; fr. boute-feu)
E’ un attrezzo del bombardiere con ferro centrale e dei rami (serpi) su cui fissare con morsetti la miccia o corda da fuoco. (Ill. De Vita)
Buttafuori (ingl. Feather Staves)
Bastone formato da una canna metallica chiusa superiormente da un coperchietto a scatto. Una forte proiezione faceva uscire una lunga lama affiancata talvolta da due piccole lame divaricate. La lama centrale era lunga anche 80 cm. (1600 – XVII sec.). Usato dai pellegrini per difendersi; può essere considerato una specie di Bordone.

Centoventi
Stilo o dei bombardieri veneti del 1600 che reca una scala graduata da 1 a 120 per individuare o ricordare i calibri dei cannoni;: essa si legge tenendo la punta dello stilo in alto e il nr. 120 si trova verso il tallone.

Chilanum
Pugnale indiano con lama di circa 30 cm a doppia curva e doppio taglio, forgiata a somiglianza di corno; guardia e pomello di dimensioni quasi eguali.
Coltellaccio da cavallo
Arma manesca di media lunghezza usata per la caccia a cavallo dal 1500.

Couse o Kouse
Coltella inastata, forse derivata dalla vouge; arma dei trabanti. Spesso le facce sono decorate con le insegne del signore. In uso in ambiente germanico fino alla fine del 1700.

Curtana o Spada di grazia
Spada con punta spezzata e che si dice essere stata fatta nel 1661 in Inghilterra per Carlo II per simboleggiare che la giustizia si deve accompagnare alla grazia.

Daghetta o pugnale da duello (fr. e ingl. Main gauche)
Pugnale o corta spada da usare con la mano sinistra nei duelli. A) Pugnale da duello con lame a seste; B) Pugnale a seste; C) Daghetta da duello con lama a pettine; D) Pugnale con lama a seste; E) ed F) Daghetta d’accompagno con vela riccamente decorata; G) ed H) Daghetta da duello. (Ill. De Vita)

Dirk
Pugnale scozzese ad un solo filo con lama pesante (1600) forse derivato dal Ballock.Lunghezza tra 30 e 45 cm. Il fodero spesso reca tasche per coltello e forchetta.

Forca
Arma in asta a due rebbi (forca da breccia). Se ha uno o due crocchi o raffi alla biforcazione e perpendicolari ai rebbi si chiama forca da scale(lett. G e H in figura). Inizialmente arma contadina (sec. XII), poi in uso militare fino ai primi del 1700.

Kama
Pugnale persiano 1600-1800 con lama diritta a doppio taglio e caratterische scanalature sfalsate sui due lati. Il manico è simile a quello del khandjar ma con pomo diverso
Katana
La famosa spada dei Samurai che, in realtà è una sciabola, sia per la curvatura, sia per il modo di portare il colpo. Le lame giapponesi, a seconda della lunghezza misurata al filo, dànno luogo ad armi da taglio di diverso nome (misure approssimative e variabili): Jan Tachi , lama oltre 84 cm, Katana e Tachi, oltre 60 cm, Chisa Katana, oltre 45 cm, Wakizashi, oltre 40 cm, Tanto e Aikuchi, oltre 28 cm, Yoroi Toshi, oltre 23 cm, Kwaiken, oltre 8 cm. Ecco nella immagine una serie di armi; dall’alto: 1) 3) e 4) Wakizashi 2) Katana 5) Tanto
Nomenclatura
• 1 – Samegawa ( o Same) – Rivestimento di pelle di razza del manico (tsuka)
• 2 – Posizione del menuki (nr. 10)
• 3 – Posizione del fuchi (nr.11)
• 4 – Posizione della tsuba
• 5 – Kurigata – Asola di corno o di metallo (raramente di legno) sul lato esterno (omote; quello posteriore, verso il corpo di chi porta l’arma, si chiama “ura”) della guaina, entro cui passa il sageo
• 6 – Saya (lato omote) – Fodero di legno
• 7 – Posizione del kashira (nr. 9)
• 8 – Sageo – Lungo nastro di seta per fissare l’arma alla cintura
• 9 – Kashira – Placca
• 10 – Menuki – Piccoli scudetti di metallo con figure in rilievo fissati sul samegawa sotto la nastratura di nastro di seta (tsukamaki) che fascia l’impugnatura di legno (di solito magnolia)
• 11- Fuchi – Anello di metallo lavorato tra impugnatura e coccia
• 12 -Tsuba – Coccia di metallo (acciaio, shakudo, ecc.) di forma arrotondata
• 13 – Kogatana – Coltellino fissato al lato posteriore (ura) della katana
• 14 – Kogai – Spillone fissato al lato esterno (omote) della katana
• 15 – Nagako jiri – Punta del codolo
• 16 – Hitoye – Dorso del codolo
• 17 – Mekugi-ana – Foro per rivetto di bambù (mekugi)
• 18 – Shinogi-ji – Parte lucida fra dorso e nervatura
• 19 – Mune – Dorso della lama
• 20 – Shinogi – Nervatura
• 21 – Mitsukado – Incontro di shinogi, ko-shinogi e yokote
• 22 – Ko-Shinogi – Parte della nervatura dopo lo yokote
• 23 – Kissaki – Punta
• 24 – Fukura – Tagliente della punta
• 25 – Yokote – Nervatura che separa il piatto dalla punta che si restringe
• 26 – Hamon – Linea di separazione tra metallo temprato e non temprato
• 27 – Jihada – Parte non temprata della lama
• 28 -Yakiba – Parte temprata della lama
• 29 – Jigane – Piatto della lama
• 30 – Habaki – Manicotto metallico di frizione lama-guaina
• 31 – Nakago – Codolo
Altri termini
• Horimono – Incisioni sul metallo
• Daisho – Il paio formato da katana e wakizashi oppure tachi e tanto, portato alla cintura
• Kaiken – Piccolo pugnale per donne
• Kaji – Spadaio
• Kariginu – Abito cerimoniale indossato dal fabbro nell’ultima fase della creazione della katana
• Katana-kake – Sostegno a due palchi su cui si espongono la katana e lo wakizashi.
• Katana-jogi – Lucidatore della lama
• Ken – Termine generico per spada e talvolta tipo di spada dritta cinese usata in cerimonie religiose (meglio ken-tsurugi)
• Kozuka – Impugnatura ornata del kogatana
• Nambam – Stile di esecuzione di armature (yoroi), tsuba e altri oggetti d’arte. L’acciaio importato dall’estero è detto nambam-tetsu
• Saya – Fodero di legno
• Sentoku – Lega di rame, zinco e piombo che assume un color cromo
• Seppa – Piccole guarnizioni di rame dorato o argentato sopra e sotto la coccia
• Shakudo – Lega di rame e oro che assume colorazioni nere o blu nerastre
• Shibuichi – Lega di rame e argento che assume colorazioni dal verde al marron
• Tachi – Sciabola ad un taglio più lunga della katana, usata in battaglia fino al periodo Edo e in cerimonie di corte
• Tanto – Pugnale portato infilato nella cintura
• Wakizashi – Corta sciabola portata alla cintura assieme alla katana
• Zogan – Metodi per la colorazione e ornamentazione del metallo
Khandjar, Kanjar, Kandjar

Tipico pugnale arabo ricurvo con lama a doppio taglio, talvolta con nervatura centrale; la lama ha spesso doppia curvatura.

Partigiana (fr. Pertuisane; ted. Partisane; ing. Partizan)
Ferro a forma di dragona con due alette alla base; derivato dallo spiedo alla bolognese verso la fine del 1400; ancora usato dalla Guardia Svizzera. A-B: Spiedo alla bolognese; C: Partigianone; D-G: Partigiana. (Ill. De Vita)

Pugnale da lanzo
Faceva parte del costume dei Lanzi nel 1500.

Schiavona (fr. Schiavone)
Spada a lama larga e pesante di solito a due fili con tipico fornimento ingabbiato. Arma da cavallo in uso nella Rep. veneta dal 1500 in poi.

Spada da lato (ted. Degen, Seitengewehr; ingl. Rapier)
Spada a lama appuntita e flessibile, principalmente destinata ad essere usata di punta e munita di guardia elaborata; tipica arma dello schermitore e del duellante. 1) 1550; 2) 1600; 3) a tazza, 1650; 4) e 5) alla vallona; 6) paloscio.

Spadino
Piccola spada usata dai civilie dagli ufficiali in abito di gala; dalla fine del 1600 in poi.
Stocchetto
Spada da lato di ridotte dimensioni da cui poi derivò lo spadino (1600).
Turup
Tipo di Katar con i bracci collegati da una catenella o striscia metallica. Diffuso nell’India meridionale nel XVII sec. Lungo anche 60 cm. La lama è come forma simile a quella del katar, a triangolo, ma di regola sempre leggemrente più lunga e sottile. Caratterizzata da solchi incisi che convengono all’ estremità della punta. L’ impugnatura detta a “staffa” è modificata rispetto il katar attraverso l’ inserzione di un finimento di metallo decorato. Il fodero è simile a quello del katar ma di solito per il turup era privilegiata la pelle di coccodrillo.

Yatagan (o Jatagan)
La tipica sciabola turca, diffusasi poi in tutto il Nord Africa dal 1500 in poi. Lama di 50-80 cm leggermente incurvata ad un solo filo nel lato concavo. si riscontra sovente la forma di impugnatura sotto illustrata. Se vi una guardia l’arma non è turca. Veniva portato con una cintura di tessuto ed è più un coltello che una sciabola. Quello balcanico ha dorso più ricurvo di quello turco.

(A cura di Paolo Smaldone)

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RIVOLUZIONE SCIENTIFICA E LA SCIENZA DELLA PRIMA META’ DEL SEICENTO: GALILEO E CARTESIO

Tra Cinquecento e Seicento si assiste in Europa a un rapido progresso delle scienze, che investe non soltanto l’acquisizione di singole conoscenze, ma soprattutto il metodo scientifico adottato. Questo periodo viene denominato “Rivoluzione scientifica”: il concetto di “rivoluzione scientifica”, che implica l’idea di un cambiamento davvero radicale venne elaborato da uno studioso ungherese del Novecento, Thomas Khun: egli afferma che la scienza procede in fasi ” normali ” , cumulative , dove ciascun scienziato dà il suo contributo aggiungendo un tassello alle conoscenze già presenti, ma anche in fasi ” rivoluzionarie ” , ossia quando certe nuove scoperte risultano incompatibili con il cosiddetto paradigma scientifico di una determinata epoca cioè la struttura generalissima della concezione del mondo dell’ epoca stessa. La rivoluzione del 1500-1600 non è l’unica rivoluzione scientifica: un’altra è quella degli inizi del 1900 che ha segnato il passaggio dalla fisica classica( galileiana ) a quella contemporanea( quantistica e relativistica ). La rivoluzione scientifica del 1500 – 1600 inizia con la rivoluzione astronomica e con Copernico che, sostenendo l’ eliocentrismo a svantaggio del geocentrismo ha effettuato un radicale cambiamento di punto di vista: l’ aspetto più importante di questa rivoluzione astronomica infatti é dato dalle conseguenze che essa ha avuto sul pensiero della gente , impaurita incredibilmente da queste novità che portava alla perdita di ogni punto di riferimento ; la Terra che era sempre stata ritenuta al centro dell’ universo , viene ora proclamata uno dei tanti pianeti e l’ uomo non é più al centro del creato ; già la scoperta dell’ America aveva messo in crisi da un certo punto di vista l’ Europa , che veniva a contatto con civiltà diverse e antiche di cui ignorava l’ esistenza; il cristianesimo stesso non era più un punto di riferimento e si era sgretolato con la riforma luterana . Da una scienza fortemente influenzata dalla tradizione filosofica aristotelico – scolastica si passa alla formazione della scienza moderna , la quale progressivamente afferma la propria autonomia dalla filosofia e dalla teologia ed elabora procedure metodologiche che la caratterizzano in maniera specifica. Filosofia e scienza in questo periodo si intrecciano in maniera nuova: da un lato alcune modificazioni apportate alla concezione del mondo saranno a tal punto radicali da coinvolgere l’ immagine globale del mondo e non solo quella degli scienziati; dall’altro per la novità epistemologica : la scienza moderna é rivoluzionaria non solo per i contenuti che propone , ma anche per il modo in cui arriva ad elaborarli . Il problema fondamentale allora diventa essenzialmente metodologico , e parlando di metodologia si scavalca l’ ambito scientifico per entrare in quello filosofico . La filosofia della scienza non é la scienza stessa ma la riflessione sul suo valore: l’ epistemologia é quindi quella branca della filosofia che si occupa delle riflessioni sui metodi scientifici . Ciò che maggiormente distingue la scienza moderna dall’attività scientifica esercitata nell’Antichità e nel Medioevo è il carattere quantitativo . La precedente tradizione scientifica, infatti, in accordo con la filosofia aristotelica, si proponeva la ricerca della ” forma ” essenziale dei fenomeni , e si esauriva pertanto in un’analisi solamente qualitativa , anche perché non possedeva gli strumenti idonei per effettuare misurazioni precise( l’intuizione che la quantificazione della realtà fisica fosse fondamentale l’ avevano già avuta i pitagorici ). Il metodo scientifico vero e proprio oltre a dire che la realtà é misurabile e fatta di quantità arrivò proprio a misurarla quantitativamente. Il nuovo metodo scientifico poggia quindi sul presupposto che l’essenza delle cose è inattingibile o comunque esula dalle finalità della scienza , la quale deve invece indagare i rapporti tra le cose ed esprimerli attraverso una misurazione oggettiva e universalmente comunicabile . Per questo nella nuova scienza diventa indispensabile l’uso della matematica. Il riconoscimento dell’importanza della matematica non è certamente una novità dell’età moderna (i pitagorici avevano già sostenuto che il “il numero è il principio di tutte le cose) ma nel mondo antico e medioevale questa disciplina era stata studiata prevalentemente come scienza astratta, che non poteva essere applicata all’analisi dei fenomeni naturali (la sua utilizzazione era per lo più limitata ad ambiti i cui rapporti sono ideali come nella musica) . Nella scienza moderna la matematica diventa invece uno strumento metodologico per quantificare i fenomeni naturali come oggetti specifici della ricerca scientifica. Nel 1500 – 1600 si afferma poi il meccanicismo , che è l’immediata conseguenza della quantificazione della scienza : esso si era già visto nel primo grande filosofo-scienziato della storia, Democrito, sconfitto dall’aristotelismo, dimenticato per molto e le cui intuizioni furono riprese nel 600’ per la nascita della scienza moderna; per metodo meccanicistico si intende il metodo che consiste nello spiegare le cose in virtù delle cause efficienti e meccaniche naturali che le producono, indipendentemente dal concetto di scopo, proprio dell’analisi teleologica di Aristotele e del Medioevo. Il meccanicismo , come dice Cartesio , consiste nel ridurre tutto ad estensione e movimento , eliminando dal modo di indagare la realtà ogni riferimento agli aspetti qualitativi e badando solo a quelli quantitativi. Nella scienza moderna, la connessione tra la causa e l’effetto non viene tuttavia determinata soltanto dallo strumento matematico, ma sottoposta anche a verifica empirica. Aristotele osservava la natura (egli infatti e’ portavoce dell’empirismo, secondo cui quando nasciamo la nostra mente é una tabula rasa , priva di conoscenze , che va riempita con le esperienze di ogni giorno, in contrasto con l’innatismo platonico che consiste nel dire che la conoscenza , almeno in parte , non si fonda sull’ esperienza , ma é qualcosa di innato , di cui disponiamo già quando nasciamo) ma quello che Aristotele non fa é l’ esperimento. Accanto alla matematica, la sperimentazione è il secondo mezzo a cui i nuovi scienziati fanno metodicamente ricorso . L’esperimento che consiste nella riproduzione artificiale di processi naturali in condizioni di massima osservabilità deve servirsi di strumenti di indagine e di misurazione sempre più raffinati (ad es. orologi, cannocchiali, telescopi, barometri) . Si stabilisce quindi una stretta connessione tra scienza e tecnica , sia nel senso che il progresso della scienza dipende sempre più dal progresso tecnologico che appronta gli strumenti necessari alla ricerca, sia nel senso che , all’inverso , si afferma la consapevolezza delle potenzialità pratiche del sapere scientifico , destinato a consentire un sempre più ampio dominio sulla natura, una scienza utile e capace di migliorare le condizioni dell’uomo. Ma a caratterizzare il 1600 , più di ogni altra cosa , è la profonda fiducia nella ragione umana. Dalla rivoluzione scientifica quindi scaturisce la concezione della natura come ordine oggettivo e casualmente strutturato di relazioni governate da leggi e la concezione della scienza come sapere sperimentale-matematico e intersoggettivamente valido, avente come scopo la conoscenza progressiva del mondo circostante e il dominio di esso da parte dell’uomo. La scienza moderna non nasce nel vuoto, ma in un preciso contesto storico, caratterizzato dai mutamenti di struttura dell’economia europea e dal nuovo tipo di società venutosi a delineare all’inizio dell’età moderna, un sistema di vita più complesso e dinamico che richiede tecniche sempre più evolute e che quindi crea una saldatura tra società e scienza. Inoltre si deve tener conto anche della base extrascientifica della scienza (credenze religiose, intuizioni, persuasioni irrazionali), che ne forma lo stimolo esistenziale. Per affermarsi, la scienza moderna degli inizi ha dovuto combattere però una storica battaglia soprattutto contro due forze autorevoli: la tradizione culturale e i teologi. Il nuovo sapere metteva in discussione molte delle teorie cosmologiche e fisiche tradizionali, ritenute fino a quel momento certissime (geocentrismo, etere e materiale sub-lunare, sfere concentriche, finitezza, unicità dell’universo). La scienza poi era portatrice di uno schema teorico anti-finalistico e anti-essenzialistico che urtava contro i teoremi basilari della metafisica greca e di quella cristiana; Chiesa che si sentiva fortemente minacciata poiché si vedeva distruggere quella visione cosmologica in cui aveva inquadrato le proprie credenze di fede venendo messa in discussione anche la parola divina espressa nella Bibbia. Sia pure lentamente e a prezzo di sofferenze e di battaglie la nuova scienza finirà per imporsi, dimostrando il proprio diritto all’esistenza. La rivoluzione astronomica, con cui prende avvio la rivoluzione scientifica, rappresenta uno degli avvenimenti culturali più importanti della storia dell’Occidente, che hanno maggiormente contribuito al passaggio dall’età antico-medievale all’età moderna. L’intricato processo che forma la rivoluzione astronomica, di cui sono fautori Copernico, Galileo, Keplero, Giordano Bruno, non è soltanto un fatto astronomica e scientifico, ma anche filosofico che ha finito per mutare la visione complessiva del mondo che per secoli era stata propria dell’Occdente, segnando in profondità la cultura moderna. La prima scossa decisiva al sistema geocentrico venne del polacco Niccolò Copernico che nella suo opera De revolutionibus orbium coelestium delineò un universo con al centro il sole immobile e con i pianeti, compresa la Terra che gli girano attorno ruotando contemporaneamente su se stessi. L’universo copernicano era però ancora sferico, unico e chiuso dalle stelle fisse. Keplero qualche anno più tardi esaltava la perfezione e la divinità dell’universo e vedeva in esso l’immagine della Trinità divina: al centro del mondo starebbe il sole, immagine di Dio dal quale deriverebbe la vita e i pianeti e la loro disposizione obbedirebbe a una precisa legge di armonia geometrica, così come i loro movimenti, la maggiore scoperta dell’astronomo tedesco. Il più radicale momento della rivoluzione però si deve al filosofo Giordano Bruno che ha definitivamente superato il mondo degli antichi e prospettato le linee fondamentali di quello dei moderni. La questione più importante da lui affrontata è quella dell’infinità dell’universo, già propugnata da Democrito: egli, senza badare ad osservazioni astronomiche, affermò che l’universo può ospitare in sé un numero illimitato di stelle-soli, centri di rispettivi mondi; l’universo di Bruno è aperto in ogni direzione con una pluralità illimitata di sistemi solari, popolati da creature viventi, composti dagli stessi elementi e da uno spazio di tipo euclideo, omogeneo e infinito. Molti degli schemi dell’universo di Bruno hanno finito per esser convalidati e saranno assunti nel corpo dell’astronomia scientifica moderna, molti di essi però risultano tutt’ora problematici ed oggetto di studio della scienza contemporanea avanzata ma ancor lontana da certezze assolute, ad esempio l’esistenza di altre creature viventi, la struttura ultima del cosmo e la questione dell’infinità dell’universo. Gli effetti profondi della rivoluzione scientifica sono stati impressionanti e la storiografia contemporanea tende a dare sempre più importanza a questo evento che viene assunto come l’inizio di uno dei segni distintivi più importanti del nostro tempo: la scienza e la tecnica. Tuttavia scaturiscono anche numerosi problemi da ciò: la scienza infatti appare ben lontana dallo spiegare “tutto” e l’equazione “scienza=progresso” è messa in crisi dalla drammatica consapevolezza che la scienza, tramite la tecnica, mette nelle mani dell’uomo un potere enorme che rischia di annullare la vita sul nostro pianeta. Comunque sia, la scienza e la conseguente tecnica fanno così parte di noi che il destino umano, nel bene e nel male, sembra ormai indissolubilmente legato a esse. Uno dei pionieri di questa rivoluzionaria scienza che ha finito per modificare tutto il resto è sicuramente Galileo Galilei, egli infatti é lo scienziato che più di ogni altro ha contribuito alla riformulazione delle basi metodologiche della scienza moderna. Nato a Pisa nel 1564 Galileo intuisce per primo che la battaglia per la libertà della scienza fosse una necessità storica di primaria importanza. I suoi studi fisici riguardarono la dinamica e furono di importanza eccezionale poiché Galileo formulò uno dei suoi principi fondamentali, quello di inerzia che afferma che un corpo tende a conservare indefinitamente il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, finchè non intervengono forze esterne. Determinò inoltre il secondo principio della dinamica secondo cui le forze applicate ai corpi non causano loro delle velocità, ma delle accelerazioni. A lui poi si deve la vera e propria demolizione del sistema tolemaico grazie proprio alla negazione della diversità di natura tra i moti rettilinei (ritenuti del mondo sublunare) e moti circolari (ritenuti tipici del mondo celeste), entrambi spiegabili alla luce dei due principi della dinamica. Le sue scoperte astronomiche invece lo portarono a dimostrare e a portare tesi a favore del copernicanesimo, anche grazie al telescopio. Telescopio e cannocchiale concettualmente sono la stessa cosa : sono entrambi dati dalla combinazione di lenti concave e lenti convesse in modo tale da ingrandire gli oggetti lontani ; le lenti convesse ingrandiscono , ma solo da vicino ; é solo tramite l’ apporto di quelle concave che si può ingrandire ciò che é lontano . La differenza tra cannocchiale e telescopio consiste nel fatto che con il primo si osservano esclusivamente realtà presenti sulla Terra ( anche se magari molto distanti ) , con il secondo invece si possono arrivare ad osservare realtà che non sono sulla Terra : astri , pianeti , stelle … Galileo non ha inventato il cannocchiale , ma il telescopio perchè per primo ha creduto a ciò che vedeva al di fuori della Terra. Grazie ad esso Galileo osservò le macchie solari che si formavano e scomparivano, dimostrando clamorosamente come anche i corpi celesti fossero soggetti a fenomeni di alterazione e mutamento, non entità immutabili e perfette come si credeva. Egli poi nel “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” confuta la distinzione aristotetelica tra il mondo celeste e quello terrestre e gli argomenti contro il moto della Terra, dimostrando poi il moto di rotazione di essa; fondamentale e avveniristico è poi il “il principio della relatività galileiana”, secondo cui risulta impossibile decidere, sulla base delle esperienze meccaniche compiute all’interno di un sistema “chiuso” se esso sia in quiete o in moto rettilineo uniforme, i movimenti vanno sempre analizzati relativamente al sistema di cui fanno parte. Un altro risultato storicamente decisivo dell’opera di Galileo – che fa di lui il padre della scienza moderna – è l’individuazione del metodo della fisica, ossia del procedimento che ha spalancato le porte ai maggiori processi scientifici dell’umanità, da Newton a Einstein e ai giorni nostri. Galilei tende ad articolare il lavoro in due parti: il momento risolutivo, o analitico, e quello compositivo, o sintetico. Il primo consiste nel risolvere un fenomeno complesso nei suoi elementi semplici, quantitativi e misurabili, formulando una legge matematica da cui dipende. Il secondo risiede nella verifica e nell’esperimento, se l’ipotesi supera la prova sperimentale essa viene accettata e formulata in termini di legge, se non supera la prova, risulta smentita o falsificata. La struttura concettuale del metodo galileiano si presenta come una costruzione autonoma, tuttavia si accompagna, di fatto ad alcuni schemi di natura teorica-filosofica: la fiducia galileiana nella matematica viene incentivata dalla dottrina platonico-pitagorica; il privilegiamento degli aspetti quantitativi ricorrono alla distinzione atomistico-democritea tra proprietà oggettive e soggettive; l’uniformità all’ordine necessario della natura è basilare per la sua credenza nella validità del rapporto causale e delle leggi generali scoperte dalla scienza; la fiducia nella verità assoluta della scienza viene confortata mediante la teoria secondo cui la conoscenza umana pur differendo da quella divina risulta simile per il grado di certezza. Per tutte queste rivoluzionarie visioni Galileo è stato condannato dalla Chiesa che nel 1616 dichiararono all’unanimità: assurda e falsa e formalmente eretica la tesi eliocentrica e la mobilità della Terra; Galileo dopo anni di silenzio venne imprigionato presso il Sant’Uffizio a Roma e nel 1633 in ginocchio davanti ai cardinali della Congregazione pronunciò la sua abiura del copernicanesimo. Egli è stato riammesso dalla Chiesa solo poco tempo fa dal papa Giovanni Paolo II. Un altro fondamentale personaggio del 1600 è Cartesio, il fondatore del razionalismo che vede nella ragione il principale organo di verità, in evidente connessione con l’illuminismo che si affermerà più tardi. La sua speculazione nasce dal problema della creazione di un criterio sicuro per distinguere il vero dal falso che lo porta ad analizzare il dubbio e a formulare la proposizione ”cogito ergo sum, penso dunque sono” che è l’autoevidenza esistenziale del soggetto pensante, cioè la certezza indubitabile che il soggetto ha di se stesso in quanto sostanza pensante. Dal punto di vista scientifico egli fu importante poiché, grazie alla distinzione tra sostanza pensante e sostanza estesa, poté creare un meccanicismo senza residui finalistici, e quindi il successivo passo verso il determinismo. Incredibile poi fu il suo apporto alla geometria: Cartesio infatti ritiene possibile unificare la geometria degli antichi con l’algebra dei moderni (“assi cartesiani”). La fisica cartesiana pretende di ricondurre tutta l’infinita varietà dei fenomeni del mondo fisico ai due soli ingredienti dell’estensione e del moto, entrambi originati da Dio. Due sole leggi dominano il l’universo cartesiano: il principio di inerzia e il principio di conservazione della quantità di moto. Egli infine, come con la matematica, cerca di ridurre la fisica a geometria.

(A cura di Lorenzo Pinto)

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L’ARTE DEL SEICENTO

Il Seicento fu un secolo molto florido dal punto di vista delle innovazioni e delle idee pittoriche, infatti vi furono alcuni Artisti che diedero vita ad una corrente pittorica molto spettacolare.
Questa tecnica, cerca di dare l’ illusione dell’ infinito, del superamento del limite architettonico , come nelle decorazioni di cupole e volte di chiese ed importanti palazzi pubblici e privati. Questa pittura illusionista, sembra dilatare le pareti, sfondare i soffitti, creando composizioni libere e movimentate. Lo scopo di questa particolare tecnica è quello, oltre che di impressionare e stupire chi osserva queste opere, di esaltare e fare sfoggio di tutta la ricchezza ed il potere dei grandi Signori e Religiosi che commissionavano questi lavori.
L’ Arte Barocca nacque in Italia e poi si diffonde ,durante il corso del Seicento, in tutta Europa.

CARAVAGGIO

Uno dei maggiori Maestri che riuscirono a far grande l’ Arte pittorica della fine del Cinquecento ed i primi anni del Seicento fu Michelangelo Merisi, meglio conosciuto come “il Caravaggio” (1571-1610).
Questo grande pittore, rifiuta gli artifici e gli eccessi di quella corrente artistica, che si stava ormai diffondendo ovunque già da un po’ di anni, e cioè il Manierismo, per privilegiare un arte che rappresenti, una realtà vera, a dimensione degli uomini. La pittura del Caravaggio infatti, usa un linguaggio immediato e semplice, i soggetti religiosi vengono “umanizzati” ed “attualizzati” dall’ Artista, nei visi e negli atteggiamenti dei personaggi (Madonne, Santi, Gesù) si vedono espressioni umane, che possiamo intravedere quando guardiamo i nostri simili, e vediamo anche abiti contemporanei dell’ epoca, a volte modesti, che nulla fanno pensare agli sfarzi che può avere una potenza come è la Chiesa Cattolica a quel tempo; insomma l’ Artista, cerca di avvicinarsi molto alla realtà che gli sta attorno, l’ umile e le scene quotidiane, in ambienti poveri e spogli, questi sono i temi principali delle sue opere.
Tutto questo, oltre che per il suo “caratteraccio”, gli portò molti guai anche giudiziari, ma questi non lo distolsero dal continuare i propri studi e le proprie ricerche, portando così il Caravaggio a sviluppare una tecnica pittorica che cambiò di molto il modo di realizzare e riprodurre dipinti, specialmente per quanto riguarda la riproduzione delle luci e delle ombre nelle varie composizioni artistiche.
La precisione del disegno e la cura nei particolari danno un ulteriore concretezza alla realtà riprodotta dal Caravaggio, mentre i contrasti chiaroscurali creano volumi, l’ alternanza luce-ombra, oltre a dare risalto plastico alle figure, si concentra sui volti o sui gesti più significativi della rappresentazione, accrescendone la drammaticità e l’ emozioni trasmesse.

ANNIBALE CARRACCI

Annibale Carracci iniziò l’apprendistato nella sua famiglia. Nel 1582, Annibale, suo fratello Agostino e il cugino Ludovico aprirono una bottega di pittura, inizialmente chiamata Accademia dei Desiderosi e successivamente denominata Accademia degli Incamminati. Lo stile dei Carracci univa la lezione della scuola fiorentina, che basava tutta la pittura sulla linea e sul disegno, a quella della scuola veneziana, che puntava, invece, sul colore. Tra il 1589 e il 1592, i tre Carracci completano gli affreschi raffiguranti la Fondazione di Roma per Palazzo Magnani a Bologna. Nel 1592, Annibale dipinge un’Assunta per la cappella Bonasoni, in San Francesco. Nel 1593, il pittore realizza una pala d’altare, la Madonna col Bambino, san Giovannino e i santi Giovanni e Caterina, lavorando assieme a Lucio Massari. Dello stesso anno è la Resurrezione di Cristo. Durante il 1593-1594, i Carracci lavorano insieme agli affreschi di Palazzo Sampieri, sempre a Bologna. Gli affreschi monumentali di Bologna diedero grande notorietà ad Annibale, tanto che il cardinale Odoardo Farnese lo incaricò di decorare il piano nobile di Palazzo Farnese, a Roma. Tra il novembre e il dicembre del 1595, Annibale, accompagnato da Agostino, andò quindi a Roma per iniziare la decorazione del Camerino, con le storie di Ercole. Contemporaneamente, il pittore iniziò a sviluppare centinaia di disegni preparatori per il lavoro principale, lasciando i suoi collaboratori ad affrescare i soffitti del salone maggiore con i temi laici dei quadri riportati, raffiguranti Gli amori degli Dei. Questi lavori ispireranno successivamente altri grandi artisti barocchi. Lungo tutto il diciassettesimo e diciottesimo secolo, gli affreschi di Palazzo Farnese furono considerati i capolavori assoluti della pittura ad affresco del tempo. La loro importanza non fu solo puramente artistica, ma anche procedurale: le centinaia di schizzi preparatori di Annibale divennero un passaggio fondamentale nella composizione di qualunque dipinto ambizioso. Non è chiaro quanti altri lavori completò Annibale dopo gli affreschi di Palazzo Farnese, da alcuni carteggi si sa che nell’aprile del 1606 un umore pesantemente malinconico gli impediva di dipingere per il cardinale Farnese. Tra i quadri realizzati a Roma da Annibale si può ricordare la Santa Margherita dipinta per la cappella Bombasi della Chiesa di Santa Caterina dei Funari. Nel 1609 Annibale morì e fu sepolto, come da sua volontà, nel Pantheon, a fianco della tomba di Raffaello. Annibale Carracci fu decisamente eclettico quanto a tematiche affrontate: paesaggi, scene di genere e ritratti (che includono anche una serie di autoritratti). Fu uno dei primi artisti a dare risalto al paesaggio, ponendolo in primo piano rispetto al soggetto rappresentato; come nel suo capolavoro Paesaggio con la fuga in Egitto. Lo stile del Carracci presenta anche un lato meno formale, che risalta nelle sue caricature e nelle sue prime scene di genere, come il Mangiafagioli.

PITTURA OLANDESE

Nei quadri di Rembrandt, Vermeer, Hals, Hobbema e degli altri pittori del “secolo d’oro”, il popolo dei Paesi Bassi, scrollatosi di dosso la feroce oppressione della Spagna, volle ritrovare, come scrisse Hegel, “la nettezza delle sue città, delle sue case, dei suoi utensili domestici; volle gioire della sua pace domestica, dell’abbigliamento decoroso delle sue donne e dei suoi bambini, dello splendore delle sue feste municipali, dell’audacia dei suoi marinai, della fama dei suoi commerci e dei suoi navigli, che solcavano tutti i mari del mondo”.
Con la fondazione dello Stato nazionale d’Olanda nasce il grande realismo olandese del ‘600.
Per tutto il ‘500 l’arte delle province settentrionali era stata subordinata soprattutto al manierismo cosmopolita di Anversa, imposto e coltivato dal dominio spagnolo ed ecclesiastico.
Il realismo del “secolo d’oro” della pittura olandese è inseparabile dalla rivoluzione borghese, la prima rivoluzione borghese vittoriosa in Europa, che trasformò le sette province dei Paesi Bassi in un vero e proprio Stato capitalistico: queste sette province si erano fieramente staccate dalle province meridionali le quali, per paura del movimento popolare irrompente nella rivoluzione, avevano deciso di rimanere legate alla Spagna.
Nelle nuove Province Unite è in atto un ordinamento aristocratico borghese, ma al confronto con gli altri paesi d’Europa ancora oppressi dalle monarchie feudali, l’Olanda appare veramente come il regno del benessere e della libertà. Studiosi e scienziati vi giungono da ogni parte ed i centri culturali si moltiplicano: Leida, Haarlem, Amsterdam, Utrecht, Doerdrech, Delft. E’ in questo clima che gli artisti, sotto la pressione dei nuovi contenuti storici assimilati, danno vita ad un’arte di netta e originale fisionomia olandese.
Gli artisti insomma esprimono liberamente le idee e i sentimenti della società a cui appartengono. Ogni artista afferma la propria personalità.
Il protestantesimo, abbracciato dalla borghesia olandese nella forma del calvinismo, rifiutava le immagini cattoliche dei santi. D’altra parte la pittura mitologica presentava la tematica che non interessava più. Ciò che i borghesi volevano veder rappresentato dai loro pittori era ciò in cui credevano, ciò che amavano, ciò che avevano costruito con le loro mani.
Per queste ragioni è soprattutto la felicità, il benessere, la potenza della borghesia vittoriosa che i pittori del ‘600 dipingono. Più che il periodo eroico della guerra dell’indipendenza, ecco dunque apparire nei quadri i paesaggi della patria salvata, i porti e il mare su cui si intrecciano i commerci, sorgente della ricchezza nazionale, ecco gli interni delle case dove finalmente è possibile vivere in pace, e le osterie e gli alberghi dove si può bere e cantare senza il terrore dell’inquisizione, ecco i ritratti degli uomini e delle donne che sono i protagonisti di questa storia.
I pittori olandesi del ‘600 esprimono dunque ottimismo e sicurezza, e li esprimono con un linguaggio pittorico fermo, nitido, compiuto.

JAN REMBRANDT

Il più grande dei pittori olandesi è Jan Rembrandt (nato il 15 luglio 1606 a Leida). Egli è un artista ricco di pensiero e di profondità. Rembrandt infatti scruta nelle cose e nell’uomo, portandone alla superficie, con estrema perfezione, il significato e tale significato riassume il giudizio. Per questa sua profondità egli è forse l’unico artista olandese del suo tempo che abbia avvertito le contraddizioni che già esplodevano nella giovane società borghese. Delle verità umane, civili e morali maturate nel corso della rivoluzione egli è pervaso e la sua arte ne è la costante espressione. Ed è proprio questa la ragione prima del contrasto che, verso gli ultimi anni della sua vita, egli suscita intorno a sé con le sue opere.
Della realtà sociale, Rembrandt ci ha lasciato una viva documentazione in una serie di rapidi e incisivi disegni: mendicanti coperti di stracci, vecchi che camminano a fatica, contadini sfiniti da un lavoro bestiale, povere madri coi loro bambini sulle ginocchia; tutta un’ umanità sofferente che Rembrandt riguarda con animo partecipe e commosso. Ma naturalmente ben altre cose chiedeva la borghesia agli artisti. I suoi gusti, infatti, stavano cambiando: alla semplicità, alla franchezza, alla fierezza e alla forza, subentrava lo sfarzo, la raffinatezza, l’eleganza. Ed è proprio tutto ciò che si comincia a richiedere ai pittori. Ed è per questa strada che finisce il “secolo d’oro” della pittura olandese. Ma è pure su questa strada che Rembrandt, primo fra tutti, non vuole avviarsi. Tra lui e la società che lo circonda non c’è più quella coincidenza rivoluzionaria d’intenti e di sentimenti che l’avevano ispirato, che gli avevano ottenuto il più largo consenso, permettendogli di creare capolavori universalmente celebrati. Egli continua a dipingere seguendo quell’ispirazione forte, ferma, virile, di cui sempre si era nutrito. Ma tutto ciò lo conduce ad una pittura drammatica, con accenti appassionati, in cui il dramma generale si mescola al dramma della sua vita. L’artista si sente solo e in realtà resta solo. Di questa solitudine addolorata fanno testimonianza i suoi ultimi autoritratti. La conseguenza di ciò è la rovina finanziaria di Rembrandt, la confisca della sua casa, la miseria. La sua pittura grave, solenne, profonda è ormai estranea alla sua patria.

FRANZ HALS

Scarse sono le notizie sulla vita di Franz Hals.Per tradizione è stato considerato un ottimista, amante del vino e sempre in difficoltà economiche e per questo più volte processato.
Nonostante la pessima fama, l’artista godette della stima della borghesia, lavorando con teologi, predicatori, amministratori pubblici, mercanti, artisti, ufficiali di milizie civiche.
Egli nacque intorno al 1580, probabilmente ad Anversa, da un pannaiolo.
Presto la famiglia Hals dovette lasciare la città occupata dagli spagnoli, per trasferirsi nei Paesi Bassi, dove Franz rimase tutta la vita.
Sposatosi e rimasto vedovo, nel 1617 si sposò con un’analfabeta di basso ceto.
A causa delle sue disgraziate condizioni finanziarie, nel 1636 Hals fu costretto a trasferirsi presso un ospizio. A partire dal 1640 le commissioni si ridussero drasticamente a causa del successo ottenuto da Van Dyck, autore di un ritratto più nobile e monumentale.
Seguirono anni di indigenza, tanto che il comune gli accordò un sussidio.
Nel 1664 i ritratti dei gestori dell’ospizio gli fruttarono un buon compenso.
Il 29 agosto 1666 Hals morì in povertà assoluta, ma gli amministratori comunali in memoria del successo avuto in passato vollero che la salma venisse sepolta nella chiesa di San Bavone.

JAN VERMEER

Jan nacque nella cittadina olandese di Delft, nel 1632, da proprietari di un’osteria e commercianti di opere d’arte.
Nel 1653 si sposa con una ragazza appartenente ad una ricca famiglia cattolica;
dal loro matrimonio nasceranno undici figli, di cui tre morti precocemente.
Alla morte del padre, nel 1655, Vermeer entra in possesso di una cospicua eredità che fra l’altro include l’osteria, eredità che però non migliora le sue precarie condizioni economiche.
Vermeer muore nel 1675 all’età di 43 anni, lasciando la moglie carica di debiti, tanto che la donna è costretta a scrivere alle autorità una supplica perché le sue condizioni economiche non le permettono di far fronte ai numerosi creditori, solo in parte saldati con i pochi dipinti che alla morte dell’artista si trovavano in bottega.
Nel 1696 all’asta ad Amsterdam sono venduti ventuno dipinti di Vermeer.
Ma presto il pittore viene dimenticato e già il suo nome è escluso dalle pubblicazioni d’arte di fine Seicento.
È solo nell’Ottocento grazie ai pittori realisti che la pittura di Vermeer sarà riscoperta ed apprezzata soprattutto in Francia.
Per Vermeer l’arte è la bellezza della linea e la rigorosa associazione dei colori, ma è anche un repertorio limitato di modelli e di accessori: una finestra, una tavola, una figura assorta, un oggetto quotidiano.
Anche Van Gogh si stupisce della semplicità della tavolozza del pittore, che pur tuttavia è completa.
Maestro assoluto dell’interiorità e del silenzio, Vermeer ci restituisce un quadro che esiste per se stesso, il cui unico fine è la bellezza.
In Vermeer la luce non è affatto artificiale: è precisa, normale come in natura.
Il raggio che entra da una parte trapassa lo spazio fino all’altra parte.
Sembra che la luce provenga dal dipinto stesso; infatti un tale, entrando in casa del signor Double, dove era esposto su un cavalletto il “Soldato con la ragazza che ride”, andò dietro la tela per vedere da dove provenisse il meraviglioso splendore della finestra aperta.
In Vermeer non c’è il nero, né scarabocchi né sotterfugi; ogni oggetto appare chiaro, dietro una poltrona, un tavolo, come accanto alla finestra; ogni oggetto ha appena la propria penombra e mescola i propri riflessi alla luce ambiente. La lattaia è un capolavoro noto per la semplicità, la coerenza stilistica, la vibrazione della luce, la fermezza e l’umana poesia che si sprigionano da quel gesto calmo del versare il latte: un umile gesto quotidiano che ha acquistato un’intensa solennità.

MEINDERT HOBBEMA

Molto poco si sa della vita e dell’arte di Hobbema, che nacque ad Amsterdam nel 1638 e dedicò la sua pittura esclusivamente a trasmettere le immagini del paesaggio che lo circondava.
Dalle sue opere emerge un’immagine ricca e viva, talvolta tempestosa e altre volte serena, di ogni aspetto della natura al quale Hobbema accostò lo sguardo per tradurlo in opera d’arte.
II 2 novembre 1668 sposa una domestica di quattro anni maggiore di lui.
Dopo il matrimonio diventa “jaugeur-juré” della città di Amsterdam, impiego che tuttavia, come d’altronde la sua pittura, non gli procurerà una grande fortuna economica: la moglie morirà infatti nel 1704, sepolta, come poi il pittore stesso, nella fossa dei poveri.
Nonostante le molte opere note, Hobbema dovette essere più che altro un dilettante, nel senso che non poté mai dedicarsi interamente alla pittura perché la scarsità delle entrate economiche procurategli dall’esercizio di questa attività lo costrinse sempre a svolgere un altro lavoro e, forse, a smettere di dipingere già prima della morte avvenuta nel 1709.
Solo alla fine del diciottesimo secolo, grazie al collezionismo inglese, la storia ha iniziato a restituire all’artista quella stima e quel riconoscimento che gli mancarono in vita e che la sua opera pittorica mostra di meritare.

(A cura di Claudia Colangelo)

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La scultura nel 1600

Per comprendere l’arte di questo periodo è necessario dare uno sguardo alla condizione socio-politica del tempo. Il 1600, che è considerato il secolo del Barocco, si apre con il supplizio di Giordano Bruno. Si manifesta una crisi economico-sociale proprio a partire dai primi decenni del 1600 in tutti i paesi dell’Europa Occidentale, per cui in alcuni paesi, come l’Italia, si assiste ad un ritorno ad una economia di tipo agricolo e in altri paesi, come Francia e Olanda, cominciano a svilupparsi sistemi basati sul commercio. Nel Seicento l’arte è fortemente condizionata dalla Chiesa, che comunque anche nel Settecento rimane una dei massimi committenti delle opere d’arte che usa per affascinare e convincere i fedeli. Trionfa il Barocco che però non si deve immaginare come limitato ad esprimere l’arte della Chiesa, ma bensì anche interprete di altri fermenti culturali. Il termine riunisce infatti come accennato tendenze anche molto diverse tra loro come, ad esempio il classicismo della corte di Luigi XIV, il realismo della pittura di Rembrandt o Vermeer o ancora la pittura di Caravaggio. Espressione delle inquietudini politiche e dei drammatici contrasti religiosi del suo tempo, il Barocco esprime l’ansia di soluzioni sempre nuove, proprie di una società che ha perduto molte certezze, e in cui la concezione rinascimentale dell’uomo centro dell’universo è da ritenersi superata. Il ‘600 fu il secolo della controriforma cattolica, in tutta Europa si combatterono numerose guerre in nome della fede, sconvolgendo i precedenti rapporti di potere.
Tutto questo si tradusse nell’arte che si distaccò dal manierismo della fine del cinquecento per assumere caratteri nuovi.
Il termine barocco viene applicato all’arte del seicento già a partire dal XVIII secolo assumendo un significato dispregiativo indicando un’arte esagerata e bizzarra, soltanto in tempi moderni si è tolto a questo termine le sue valenze negative.
L’arte di questo periodo, nata come risposta al protestantesimo, assunse un ruolo di grande importanza per la diffusione al popolo delle idee controriformiste e venne usata come mezzo per ricondurre il popolo alla dottrina cattolica. La chiesa cattolica volle celebrare la sua vittoria sulla Riforma con basiliche grandiose, ornate da vastissime pitture murali, intese a esaltare i dogmi della fede ritrovata e a celebrare i nuovi santi, ma anche a rispecchiare la sua potenza terrena. La nuova arte coincideva inoltre con il senso di grandiosità e di fasto delle grandi famiglie principesche. In un clima di rinnovata libertà, gli artisti diedero vita a soluzioni originalissime, spesso imprevedibili. L’arte barocca aveva il compito di toccare direttamente l’animo e i sentimenti della gente e per far questo era necessario che essa assumesse forme grandiose e monumentali.
Il gusto barocco si diffuse però non solo nei paesi cattolici, ma le sue caratteristiche si ritrovano anche nei paesi protestanti.
Caratterizzano lo stile barocco la ricerca del movimento, dell’energia, accentuando l’effetto drammatico delle opere attraverso i forti contrasti di luce e ombra sia delle sculture che delle pitture. Anche in architettura è evidente la ricerca del movimento attraverso superfici curve e ricche di elementi decorativi. La scultura barocca arricchiva l’interno e l’esterno di edifici e chiese e venivano usati numerosi tipi di materiale accostati in maniera diversa per ottenere effetti policromi: marmi di diversi tipi, stucchi dorati, bronzi, e grandi specchiere. Tra il 1576 e il 1636 con Stefano Maderno si ha una delle prime espressioni attribuibili allo stile barocco. Egli sceso a Roma nel 1597, aderisce al nuovo linguaggio per la libertà di disposizione nello spazio, per gli effetti di movimento e di contrasto. La sua opera più importante è La Santa Cecilia (1601, Roma, Santa Cecilia in Trastevere), che riassume la linea fondamentale e caratterizzante del linguaggio dell’età barocca. È però il toscano Francesco Mochi (1580-1654) a fare il passo decisivo per fare affermare il nuovo linguaggio con il gruppo dell’Angelo annunciante e della Vergine annunciata (1605-08 ad Orvieto nel Museo dell’Opera del Duomo), dove l’angelo viene all’improvviso dal cielo e la Vergine si leva scattante. Con i celebri monumenti equestri ai duchi Ranuccio ed Alessandro Farnese (1612-20, Piacenza, piazza dei Cavalli), su un basamento adornato da putti corposi e bassorilievi, il Mochi rappresenta un’epoca (specialmente con la seconda più coerente ed armonica) e si sgancia in modo conclusivo dalle radici dei modelli rinascimentali e tardo-manieristi, suggerendo uno schema che sarà in seguito ripreso dal Bernini e dalla statuaria monumentale di tutta l’Europa. Il più importante scultore del 1600 è sicuramente Gian Lorenzo Bernini (Napoli, 7 dicembre 1598 – Roma, 28 novembre 1680). Sin dai primi tempi il Bernini entra negli ambiti di Scipione Borghese (un cardinale collezionista di opere d’arte), dove realizza per la sua villa, con l’aiuto del padre, quattro gruppi (Enea e Anchise, 1618-19; Ratto di Proserpina, 1621-22; David, 1623-24; Apollo e Dafne, 1622-25) liberamente introdotti nell’atmosfera privi di ogni schema rinascimentale, che regolamentano le modalità della scultura del Seicento: slanci intensi, portamenti dinamici, contorcimenti dei corpi, incisività gestuale e fisionomica, nitidezza chiara e brillante della superficie dei marmi, destrezza e capacità mimetica, visione circolare e molteplice dell’opera, coinvolgimento psichico dell’osservatore. I buoni rapporti con Maffeo Barberini, un uomo di grandissima importanza, divenuto in seguito papa (Urbano VIII dal 1623 al 1644), pone il Bernini in una posizione di indiscusso carisma e gli consente, come compenso, di ottenere le committenze più celebri. Già a partire dai primi anni di pontificato, il papa gli commissiona la realizzazione del baldacchino bronzeo di San Pietro. Tutto l’insieme è composto con eleganza decorativa ed è integrato coreograficamente da angioletti nella cornice e quattro angeli disposti sopra le colonne. Nel 1633 arriva a Roma, per aiutarlo nei lavori, il giovane Francesco Borromini (1599-1667), già scalpellino nella fabbrica del duomo di Milano. Il Bernini lo conferma come primo assistente e gli delega la resa progettuale e strutturale di alcuni propri disegni. Diventato architetto ufficiale di San Pietro nel 1629, dopo la morte di Carlo Maderno, il Bernini inizia il suo importante intervento nella difficile trasformazione ornamentale della grande basilica: dall’inserimento di grandi nicchie sovrastate da logge con tabernacoli e sculture nei quattro immensi piloni della cupola, ai disegni per gli elementi ornamentali sacri, dai sepolcri dei papi al rivestimento delle navate con marmo policromo. Il suo intenso dinamismo in Vaticano, tuttavia, non lo distoglie dall’attività privata. Riesce perciò a realizzare, nella sua organizzata bottega, la Fontana del Tritone (1642-1643 commissionata da Urbano VIII per la su famiglia, la Barberini). Interamente realizzata in travertino, raffigura il Tritone in ginocchio su una conchiglia sostenuta da quattro delfini in atteggiamento di soffiarci, dalla quale sgorga l’acqua che viene poi raccolta nella vasca. Lo stemma della famiglia Barberini (api) e lo stemma papale (chiavi) sono visibili fra le code dei delfini.

Oltre la Fontana del Tritone, realizza nello stesso periodo ritratti definiti “parlanti”, tra i quali spicca quello di Scipione Borghese (1632, Roma, Galleria Borghese), dove si evidenzia uno scatto realistico e pittorico con una grande penetrazione psicologica. La sua grande capacità di conferire al marmo la luce propria della pittura, dà vitalità anche ai ritratti aulici, che diventeranno modelli del linguaggio ritrattistico del Settecento (Luigi XIV, 1665, Parigi, Muso del Louvre). Per Luigi XIV realizza anche un grande monumento equestre (nel parco di Versailles con alcune trasformazioni). Nel 1644 con l’inizio del pontificato di Innocenzo X, il Bernini viene sostituito da Alessandro Algardi (1595-1654). Questi sarà molto amato dagli studiosi del suo periodo e dall’alta classe romana, la quale vede in lui la migliore occasione per esprimere il proprio stato sociale. Formatosi a Bologna alla scuola dei Carracci, sviluppa un orientamento dichiaratamente classico, confermato durante la permanenza alla corte di Mantova, nel 1622, e a Venezia. Arrivato a Roma intorno 1625, si dedica al restauro e alla rifinitura delle sculture antiche del cardinale Ludovisi. Nello stesso periodo conosce gli artisti emiliani che operano attivamente nella capitale, ed il pittore francese Poussin. Per Innocenzo X realizza monumenti improntati nella fase tarda, attratto da effetti barocchi, realizza la statua in bronzo del Pontefice (1649-50, Roma, palazzo dei Conservatori), e con affinità agli schemi berniniani, specie nella ritrattistica, la Olimpia Pamphili, (ca. 1645, Roma, Galleria Doria Pamphili).

Nonostante il breve periodo di crisi Bernini è nel suo periodo più fecondo e la sua scuola ricomincia in breve tempo ad rinvigorirsi nuovamente, mettendo in opera a piazza Navona la fontana dei quattro Fiumi (1648-51), composta da una base che forma una grande vasca ellittica, con sovrapposto un altrettanto grande gruppo marmoreo, dove nella sua sommità si eleva l’obelisco Agonale di età romana ritrovato nel 1647 sulla via Appia. Le statue hanno dimensioni maggiori di quelle naturali ed i nudi rappresentano il Nilo, Danubio, Gange e Rio della Plata.

La multiforme decorazione della cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria (1646-52), rappresenta lo snodo basilare della cultura barocca italiana ed europea. Il Bernini con l’Estasi di Santa Teresa raggiunge certamente l’apice della teatralità toccando i limiti estremi della dissolvenza plastica.

Con papa Alessandro VII Chigi (dal 1655), Gian Lorenzo Bernini rientra nelle grazie del Vaticano e trionfalmente in San Pietro, creando la meravigliosa piazza prospiciente alla basilica e concludendo il percorso fisico-simbolico del fedele con la sistemazione, nell’abside, della grande macchina della cattedra, che dovrà contenere la reliquia del trono ligneo di San Pietro. Il Bernini si trova alle prese con il difficile compito di sviluppare un complesso programma celebrativo della supremazia del papato: viene concepita come suggestiva apparizione, fatta di luce e di colore, da vedersi a dovuta distanza, incorniciata dal baldacchino. Tra le ultime opere del Bernini si evidenziano i dieci Angeli con gli strumenti simbolici della Passione per il ponte Sant’Angelo, la maggior parte di essi realizzati da allievi su disegni del grande maestro, e la Beata Ludovica Albertoni (1672-1673). In questo capolavoro, scultura, architettura, colori e luci vengono combinati con maestria creando un effetto puramente scenografico. La beata viene rappresentata negli attimi che anticipano la morte: la figura, colta agonizzante nel momento di maggiore sofferenza, è collocata sull’altare, inquadrata come in un proscenio dalle due brevi ali divergenti della cappella e illuminata da una luce radente.

Beata Ludovica Albertoni (1672-1673)

Gli espedienti spettacolari, come nella cappella Cornaro (l’Estasi di Santa Teresa è considerata dalla critica ufficiale come uno dei più grandi capolavori dell’artista), consolidano l’impatto emozionale, ma l’intonazione più raccolta e austera mette in evidenza il profondo senso religioso che anima Bernini nei suoi ultimi anni. Eredi del linguaggio artistico del Bernini sono gli allievi che collaborano con il maestro nella decorazione di Santa Maria del Popolo (a partire dal 1655): Ercole Ferrata (1610-86), Paolo Naidini (1619-91) e Antonio Raggi (1624-86, con le sue forme allungate e concitate è il continuatore diretto dello stile berniniano dopo la collaborazione al Noli Me Tangere) ai quali si ricollega anche Cosimo Fancelli (1620-88), allievo di Bernini e collaboratore di Pietro da Cortona nella decorazione del soffitto Barberini, e dello stesso Borromini. Fondamentale, nella scultura del Seicento, è anche lo svolgimento della realtà napoletana con la presenza dei toscani Pietro Bernini (1562-1629 padre di G.Lorenzo), Giuliano Finelli (1601-57), quest’ultimo attivo a Roma con Gian Lorenzo Bernini dal 1622 (Michelangelo il Giovane, Firenze, casa Buonarroti), e Andrea Bolgi ( 1605-56). La figura più eminente della scultura napoletana rimane tuttavia Cosimo Fanzago nato a Bergamo 1591 e morto nel 1678. Il Fanzago crea a Napoli una versione originalissima del Barocco locale, realizzata con ricchi intarsi marmorei colorati, ornanti le strutture ancora colmate di accenti manieristi. Egli è anche esperto architetto (cappella di Palazzo Reale, 1640-45, chiostro della certosa di San Martino, 1623-31). In Liguria, intorno al 1666, il francese Pierre Puget (Marsiglia, 31/10/1620- Marsiglia, 2/12/694) importa il linguaggio del Bernini e le raffinate atmosfere di Pietro da Cortona nella cultura locale e in particolare in quella genovese, realizzando combinazioni spettacolari e di grande ricercatezza formale, a loro volta sensibili ai condizionamenti pittorici di Rubens. È attivo in Francia, tra Marsiglia e Tolone ed in diverse parti d’Italia, soprattutto in Liguria e a Roma, dove in quest’ultima, collabora con Pietro da Cortona alla decorazione del soffitto del Palazzo Barberini. Alcuni lavori importanti di Puget sono: le statue di San Sebastiano e del Beato Alessandro Sauli nella basilica dell’Assunta a Genova, il bassorilievo con raffigurati Alessandro e Diogene (Louvre, Parigi), la statua di Milone da Crotone, il bassorilievo di San Carlo durante la Peste (custodito nel Musée du Vieux a Marsiglia). Al genovese Giacomo Filippo Parodi (1630-1702), con un’esperienza romana alle spalle, si deve l’importazione di un’aura di rinnovamento a Venezia, ancora ancorata al linguaggio di Alessandro Vittoria (1525-1608). Sempre a Venezia, il fiammingo Giusto Le Court (1627-73), con il suo capolavoro del gruppo plastico nella chiesa della Salute offre, in maniera diversa ed unica, un analogo accordo dei linguaggi di Rubens e Bernini. Da questa esperienza emerge uno dei più grandi scultori della regione veneta, Orazio Marinali (1643-1720), che gestisce un’attivissima bottega a Vicenza, dove lavorano anche i fratelli Angelo e Francesco, ormai già aperta al fresco linguaggio decorativo del nuovo secolo. Infine il linguaggio dello stile del Bernini dilaga per tutta l’Italia, lasciando a Milano una miriade di statue per il duomo e in particolare quelle di Dionigi Bussola (1612-87), contraddistinte da un tradizionale realismo popolare filtrato attraverso la scenografia del Barocco e il linguaggio influenzato dalle tendenze romane. A Siena in modo particolare, ma anche in tutta la Toscana si svolge l’attività di un allievo di Bernini, Giuseppe Mazzuoli (1644-1725); a Firenze il linguaggio barocco è rappresentato dalla complessa pala d’altare nel Carmine (1685-90) di Giovan Battista Foggini (Firenze, 25/04/1652 – Firenze 12/04/1737), in aperta polemica con i sostenitori della persistenza alla tradizione di Giambologna e della scultura tardo-manierista, ancora tenuta in vita da Ferdinando Tacca (1619-86). Il Foggini procede con destrezza ed abilità nei più importanti settori dell’espressione artistica, esclusa la pittura. Egli nelle sue opere usa un linguaggio che calza perfettamente le aspettative di Cosimo III de’ Medici ed è sicuramente l’artista che incarna al meglio il suo gusto.

(A cura di Antonio Cappiello)

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Controriforma della chiesa cattolica e il concilio di Trento

1. Introduzione :
Controriforma Movimento nato in seno alla Chiesa cattolica nel XVI secolo con lo scopo di arginare le posizioni eretiche e le devianze dottrinali dovute alla Riforma protestante.

2. Esigenze di riforma
• Le critiche corrosive indirizzate alle più alte cariche della gerarchia ecclesiastica che da tempo avevano ampliato il loro potere temporale e lo scandalo rappresentato dal grande sciama e dagli abusi che costellavano la chiesa, spinsero la comunità ecclesiastica a varare un nuovo catechismo.

3. Strumenti Della Controriforma:
• Dopo lo scandalo rappresentato dal Grande scisma e dagli abusi che costellavano la vita della Chiesa. Il papa incoraggiò la formazione e l’azione di ordini nuovi, come ad esempio i teatini, i cappuccini, le orsoline e specialmente i Gesuiti che, con il loro impulso al rinnovamento dell’educazione e il fervore catechetico dell’opera missionaria, conferirono nuovo vigore alla trasmissione della dottrina cristiana e all’apostolato. Nel 1542 Paolo III, per difendere l’ortodossia e la coesione dottrinale arginando le tendenze eretiche che potevano sorgere all’interno della struttura ecclesiastica, istituì l’Inquisizione romana; nel 1545 convocò il Concilio di Trento per ribadire le posizioni della Chiesa in materia di dogma e di dottrina e dirimere le questioni relative alla gerarchia e alla disciplina ecclesiastica sollevate dai protestanti. Il papa collaborò spesso con un alleato scomodo, l’imperatore Carlo V, e non esitò ad adottare provvedimenti diplomatici, ma anche militari, contro i protestanti.
Il suo successore, papa Paolo IV, inaugurò un periodo di repressione ancora più aspra delle devianze dottrinali sostenendo vigorosamente l’Inquisizione, che in Spagna divenne addirittura uno strumento politico della corona; Filippo II in effetti se ne servì per assicurare l’ortodossia nel paese ed eliminare contemporaneamente l’opposizione politica e religiosa.
In Italia settentrionale verso la fine del secolo, in parte per effetto del Concilio di Trento, emerse un gruppo di vescovi di valore desiderosi di riformare il clero e di istruire il popolo; il modello invocato da molti fu il cardinale Carlo Borromeo di Milano.

• 1542 Istituzione del Tribunale dell’Inquisizione Romano, un tribunale ecclesiastico per la repressione dell’eresia.

• 1545 CONCILIO DI TRENTO : XIX concilio ecumenico della Chiesa cattolica, che, in reazione alla Riforma protestante, deliberò una riforma generale del corpo ecclesiastico e ridefinì i dogmi. La storia del Concilio fu alquanto complessa a causa delle implicazioni politiche che esso comportava, del permanente stato di guerra tra Francia e Impero e delle forti resistenze curiali. La convocazione del Concilio, fortemente voluta dall’imperatore al fine di cercare un accordo con i protestanti, era avversata dalla Santa Sede che temeva di non potervi esercitare il proprio diretto controllo. L’assemblea fu convocata la prima volta nel 1537 a Mantova e una seconda volta a Trento nel 1542, dove i padri conciliari riuscirono finalmente a riunirsi solo nel dic. 1545. Il concilio si articolò in tre sessioni:
. Risolte le questioni procedurali, l’assemblea si rivolse alle fondamentali problematiche dottrinali sollevate dai protestanti. Uno dei primi decreti affermò che la Scrittura doveva essere interpretata secondo la tradizione dei padri della Chiesa: un rifiuto implicito del principio protestante della “sola Bibbia”. Il lungo e complesso decreto riguardante la giustificazione condannava il pelagianesimo detestato da Lutero, ma tentava contemporaneamente di conferire un ruolo alla libertà umana nel processo di salvezza. Questa sessione affrontò inoltre questioni disciplinari, come l’obbligo dei vescovi di risiedere nelle loro diocesi.
. Dopo un’interruzione provocata da una profonda incomprensione di natura politica tra Paolo III e Carlo V, la seconda sessione del concilio, convocato nuovamente dal neoeletto papa Giulio III, rivolse la sua attenzione soprattutto ai sacramenti. La sessione, alla quale parteciparono alcuni luterani, fu boicottata dai rappresentanti francesi.
. La terza sessione del concilio dibatté prevalentemente questioni disciplinari, in particolare il problema irrisolto della residenza episcopale, da molti considerata la chiave di volta della riforma ecclesiastica. Nel 1564 Pio IV proclamò la professione di fede tridentina (da Tridentum, l’antico nome romano di Trento) che sintetizzava le decisioni dell’assemblea in materia dottrinale. Tuttavia il concilio non affrontò mai una discussione riguardante il ruolo del papato nella Chiesa, questione sollevata ripetutamente dai protestanti. Tra i teologi che parteciparono al concilio, si ricordano in particolare Girolamo Seripando, Reginald Pole, Diego Lainez, Melchior Cano e Domingo De Soto.

• 1566 viene redatto il “Catechismo del Concilio di Trento” ad uso dei parroci un manuale autorevole che fosse base per gli insegnamenti dei sacerdoti ai fedeli laici e che contribuisse ad affermare la dottrina cattolica contro la Riforma protestante.Il concilio intese il catechismo come il manuale ufficiale per l’istruzione popolare, il settimo canone, “De Reformatione” (Sess. XXIV) recita: “Perché il fedele possa avvicinarsi ai sacramenti maggior reverenza e devozione, il Santo Sinodo incarica tutti i vescovi che li amministrano a spiegare i gesti e le usanze in modo che adatto alla comprensione del popolo; devono inoltre osservare che i propri parroci osservino la stessa regola con pietà e prudenza, facendo uso per le loro spiegazioni, dove necessario e conveniente, della lingua volgare; e siano conformi alle prescrizioni del Santo Sinodo nei loro insegnamenti (catechesi) per i vari Sacramenti: i vescovi devono accertarsi che tutti questi insegnamenti siano accuratameente tradotti in lingua volgare e spiegati da ogni parroco ai fedeli…”.
Nelle intenzioni della Chiesa il catechismo, benché scritto primariamente per i parroci, fu inteso anche come uno schema fisso e stabile di insegnamenti per i fedeli, specialmente riguardo alla grazia; per questo compito il lavoro segue fedelmente le definizioni dogmatiche del concilio.
Il testo è diviso in quattro parti:
. La Fede ed il suo Simbolo;
. I Sacramenti
. I precetti del Decalogo
. L’Orazione ed in particolare il Padre Nostro
Sono presenti in esso punti non trattati durante il concilio, quali il primato del papa e il Limbo ed è completamente assente la dottrina delle Indulgenze che è indicata nel “Decretum de indulgentiis”.

4. Diffusione della Controriforma:
La spiritualità della Controriforma ebbe un tono particolarmente attivista e si volse all’evangelizzazione dei territori di recente scoperta in estremo Oriente e nelle Americhe. Pari entusiasmo animò la fondazione di confraternite, congregazioni, di associazioni di carità, e, soprattutto da parte dei Gesuiti, di scuole confessionali. Oltre al proselitismo, la Spagna della Controriforma sperimentò la fioritura della mistica, rappresentata dalle due grandi figure di santaTeresa d’Avila e san Giovanni della Croce.

Bibliografia:

• Asor Rosa, A., La cultura della Controriforma, Laterza, Bari 1990.
• Bennassar, B., Storia dell’Inquisizione spagnola dal XV al XVX secolo, Rizzoli, Milano 1994.
• Delumeau, J., Il cattolicesimo dal XVI al XVIII secolo, Mursia, Milano 1976.
• Jedin, H., Storia del concilio di Trento, Morcelliana, Brescia 1973-1981.
• Jedin, H., Riforma cattolica o Controriforma?, Morcelliana, Brescia 1987.
• Marcocchi, M., La riforma cattolica, Morcelliana, Brescia 1967.
• Zoli, S., La Controriforma, La Nuova Italia, Firenze 1979.

(A cura di Giulia Colangelo)

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L’ALIMENTAZIONE

Il pasto tipo degli uomini primitivi era composto probabilmente da termiti, cavallette, formiche o piccoli topini di campagna o in alternativa, uovo di uccello, tuberi o radici.
Nel neolitico era stata avviata l’agricoltura quindi a tavola erano presenti cereali e le carni degli animali allevati dalle varie tribù. Essendo stato appena scoperto il fuoco, si iniziano a cuocere i cibi.
Nelle età dei metalli a tavola si aggiungono ai cereali la frutta e i prodotti dell’orto.
All’epoca degli antichi egiziani, cioè da almeno 4000 anni prima della nascita di Cristo, era presente a tavola il pane, in quantità abbondante. Fatto con farina di frumento o, più spesso, di orzo, questo era infatti alla base dell’alimentazione degli antichi egizi. Gli egiziani non usavano la carne, o quasi; così insieme al pane mangiavano del pesce sotto sale, affumicato o seccato al sole, formaggio, legumi e frutta. Da bere c’era già il vino e la birra, che però era differente da quella che conosciamo noi oggi, era infatti senza bollicine.
Più o meno nello stesso periodo, però in Mesopotamia, si iniziano a lessare i cibi. I babilonesi bollivano tutto. Come condimento veniva usato olio di sesamo o di oliva, e come dolcificante il miele o la frutta. Le tradizioni culturali e culinarie dei Babilonesi ci giungono grazie alle tavolette di argilla su cui erano scritte ricette e vari metodi di conservazione dei cibi.
Anche per gli Ebrei il pane era alla base dell’alimentazione, e oltre al pane lievitato veniva preparato anche un pane senza lievito, detto pane azimo. Si mangiava carne di montone, di vitello o di bue; quella di maiale no, perché era proibita. Queste pietanze venivano lessate o arrostite, ma si trattava di cibi non comuni e riservati ai giorni di festa. Da bere anche qui c’era il vino, e insieme a questo bevande ricavate dalla fermentazione dell’orzo, del miele e delle mele.
Nell’antica Grecia, all’ora dell’ariston, il pranzo, il pasto era veloce: olive, pesce fritto o formaggio e pane di orzo. In Grecia esistevano moltissime varietà di pane. Se ne conoscono addirittura 72, tra cui il daraton, che era un pane senza lievito; il phaios, un pane scuro; il semidelites, fatto con fior di grano; il caibanites, un pane composto da varie farine. E poi pani con olive, uva passa e fichi secchi. I greci consideravano la carne un cibo di lusso e compariva solo sulle tavole dei ricchi; la preferita era la carne di maiale, anche perché il pollame fece la sua apparizione solo nell’età classica. Ciliegie, uva e fragole erano molto comuni, mentre le pesche, di origine persiana, furono portate in Grecia dopo il IV secolo avanti Cristo. Da bere, anche qui, c’era il vino, che si consumava anche nei thermopolia, i bar dell’epoca. C’era anche un’altra bevanda chiamata kikeon ed era a base di farina d’orzo, semi di coriandolo e lino, vino, formaggio grattugiato e foglioline di menta.
In tavola dai Fenici erano molto usati il farro o legumi come lenticchie, fave o ceci. Insieme al pane, fatto con farina di orzo, si mangiavano cipolle, radici, cetrioli o lattuga. I fenici usavano conservare le pietanze facendole essiccare o mettendole sotto sale. Come condimenti venivano usati olio, sesamo e miele per i dolci. La birra era una bevanda molto diffusa in tutta l’Asia Minore e in Egitto, terre in cui orzo e grano venivano coltivati in abbondanza; questa veniva consumata quotidianamente come dissetante e, in certi casi, anche come ricostituente. Il vino era di buona qualità e veniva consumato in tutto il Mediterraneo Orientale.
Tra gli Etruschi erano molto comuni i cereali come: farro, orzo, fave, piselli. Erano molto comuni anche fichi, frutti selvatici, latte e formaggio di capra. La carne più usata era quella di maiale, ma venivano arrostiti anche cervi, lepri e qualche orso. Nelle lagune di Maccarese e di Orbetello non mancavano le anguille e i capitoni, le spigole e le orate. Il vino era la bevanda preferita anche se spesso veniva annacquato e poi c’era un’altra bevanda molto rinfrescante, fatta con latte fermentato.
Tra i romani primitivi i pasti erano molto frugali, ma il cambiamento fu radicale col passaggio all’epoca imperiale. I romani avevano per la buona tavola un amore che non risparmiava cure e non badava a spese. Anche per loro il pane era alla base dei pasti, però il suo uso si diffuse solo verso il II secolo avanti Cristo. Prima si mangiava una specie di pappa di farro e grano, detta puls. Questa veniva consumata con legumi come fave, lenticchie e ceci, oppure con la carne allo spiedo. Tra i romani, oltre alle solite carni come bue, agnello e vitello, erano comuni anche quella di asino, di ghiro, di cinghiale, di fagiano e di pavone. Nelle villae si allevavano i pesci, la selvaggina e gli uccelli che venivano poi cucinati con maestria dai cuochi. Si trattava di una cucina in cui venivano mescolati sapori pungenti e sapori dolciastri: nelle stesse pietanze, accanto all’aceto e alla menta, si usavano il miele, il mosto cotto e la frutta ridotta a purè. Anche qui il vino era la bevanda preferita, e si beveva caldo anche nei bar, che, a giudicare da Pompei, erano diffusi come ai giorni nostri.

Tra il ‘500 e il ‘600 ci fu una vera rivoluzione nella cucina europea e mondiale. L’ Europa importò dall’ America molti vegetali, all’epoca sconosciuti, che oggi consumiamo abitualmente. Il mais era il cereale su cui si fondava l’alimentazione delle popolazioni centroamericane. Questa pianta era ignota agli Europei. Fu portata in Spagna da Colombo, ma solo verso la fine del Cinquecento fu trapiantata nelle campagne. Poiché il mais dava una buona resa e non necessitava di molte cure, tra il XVI e il XVII secolo divenne alimento di base dei contadini, soprattutto nell’Italia settentrionale. La patata fu scoperta da un soldato spagnolo nel 1518, ma si affermò in Europa solo nel corso del Settecento. Inizialmente, infatti, fu giudicato un cibo malsano e poco nutriente. Molti altri vegetali furono portati in Europa dall’America: tra questi il pomodoro, il cacao e il tabacco. Colombo nel suo giornale di viaggio, ricorda di aver incontrato gli indigeni con “un tizzone in mano”. Presto l’uso del tabacco divenne oggetto di discussioni fra gli studiosi e si diffuse in Europa come una moda. Il cacao era coltivato nell’area messicana quando vi arrivò Cortès. Era usato per fare un’originale bevanda, ma presso gli Aztechi e i Maya le fave di cacao erano usate come moneta. In Europa il cacao e la cioccolata suscitarono moltissima curiosità:
si aprirono discussioni e si scrissero addirittura libri sull’argomento. Furono gli spagnoli ad introdurre l’uso del cacao nel nostro continente. All’inizio, dato il suo alto costo, la cioccolata era una bevanda aristocratica e riservata ai soli sovrani. Solo nel Seicento, quando calò il prezzo, si diffuse anche tra la borghesia.

LA DIETA DEI CONTADINI IN ITALIA

Una delle fonti più preziose per le regole del mangiar bene, che sono differenziate a seconda delle classi sociali, è sicuramente il “Libro dei buoni costumi” di Paolo da Certaldo. In questo libro viene raccomandato, soprattutto ai poveri, come cucinare, come conservare il cibo cotto per la sera e come stare leggeri per dormire meglio. Le attività della giornata, anche nel Rinascimento, sono regolate dalla luce del Sole; ci si alza presto, svegliati dalla moglie o dalla madre che sono già in piedi da tempo. La sera quando tramonta il sole, la giornata si conclude a tavola, imbandita diversamente a seconda del reddito della famiglia che vi si siede attorno. Prima di lasciare la casa per andare a lavoro viene consigliata una colazione a base di una fetta di pane e mezzo bicchiere di vino. Questa è la regola dei poveri che nell’arco della giornata devono consumare altri due pasti: il pranzo, la “commestio”, verso le undici, e la cena, il “prandium”, subito dopo il tramonto. Generalmente la cena è più lunga perchè le persone dopo il lavoro sono più libere e possono passare più tempo a tavola con i familiari. A quell’epoca la cena del popolo povero è molto sobria ed è composta da pane, verdure, marmellata e frutta, oltre che da fave, farinata di miglio e di castagne. Le erbe che usano i poveri sono molto spesso usate anche da conservanti; infatti con queste erbe si possono cucinare anche piatti che possono durare più di un giorno. Qualche uovo pùo arricchire la cena ma spesso diventa piatto unico quando fritto.
Il pane è sempre senza sale perchè il sale è molto costoso e difficile da trovare, specie se si è poveri. Solo i più ricchi se lo fanno inviare da Genova o dalla Provenza.
Il pane, che è alla base della dieta dei poveri, da questi ultimi viene mangiato da solo, mentre i ricchi lo usano come base per appoggiare gli arrosti.
Alcuni lo preparano in casa; in questo caso il pane deve essere rigorosamente cotto nel forni pubblici allo scopo di permettere alle autorità di controllare, attraverso il consumo di ogni famiglia, le possibilità economiche di ognuno e procedere così alla tassazione. Tutto questo serve anche a mantenere equo il prezzo del pane, evitando frodi e speculazioni.
Purtroppo il pane viene spesso a mancare, dunque più comunemente viene offerto nelle feste o nei matrimoni. Spesso alla morte di un personaggio vi è l’usanza di distribuire il pane ai poveri, così che questi abbiano un buon ricordo di lui.
Quando il pane è duro c’è l’abitudine di fare la “panata”, una minestra a base di pane duro grattugiato, uova, parmigiano, noce moscata e sale. Sono anche molto usate la pasta e la minestra, compresi i maccheroni; nelle grandi occasioni si mangia anche la carne e il pollo e quando si uccide il maiale è usanza offrire un pò di sanguinaccio al vicino. Fra i poveri l’uso delle spezie è quasi inesistente a causa del loro altissimo costo. Le spezie non servono solo a insaporire il cibo, ma anche a mascherare il forte odore della carne, che di solito non è molto fresca.
Le zuppe in questa epoca sono spesso a base di erbe odorifere, che possono essere bulbi, per esempio la cipolla, che rende più saporito il pranzo.
La zuppa di cipolla, ancora molto amata, non è di origine francese come molti pensano, ma fiorentina.

LA DIETA DELLA MEDIA BORGHESIA IN ITALIA

La cena del medio borghese comincia di solito con della verdura cruda che può esser insalata, seguita da un piccione e da formaggio di capra e finisce con la frutta. Egli mangia spesso le polpette di fegato, ma alla base della sua alimentazione c’è la pasta, che condisce in vari modi, troppi secondo i moralisti che sono sempre pronti a criticarli. I più ghiotti la mangiano persino fritta, la cucinano nell’aglio e la fanno saltare in un’altra pentola per poi condirla con formaggio. Se la loro condizione finanziaria è buona, accompagnano tutto con del vino che, se bevuto nella giusta quantità, può avere effetti benefici sulla salute, sia fisica che mentale.

LA DIETA DEI RICCHI IN ITALIA

Questa classe sociale, essendo molto ricca, ha un menù eccessivamente lussuoso, al punto che la Chiesa cerca di moderarne gli eccessi attraverso leggi, che difficilmente vengono rispettate dai potenti. Una delle leggi prescrive alcuni giorni di digiuno, altre regolano la grandezzadei banchetti. Il cuoco deve far sapere all’ufficiale del Comune il numero delle vivande e delle portate, che non possono essere più di tre. Qualsiasi persona, anche del miglior rango, non può servire a tavola più di due piatti di carne, nei giorni di grasso, o di pesce, nei giorni di magro. Quando c’è varietà di carni bollite e di arrosti, questi devono essere serviti nello stesso piatto. I ricchi quindi per non pagare le multe preparano delle torte salate che entrano in un solo piatto, ma che bastano per cinque persone. Il vino su queste tavole scorre in abbondanza, ma la sua qualità è ben superiore ai vinacci della plebe, e meno dannoso per il fegato e per la mente. Se poi il nobiluomo voleva far colpo sugli ospiti poteva far servire anche qualche piatto di pesce, con una salsina adatta. Di certo su quella ricca tavola non trovavano più posto le spezie orientali, come la noce moscata, i chiodi di garofano, la cannella: il grande aumento dei traffici commerciali rendeva ormai quegli alimenti molto diffusi, quindi a buon mercato, quindi per niente chic.
Piuttosto poteva essere molto elegante offrire ai propri ospiti una tazza di cioccolata ben zuccherata, che poteva aggiungersi a qualche dolce a base di frutta. E così,volendo fare un parallelo con “I Promessi Sposi”, mentre Padre Cristoforo saliva verso la dimora del ribaldo che si rimpinzava e i suoi confratelli a mensa mangiavano, come i poveri contadini del paese, una zuppa che li avrebbe aiutati a tirar sera (limitandosi però a bere, quando c’era, un solo bicchiere di vino), qualche ricco mercante a Lecco o a Milano non stava certo a perder troppo tempo a tavola.
Al più si sarebbe rifatto la sera, per cena. Certo, non sarebbe stata una cena “da nobili”, ma non tanto per questioni economiche, quanto per questioni pratiche: mangiar troppo, con troppi grassi, rischia di infiacchire, e una classe rampante ha bisogno invece di essere agile e pronta allo scatto. Ma di certo era una cena varia e sufficiente. Inoltre in tavola non mancava mai il pane bianco, quello buono, fatto col frumento. Già, perché i ricchi vivevano in città, e questo rappresentava un grosso vantaggio dal punto di vista alimentare. Oggi siamo soliti cercare nelle campagne il cibo “genuino”, facendo la gioia di tanti ristoratori che ci servono con rurale cordialità surgelati provenienti dalla Scandinavia. Ma all’epoca di cui stiamo parlando il vero privilegiato era invece il cittadino. La plebe, finchè era sparsa nelle campagne, non era un problema sociale; ma la plebe riunita nelle città, pronta a far tumulto in periodi di carestia, era una delle preoccupazioni costanti delle autorità.

In questo periodo inizia anche il consumo di due bevande molto diffuse al giorno d’oggi: il Caffè e i Superalcolici. Se la carenza di pane scatenava le rivolte, come ci racconta Manzoni nel suo Romanzo con la rivolta del pane di cui Renzo è protagonista, cosa sarebbe successo se a qualcuno fosse venuto in mente di fare un esperimento stravagante come fu quello del “proibizionismo” americano? La domanda, apparentemente bizzarra, nasce dalla lettura dei dati storici: il consumo giornaliero medio di vino si aggirava attorno al litro, quello di birra era ancora più elevato.
E’ pur vero che si trattava in genere di vini a gradazione alcolica inferiore a quella a cui siamo oggi avvezzi, ma comunque si tratta sempre di consumi molto elevati. Bisogna però, leggendo questi dati, considerare anche che le abitudini di vita comportavano un consumo calorico non indifferente, e non solo per la gran massa delle persone addette al duro lavoro dei campi. La vita “sedentaria” come la concepiamo oggi non esisteva nel Seicento, e questo giustifica, almeno in parte, un consumo così elevato di bevande alcoliche. Se l’abuso vero e proprio di vino era soprattutto diffuso, sia per ignoranza che per sottoalimentazione, tra le classi più umili, è piuttosto l’uso di quelli che oggi chiamiamo “superalcolici” che inizia in questo periodo. E’ infatti nel Seicento che cominciano a diffondersi i distillati di cereali (whisky, vodka) o quelli di frutta (le varie grappe): non invidiabile appannaggio delle classi più ricche, i liquori, bevande considerate molto “chic”, nella seconda metà del secolo diventano via via di uso sempre più ampio, con gravi conseguenze sociali e sanitarie. L’alimentazione, si sa, ha anch’essa le sue mode. Dicevamo sopra di come declinò il consumo di spezie orientali, che a un certo punto erano divenute troppo “popolari”. Le nuove piante importate dall’America non avevano invece ancora vinto le diffidenze: la patata e il mais si sarebbero diffusi e affermati solo nel secolo successivo, come del resto il riso, di origine orientale e peraltro presente già da tempo in Europa, ma considerato ancora alla stregua di una stravaganza, e comunque non ammesso tra i piatti delle tavole eleganti. Invece nel Seicento vedono un successo irresistibile le bevande di origine “coloniale”. Dall’America si importa il cacao e, sempre per restare ai Promessi Sposi, chi non ricorda che a Gertrude, finalmente sottomessa al bieco genitore, viene offerta, come segno di particolare favore, una tazza di cioccolata? Dall’Asia arriva una pianta, il te, con la quale si prepara un’ottima bevanda, tonica e leggermente eccitante, che diviene subito di gran moda. Ma la parte da leone, soprattutto nel nostro paese, la farà il caffè, di origine mediorientale. E se la cioccolata o il te si preparano e si bevono a casa, il caffè diventa così popolare che qualcuno, di cui purtroppo ignoriamo il nome, ha l’idea, in quel di Venezia, di aprire una bottega in cui si prepara quella nera bevanda di cui sembra che non si possa fare a meno. Chissà, forse quel pioniere si sarà sentito dire dalla moglie o da qualche amico prudente: “ma cosa fai, è una moda come le altre, poi passerà; metti i danari in qualche impresa più sicura…”.
Quell’ignoto pioniere ha fatto qualcosa di grande: il “caffè”, come viene subito chiamata la bottega in cui si serve l’amatissima bevanda, diventa un luogo di incontro, il punto principale di scambio di idee, di discussioni. La nuova classe emergente, la borghesia che non poteva frequentare l’osteria, riservata al popolo, ha finalmente nel “caffè” un posto in cui trovare l’amico, in cui darsi appuntamento, in cui scambiare quattro chiacchiere o concludere affari.

Nel ‘600 incomincia anche l’utilizzo a tavola delle posate. Le prime posate a comparire sulla tavola sono il cucchiaio e il coltello: il primo troppo ingombrante e il secondo di forma offensiva. All’origine vengono usati in comune con tutti i commensali, tanto che le norme di buon costume raccomandano di pulirlo con la tovaglia o col tovagliolo prima di passarlo agli altri commensali o prima di prendere il cibo dai piatti comuni.
I primi cucchiai sono in legno, molto grossi e rotondeggianti, quindi non entrano in bocca e il liquido viene dunque aspirato con i conseguenti rumori. Solo successivamente assumono la loro forma attuale più ovale che permette un uso più funzionale. Il cucchiaio non nasce per i ricchi ma per i poveri, che mangiano spesso la zuppa.
I coltelli sono molto affilati e hanno una punta acuminata che serve anche per prendere il cibo già tagliato, quando non è ancora in uso la forchetta. Col tempo saranno delegate alla forchetta le funzioni della punta del coltello, che diventa sempre più arrotondata e la lama stessa sempre meno affilata per diminuire l’immagine negativa del coltello.
Lo stesso significato riveste l’usanza francese di apparecchiare la tavola con le punte della forchetta rivolte verso il basso, cioè appoggiate sul tavolo; quelle punte che “guardano” potrebbero infatti richiamare immagini offensive agli occhi dei commensali.
L’uso del coltello, ove non strettamente necessario, viene addirittura abolito, o viene introdotto l’uso di coltelli ad hoc, come i coltelli da pesce, da dessert e da burro, che assomigliano di più a una spatola che non a veri coltelli, sempre con lo scopo di attenuarne gli aspetti offensivi alla vista e sensibilità dei commensali.
La produzione di coltelli è molto diffusa tanto in Spagna come in Francia e Germania, ma fino alla fine del Rinascimento l’eccellenza assoluta di qualità ed estetica viene raggiunta dai coltellinai italiani. Basti pensare agli splendidi esemplari conservati al museo Poldi-Pezzoli di Milano, come il coltello veneziano del primo Rinascimento col manico d’argento, niellato e ageminato, di raffinata eleganza o l’altro, fiorentino di gusto celliniano, col manico di argento dorato lavorato in foggia grottesca. Il XVIII secolo vede svilupparsi l’uso di coltelli con i manici di madreperla e d’argento, lavorati in fogge così eleganti e funzionali che ancora oggi vengono utilizzate dalla coltelleria elegante che si ispira alla produzione del Settecento romano, veneziano e parigino.
La prima forchetta di cui si ha documentazione scritta è un bidente d’oro che fa parte del corredo di una principessa andata in sposa a un doge. Le prime forchette sono forconcini in legno che i toscani chiamano “forcula”, da questo il nome forchetta, e i milanesi “forcelletta”. L’uso dei tre pezzi, cioè cucchiaio, forchetta e coltello è una conquista recente. Sino al rinascimento , la forchetta, con il coltello usato da sempre, si appoggia in modo contrario al nostro. Il manico è rivolto verso l’alto e le decorazioni si leggono al contrario.
Prima del rinascimento i piatti sono di peltro e il loro uso è in comune tra i commensali, solo alla fine del quattrocento vengono per la prima volta utilizzati piatti di metallo e individuali.
Il comportamento a tavola nel passato lascia molto a desiderare visto che si vieta per esempio di non pulirsi le dita con la tovaglia dopo essersi soffiati il naso (in quel periodo non ci sono ancora i fazzoletti e ci si soffia il naso con le mani). Il galateo considera maleducazione rimettere nel vassoio di portata un osso spolpato, che invece deve essere buttato per terra; è per questo motivo che intorno alla tavola ci sono spesso gatti e cani che partecipano al pasto e in più “puliscono” il pavimento dai resti di cibo. Inoltre è vietato bere dal bicchiere comune col boccone in bocca, mettersi le dita del naso a tavola, pulirsi i denti con il coltello e sputare nel piatto comune.

(A cura di Antonino Di Leo)

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