UNA PERSONALE VISIONE DELLA SCIENZA DEL FUTURO

C’era una volta, nel lontano 2013, il genere umano e la sua scienza che credeva di poter spiegare tutte le possibili manifestazioni della realtà, ogni sua sfumatura, ogni sua irrazionalità e non solo, credeva anche di poter oltrepassare quella realtà, indagando altre inarrivabili dimensioni! Alcuni invece pensavano che anche una volta che tutte le domande della scienza avranno avuto risposta, i problemi vitali dell’uomo non saranno neppur toccati, accarezzando così uno scetticismo totale! Quella scienza era ancora giovane, nata, nella sua forma più primitiva, qualche migliaio di anni prima in Grecia sotto il nome di filosofia, con uomini che, scrutando il cielo, già intravedevano nella natura un romanzo in caratteri matematici! Poi, intorno al ‘600, quel sapere ancora incerto e insicuro iniziò ad affermare e legittimare la propria validità ed esistenza, venendosi a configurare come sapere certo perché basato sulla verifica sperimentale. Molti stravolgimenti ha conosciuto, molti paradigmi sono stati modificati e molti momenti difficili ha dovuto superare. Il positivismo, che aveva esaltato la scienza come unica fonte di conoscenza e di progresso per l’uomo, venne criticato da un lato per l’impossibilità della stessa di spiegare l’originalità degli esseri viventi e del suo aspetto “spirituale” e dall’altro per le enormi catastrofi che la sua applicazione tecnica hanno provocato, ben lungi dal migliorare le condizioni umane.
Oggi, 23 dicembre 2823, la scienza, avendo raggiunto una tale consapevolezza di se stessa, può definitivamente riconoscere le sue reali finalità e i suoi limiti invalicabili. Einstein disse che l’unica cosa che davvero gli importava era “conoscere la mente di Dio”: la scienza non può farlo; ebbene sì, siamo giunti a concepire un modello che spiega perfettamente la nascita dell’universo, le varie forme di materia ed energia; siamo riusciti a guardare oltre l’era di Planck, a unificare le quattro forze, a metterci in contatto con altre forme di vita evolute; eppure la “mente di Dio” ci sfugge e credo ci sfuggirà sempre perché non riusciamo a spiegare il perché la realtà debba rispondere ai nostri modelli, perché l’universo è strutturato secondo questi schemi. La scienza spiega e prevede ogni fenomeno in una maniera assolutamente esatta e precisa, e in quest’ottica raggiunge la verità e si prefigura come l’unico strumento di conoscenza pura dell’essere umano, essa però non può rispondere alle domande di senso, interrogativi che l’uomo naturalmente si pone. Ecco un altro aspetto molto rilevante che traspare da questa analisi critica: i limiti della scienza coincidono con i limiti dell’uomo; tutto ciò che l’uomo può dire di conoscere con sicurezza infatti deriva dalla scienza; e se la scienza non può indagare sconosciute questioni è perché l’uomo stesso non può.
Cosa dice invece la scienza sull’uomo e sulle sue inquietudini più assolute? L’aspettativa media di vita ora sfiora i 150 anni e l’esistenza umana è radicalmente cambiata, eppure non si riesce ancora a comprendere come si formi il pensiero e il mistero della morte non è mai stato più intricato! La scienza è per sua stessa natura impossibilitata a sciogliere i più profondi dubbi umani, quelli che riguardano le passioni, gli impulsi irrazionali, lo scorrere del tempo, la morale, l’aldilà.  Nonostante i grandi meriti di psicologia e sociologia, la sfera umana trascende gli orizzonti scientifici.
L’ultimo elemento topico che non si può tralasciare in una trattazione sulla scienza riguarda l’impatto che essa ha sulla vita dell’uomo, la sua applicazione tecnica in sostanza. La scienza, più di ogni altro fattore, modifica le dinamiche economiche e sociali della Terra; ogni grande innovazione tecnica infatti trasforma estremamente l’uomo e le sue abitudini; molto spesso questi cambiamenti sono dettati da logiche politiche ed economiche, da giochi di potere, per questo il monopolio della ricerca e della scienza è oggetto di aspre lotte; in questa prospettiva è necessario che ai ricercatori sia garantita l’autonomia e la libertà, e che sia rispettato la più nobile e naturale meta della scienza, il miglioramento delle condizioni dell’umanità intera, sempre e comunque nel rispetto dell’essere umano e dell’etica, ecco l’unico vero progresso. Abbiamo prodotto armi micidiali, clonato qualsiasi cosa, manipolato il DNA, la vita, creato l’intelligenza artificiale ma non siamo ancora riusciti a raggiungere l’uguaglianza tra tutti gli umani, ecco l’obiettivo primo degli uomini di scienza.
Il genere umano è ancora qui, tra ingiustizie ataviche e problemi di fondo, a ricercare qualcosa di inafferrabile e irraggiungibile, la sua essenza. La scienza non può risolvere un tale enigma, non può condurre all’onnicomprensività, e ogni sforzo in questo senso sarebbe vano, essa però, con l’infinitesimo slancio di ogni uomo assetato di sapere, si configura come la più potente espressione dell’umanità, capace di comprendere il mondo circostante per viverci in sintonia, capace di assicurarci la sopravvivenza, capace potenzialmente di rendere possibile l’utopia di un mondo giusto. La scienza percorre da sempre il sentiero più impervio, verso la cima più alta possibile, la scienza raccoglie le sfide più importanti del genere umano.

A cura di Lorenzo Pinto

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IL NOUMENO KANTIANO: DA PLATONE A SCHOPENHAUER

Con il termine “noumeno” si vuole indicare qualcosa che viene pensata, una specie intellegibile, un’idea. Il termine deriva dal greco “νοούμενoν “, [ noumènon], participio presente di forma passiva del verbo “ noein”, ( percepire con la mente, pensare) ed indica quindi ciò che è frutto della nostra elaborazione intellettiva, qualcosa che viene pensata.
Il primo ad utilizzare questo vocabolo è Platone; egli vuole indicare una specie intellegibile. Il noumeno, infatti, indica tutto ciò che non può essere soggetto a percezione nella sfera del tangibile, ma a cui si può arrivare solamente in seguito a ragionamento. Questo concetto è alla base della “metafisica” di Platone, la parte di filosofia che si occupa degli aspetti costituenti un fondamento per la realtà, che vanno oltre gli elementi dell’esperienza dei sensi.
Questo termine viene poi ripreso, anche se in chiave diversa, da Immanuel Kant, che ne parla nella Critica della Ragion Pura. Per il filosofo del XVIII secolo, l’ambito della conoscenza umana è limitato al fenomeno, (ovvero l’apparenza sensibile), dal momento che, la cosa in sé non può divenire oggetto di un’esperienza possibile.     Nella filosofia kantiana non vi è però una totale sovrapposizione fra “ noumeno” e “ cosa in sé”. Il primo indica una rappresentazione della ragione, risiedente nella mente umana; il pensiero cerca, infatti, di trascendere la capacità di conoscere.     Nel caso della “ Ding an sich”, (cosa in sé), è un riferimento del noumeno: è la realtà esterna al soggetto.
Nella globale visione legata a questo termine, di origine classica, si può attribuire allo stesso un’ambivalenza di significato. Dal punto di vista negativo, lo si vede come il concetto di un’incognita, che non potrà mai entrare in un rapporto di conoscenza con noi stessi e che si limiterà, di conseguenza, ad essere semplice intuizione. Positivamente si vede il noumeno kantiano, come “ oggetto di un’intuizione non sensibile”, cioè di una conoscenza propria di un intelletto divino, dotato di un’intuizione superiore alla nostra; questa conoscenza è, infatti, preclusa all’uomo.
Nella teoria del filosofo di Konigsberg grazie all’esperienza dei sensi, possiamo raccogliere i dati relativi alla nostra sfera visiva e possiamo, dunque, con l’aiuto dell’intelletto, rielaborarli sotto forma di giudizi, non avendo però, la possibilità di andare oltre l’esperienza ( qui si radica il concetto di noumeno).  Possibile è pensare solo le cose in sé; per esempio, le idee di “anima” e “Dio” non sono dimostrabili se non in campo metafisico.
Il concetto di noumeno verrà ripreso dopo Kant da Arthur Schopenhauer, per il quale, la rappresentazione non è costruita con le forme a priori, ma le precede, ponendosi, come fenomeno originario, dal quale si delineano spazio, tempo e causalità. Per il filosofo di Danzica, al “fenomeno” è assegnato il significato di rappresentazione, mentre alla “Ding an sich” quello di volontà, a cui si accede attraverso il corpo. 
Il discorso legato al noumeno, è insomma da secoli alla base degli interrogativi umani: esiste o no la sfera dell’intellegibile puro, non influenzato dalla realtà esterna o dai sensi? L’uomo è dotato di intuizione sentimentale?
A questi, molti, da Platone a Kant, hanno tentato di dare risposta, anche se poco chiaro è il sottile confine tra lo scibile assoluto, puro, privo di condizionamenti esterni e il sapere, colmo di legami con l’esperienza e con la sfera sensoriale.
Forse il noumeno non esiste, o forse, l’eccessiva influenza da parte della sfera sensoriale ce ne impedisce la ricerca; di certo però, questo è un dubbio che perdurerà ancora a lungo nell’uomo e che senza freni, quest’ultimo vorrà di sicuro provare a sciogliere.

Paolo Cammarota

La Mnemotecnica

La mnemotecnica
Non sempre è facile ricordare i numeri di telefono, le password, gli indirizzi, le date dei compleanni,ecc…e tutto ciò è spesso causa di disagi. Esiste un modo, però, per rendere tutto questo più accettabile, o meglio, per far si che quanto prima era difficilissimo da ricordare in un secondo momento non lo sia più, la mnemotecnica.
La mnemotecnica è una tecnica adoperata per memorizzare rapidamente e più facilmente entità di difficile memorizzazione.
Essa sfrutta la naturale capacità dell’uomo di ricordare le informazioni se sono trasformate in immagini o storie, consentendo di aumentare la capacità naturale della memoria umana.
Già nell’antichità i grandi oratori le usavano, poiché fanno sì, senza l’ausilio della lettura, di svolgere un discorso articolato precedentemente preparato.

La memoria umana può migliorarsi solo se, però, nel momento in cui si devono acquisire nuove informazioni esse vengono codificate ed elaborate in modo ottimale. I metodi, le tecniche e i sistemi per avere una maggiore capacità di memoria sono molteplici e si distinguono in verbali e visivi.

Tra le tecniche verbali ci sono:

– La rima: grazie alla quale il recupero dell’informazione è facilitato dai suggerimenti derivanti dalle parole che rimano fra loro.
– L’acronimo: ossia una parola artificiale, le cui lettere componenti fungono da suggerimento per il recupero di altre parole. Sigle che incontriamo quotidianamente sono acronimi, ad esempio CEE, AVIS, ENEL, S.P.A…
– L’acrostico:una frase in cui le prime lettere di ogni parola che la compone fungono da suggerimento per il recupero di altre informazioni.

Tra le tecniche visive ci sono:

– La storia: è un racconto inventato dotato di significato in cui le parole da ricordare sono collegate tra di loro per mezzo della trama. Le parole da ricordare devono riferirsi a oggetti concreti, altrimenti risulterà molto difficile immaginarsi la storia.
– Le associazioni visive: consistono nel creare delle catene di parole. Nella prima fase si costruisce una vivida immagine di ogni parola da apprendere, poi si lega la prima parola alla seconda, la seconda alla terza…

I sistemi sono mnemotecniche elaborate e complesse, possono essere utilizzate per memorizzare dei materiali molto differenti.

Tra i sistemi di tipo verbale si può ricordare:

– Il metodo fonetico: è il sistema di memoria più noto e complesso, consente il ricordo di una lunga serie di parole o numeri con molte cifre. Nella prima fase si associano una o più consonanti alle cifre da 0 a 9, nel seguente modo: 1 (T-D), 2 (N), 3 (M), 4 (R ), 5 (L), 6 (C-G dolci), 7 (K-C-G dure), 8 (F-V), 9 (P-B), 0 (Z-S, C dolce). Nella seconda fase si deve creare un casellario, di dimensioni variabili a seconda della quantità di materiale da immagazzinare. Il casellario deve essere composto da parole concrete, le consonanti che le contraddistinguono devono corrispondere a quelle relative a ciascun numero, da 0 a 9. Ad esempio, al numero 6 può essere collegata la parola cielo (6-C dolce), al numero 19 topo (1-T, 9-B). In una terza fase, si costruiscono immagini interattive tra le parole da ricordare e quelle presenti sul casellario. Ad esempio, se la diciannovesima parola della lista è “trappola”, e sul vostro casellario al numero 19 corrisponde la parola topo, si può immaginare un topo imprigionato in una trappola e al momento della rievocazione l’immagine interattiva riaffiorerà facilmente. Se bisogna imparare numeri anziché parole, la tecnica è inversa rispetto a quella appena descritta, cioè si trasforma la serie numerica in una parola.

Tra i sistemi di tipo visivo ci sono:

– La mnemotecnica dei loci: si scelgono dei luoghi famigliari e li si memorizza in modo accurato. I luoghi devono essere memorizzati secondo una sequenza fissa, non devono essere interscambiabili tra loro (il primo non può diventare il terzo). Successivamente, si deve creare un’immagine interattiva tra la parola ed il luogo. Per recuperare le informazioni, sarà sufficiente ripercorrere mentalmente i luoghi rievocando il materiale associato. Ad esempio, si può memorizzare la lista della spesa associando ogni prodotto agli oggetti in genere presenti in camera da letto.
– Il peg-system: è simile al metodo fonetico ma consente il recupero di sole dieci unità. Per poterlo usare, si deve imparare una filastrocca, originariamente in inglese, che in italiano è stata così tradotta: uno-pruno, due-bue, tre-re, quattro-gatto, cinque-pingue, sei-nei, sette-vette, otto-dotto, nove-piove, dieci-ceci. Successivamente, si formano delle immagini interattive tra le parole da memorizzare e quelle della mnemotecnica. Ad esempio, riprendendo il primo esempio (fanciullo, libro, latte, aereo), si può immaginare un fanciullo seduto sotto un pruno, un bue con un libro in bocca, un re che beve del latte…

A cura di Paolo Smaldone

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LA SCUOLA MEDICA SALERNITANA E LA MEDICINA MEDIEVALE

LA SCUOLA MEDICA SALERNITANA E LA MEDICINA MEDIEVALE

In una notte di tempesta il pellegrino greco Pontus, colto alla sprovvista da un temporale, trovò
rifugio sotto le arcate dell’acquedotto dell’Arce, per ripararsi dalle intemperie. Poco dopo giunse
sotto le campate anche un viandante latino, di nome Salernus, che era ferito, e aveva scelto come
rifugio l’acquedotto in modo da medicarsi all’asciutto. Dapprima diffidente, Pontus si avvicinò
successivamente a Salernus, interessato ai medicamenti che questi stava applicando, quando
arrivarono anche altri due viandanti, un ebreo di nome Helinus e un arabo di nome Abdela. Anche
questi ultimi si avvicinarono preoccupati al malato e il fato volle che tutti e quattro si occupassero
di medicina. Iniziarono a scambiarsi conoscenze sulla medicina e sulla chirurgia e decisero di
formare un sodalizio, dando vita alla Scuola Medica Salernitana.
Questa è la leggenda che parla della nascita della Scuola Medica Salernitana, prima e più
importante istituzione medica medievale, considerata la madre delle università.
La scuola, che si sviluppò a partire dal IX secolo, si fondava sulle conoscenze di Ippocrate e Galeno
ma soprattutto basava la sua attività sulla quotidiana esperienza di assistenza ai malati, dando molta
importanza alla profilassi e alla prevenzione. Grazie alla posizione di Salerno, importante porto sul
Mediterraneo, la scuola, nella quale ricoprivano un ruolo chiave anche le Mulieres Salernitanae,
subì l’influenza degli arabi e si arricchì anche di conoscenze farmacologiche e fitoterapiche.
Il periodo di massimo splendore della scuola si ebbe tra l’XI ed il XIII secolo. In quegli anni infatti
giunse in città Costantino l’Africano, medico cartaginese vissuto nei decenni successivi all’anno
Mille. Si impegnò a tradurre numerose opere dall’arabo, tra cui i libri di Avicenna, Averroè,
Haliy Abbas e al-Jazzar, nonché i testi di Ippocrate e Galeno, che sono stati restuiti alla cultura
occidentale dopo le invasioni barbariche proprio dai nuovi contatti con i mori.
La magnificenza della scuola fu tale da rendere la medicina la prima scienza ad uscire dalla
chiusura mentale delle abbazie per confrontarsi con il mondo esterno e l’esperienza pratica. Tuttavia
anche i monaci contribuirono allo sviluppo delle pratiche mediche, come ad esempio quelli della
Badia di Cava, situata a poca distanza da Salerno.
Anche Federico II, imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Sicilia, si accorse dell’importanza
di questa florida istituzione scientifica: nel 1231 emanò un editto in cui stabiliva che potevano
esercitare la professione di medico solo coloro aventi possesso di un diploma conseguito presso la
Scuola Medica Salernitana.
Con la nascita dell’Università di Napoli, sorta nel 1224, la Scuola iniziò a perdere importanza,
letteralmente oscurata dai nuovi atenei di Bologna, Padova e Montpellier.
Nel 1811 Gioacchino Murat la soppresse, segnando la fine di quella che molti considerano la prima
università della storia. Infatti, oltre alla medicina, si tenevano anche corsi di filosofia, teologia e
legge. Il curriculum studiorum prevedeva oltre a 3 anni di studio della logica, 5 anni di medicina,
composta di anatomia e chirurgia. Alla fine del corso di studi gli allievi prendevano parte a un anno
di pratica sotto la guida di un medico anziano, al termine del quale ogni studente era sottoposto
ai rigorosi esami tenuti dai medici dell’Almo Collegio Salernitano, corpo accademico composto
da medici della scuola, sorto con lo scopo di difendere gli interessi dei medici dall’opera dei
medicastri.
Quello fornito dalla Scuola Salernitana fu il più fulgido e riuscito esempio di medicina laica
medievale, fondata su empirismo e tradizione.
Accanto alla medicina laica c’era una molto più diffusa pratica medica, fortemente influenzata dal
Cristianesimo e dalla Chiesa, che si fondava anch’essa sul patrimonio ereditato dalla tradizione
greco-romana e alessandrina, ma il cui bagaglio di conoscenze era soltanto una semplificazione di
tutte le informazioni anatomiche e terapeutiche che aveva ricevuto in eredità. A ciò si aggiungeva la
credenza di un forte legame tra malattia e peccato; lo stesso papa Gregorio I dichiarò, nel 590, che
la Peste era una punizione divina e che pertanto non andavano salvati coloro che si ammalavano per
non entrare in conflitto con la volontà di Dio: “Christus Medicus” offriva la cura e la terapia era la
redenzione.

Al di là di ciò, molti ordini monastici, come i Benedettini, accolsero tra le mura dei loro monasteri
la cultura medica classica, facendo della cura degli ammalati la loro missione.
Essendo la medicina medievale strettamente legata alla magia e alle credenze mistiche, non
esistevano veri e propri filoni medici specializzati, ma in ogni città si trovavano persone che
curavano, con fortuna alterna, malati di ogni tipo; figure che andavano dal conciaossa al cerusico,
dalla strega alla levatrice popolavano il paesaggio di ogni città o paese. Non solo a questi
improbabili terapeuti era affidata la cura delle malattie, ma l’intercessione dei Santi era accettata
come medicina né più e né meno di quella praticata da medici professionisti.
La vera rivoluzione della medicina europea, compresa la medicina laica della scuola di Salerno,
si ebbe nel XII secolo, con l’arrivo degli Arabi e con essi un immenso patrimonio culturale,
non solo medico. Grandi scienziati come Abulcasis o Avicenna, il quale scrisse nel 1030 una
grande enciclopedia medica che unisce la medicina araba a quella greca e indiana (l’Ayurveda),
contribuirono in maniera determinante all’avanzamento della medicina in Europa.
Tuttavia il vero fallimento della medicina tradizionale si ebbe con la Peste Nera del Trecento,
quando quasi metà della popolazione europea morì: il confine tra vita e morte non esisteva
praticamente più, non si seppellivano più i morti, i cadaveri erano accatastati a migliaia nei campi
fuori le mura delle città a marcire sotto il sole, vi era più gente nei lazzaretti che per le strade. Fu
allora che, dalla necessità di porre fine a questa falcidiante epidemia, nacque nel basso Medioevo
l’ospedale, rimanendo in ogni caso per secoli un luogo di malati e non di medici, preferendo questi
ultimi continuare a visitare i malati in casa oppure limitandosi all’attività di insegnamento nelle
università.

(Introduzione a cura di Vincenzo Romaniello)

PIANTE MEDICINALI

Come brevemente detto in precedenza, le erbe sono state una delle forme principali di medicina

medievale, ereditate da un sapere di tempi molto più antichi. Venivano usufruite abbondantemente sia

da medici di maggior prestigio, assoldati da individui appartenenti alle classi più nobili, che da contadini

e dalle classi sociali di più basso gradino che erano a conoscenza di alcuni rimedi medici di tradizione

orale. Purtroppo, come quasi in tutte le cose, la realtà era stata a quel tempo mescolata dall’alone

misterioso e religioso che aleggiava nel corso di quei secoli e il sapere delle erbe medicinali era stato in

parte distorto, rendendolo superstizione. Ad esempio molte delle proprietà delle erbe venivano ad esse

attribuite solo per il colore della pianta o per la forma che esse mostravano. Eppure, come ad esempio

si è verificato nella nostra Italia, con il formarsi delle Università e delle corporazioni intorno il 1300, la

scienza è stata rinnovata come un sapere intoccabile e nettamente distaccato dalle credenze popolari,

segno della nascita di una nuova era. La corporazione degli speziali (Alla quale Dante era iscritto per poter

partecipare alla vita politica fiorentina), appariva come una farmacia di quel tempo, le cui medicine erano

prevalentemente a base di erbe e di unguenti…

Non solo nelle arti e nelle università si intraprendeva lo studio delle piante medicinali, bensì pure nei

monasteri. E’ infatti grazie alla tradizione monastica che ci sono arrivati diversi erbari e da questi siamo

potuti risalire alla loro egregia sapienza vegetale, nonché medicinale. Facciamo un passo indietro e

cerchiamo di comprendere come i monaci abbiano appreso questo sapere. I Monasteri attorno al XII secolo

avevano subito la loro maggior espansione in Europa, ricoprendo una sezione importante della cultura

medievale. I monaci erano persone votate a Dio e alla religione Cristiana, individui che si apprestavano a

seguire la vita dettata dal vangelo e di conseguenza la loro vita monastica era caratterizzata da diversi punti

essenziali: Lo studio della Bibbia ne è un esempio, dei salmi ecc… La divulgazione religiosa per mezzo della

copiatura meticolosa dei testi; Avevano anche il compito di accogliere i poveri, i mendicanti e i malati. Per

questo possedevano grandi proprietà terriere coltivate, in quanto avevano l’ obbligo morale di sfamare

una notevole quantità di uomini. Tra quei vari campi e orti, ne era presente uno solitamente posto accanto

all’ infermeria: l’ orto destinato alla coltivazione delle piante che possedevano proprietà medicamentose.

Infatti, a quel tempo, dove la malattia e la morte era all’ ordine del giorno, malati e morenti di bassa

condizione economica bussavano alle porte del monastero per ricevere cure gratuite. E’ interessante

notare che, grazie a scavi condotti in monasteri medievali, sopratutto quelli della Gran Bretagna e del

Galles, si è potuto sapere che i monaci conoscevano e usufruivano le diverse proprietà curative di erbe

esotiche come ad esempio il papavero da oppio, la canapa ecc… Cosa sorprendente, in un progetto della

costruzione dell’ Abbazia di S. Gallo, dove senza alcuna sorpresa è indicato un pezzamento di terra separato

da un orto e situato vicino all’ infermeria, destinato alla coltura delle erbe medicinali, oltre ad esser indicate

le comuni piante officinali messe a coltura, tra i quali troviamo soprattutto Gigli, le rose, la salvia, la menta

ecc.. cosa assai strana, alla fine dell’ elenco è nominato il comune fagiolo. Fagiolo?! Il fagiolo è un legume

originario dell’ America Meridionale e come è possibile che sia arrivato nell’ Europa Medievale prima della

scoperta di Cristoforo Colombo? Un ulteriore prova dell’ errata data della scoperta dell’ america? Questa

è una cosa che gli esperti non sanno spiegarsi. Chiudendo brevemente questo ampio capitolo, riporto qui

sotto alcune delle malattie più comuni e le relative cure a base di erbe medicinali… Si potranno quindi

gustare sapori e aromi di un’ epoca indimenticabile e dal fascino ammaliante…E magari star meglio!

Tecniche di procedimento:

Infuso:

Consiste nel far bollire una certa quantità d’ acqua, e in seguito versarla entro pochi minuti in un recipiente
dentro il quale è stato deposto in precedenza la droga sminuzzata.Mescolare le erbe perché queste
rilascino le prime sostanze, e coprirlo per evitare la fuoriuscita di vapori (ricchi di sostanze). Lasciare la
droga in infusione per dieci o quindici minuti e a intervalli di tempo agitare la droga. In seguito filtrare l’
infuso. Bere in quantità ridotte(Generalmente una tazzina da the), e consumare l’ infuso quando è ancora
caldo, ma mai quando è bollente e mai quando è eccessivamente freddo.

NB: Il tempo di infusione influenzerà il colore, il gusto e ovviamente maggior sarà il tempo, maggiori
saranno le proprietà medicinali. Il tempo verrà regolato a seconda dei gusti e delle necessità.E’ il
procedimento indicato per droghe dagli aromi delicati (Tiglio, camomilla, e droghe principalmente
composte da fiori, foglie, gemme). In questo tipo di erbe saranno presenti principi attivi facilmente
decomponibili al calore e al liquido.

Decotto: Consiste nel deporre la droga in un recipiente d’acqua bollente, coprire il contenitore, e

continuare l’ ebollizione a fuoco moderato, per circa quindici o venti minuti. Dopo la bollitura, si passerà

alla filtrazione attraverso un colino a maglie strette. Per avere un maggiore effetto del decotto, è

consigliabile deporre la droga nell’ acqua fredda, prima di metterla a contatto col fuoco .Il decotto viene

sovente impiegato per liberare i principi attivi delle radici, di bacche e di prodotti di dura consistenza, i

quali sono di difficile liberazione col calore. E’ consigliabile aggiungere una maggior quantità d’ acqua (tre

cucchiai in più circa) per compensare la perdita del liquido che verrà rilasciata insieme ai vapori.

(Approfondimento sulle piante medicinali a cura di Valentina Gala)

Leggende riguardanti alcuni guaritori della Scuola

Leggenda del Povero Enrico

Una delle più celebri è la cosiddetta Leggenda del Povero Enrico, tramandata dai menestrelli tedeschi medievali e “riscoperta” da Longfellow nell’Ottocento. Enrico, principe di Germania, era un giovane splendido e forte, fidanzato con la giovane principessa Elsie. Un giorno, però, egli fu colpito dalla lebbra e cominciò a deperire rapidamente, tanto che i sudditi, vedendolo ormai destinato a morte certa, lo ribattezzarono “il Povero Enrico”. Il principe, una notte, ebbe un sogno: il diavolo in persona gli suggerì di andare a farsi curare dai medici salernitani, riferendogli che sarebbe guarito solo se avesse fatto un bagno nel sangue di una giovane vergine che fosse morta per lui volontariamente. Nonostante Elsie si fosse immediatamente proposta per l’orrendo sacrificio, Enrico rifiutò sdegnato, preferendo ascoltare il parere dei medici. Dopo un lungo viaggio, tutta la corte arrivò a Salerno ed Enrico, prima di presentarsi alla Scuola Medica, volle recarsi in Cattedrale per pregare sulla tomba di San Matteo. Qui, in preda a una visione, si ritrovò miracolosamente guarito dal male, e sposò Elsie sullo stesso altare del Santo.

Leggenda di Roberto e Sibilla

Altra tradizione è quella della Leggenda di Roberto di Normandia e Sibilla da Conversano. Roberto di Normandia, durante le crociate, fu colpito da una freccia avvelenata. Poiché le sue condizioni erano parse subito gravi, egli, di ritorno in Inghilterra, si fermò a Salerno per consultare i medici, il cui responso fu drastico: l’unico modo per salvargli la vita era quello di succhiargli via il veleno dalla ferita, ma chi l’avrebbe fatto sarebbe morto al suo posto. Roberto respinse tutti, preferendo morire, ma durante la notte sua moglie Sibilla da Conversano gli succhiò il veleno, morendo così per il suo amato sposo. Questa leggenda è raffigurata in una miniatura sulla copertina del Canone di Avicenna, in cui si vede Roberto con la sua corte che, alle porte della città, saluta e ringrazia i medici, mentre sullo sfondo le navi sono pronte a partire; sulla sinistra, altri quattro medici si occupano di Sibilla, riconoscibile dalla corona, avvizzita dal veleno.

(Introduzione a cura di Vincenzo Romaniello, approfondimento sulle piante medicinali a cura di Valentina Gala, leggende riguardanti i guaritori della Scuola a cura di Antonello Luongo)

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L’astronomia (Paolo Smaldone)

Sin dalla sua nascita la filosofia si è posta degli interrogativi sulle cause degli eventi e il tema che appariva più interessante, più intrigante, riguardava la nascita e la materia che costituiva l’universo. In quest’ottica si sviluppò la ricerca fisica e astronomica che coinvolse soprattutto i primi filosofi greci ossia coloro che facevano parte del gruppo dei presocratici, dei presofisti, che a differenza dei socratici e dei sofisti non avevano come fulcro delle loro ricerche l’uomo ma la natura e la realtà.
I primi filosofi che trattarono temi astronomici furono Talete, Anassimandro e Anassimene.
Talete credeva che alla base di tutto ci fosse l’acqua che evaporando dava origine all’aria e condensandosi generava la Terra. La Terra quindi è dentro una bolla d’aria di forma emisferica dove la parte concava è il cielo. Oltre a queste teorie riguardanti per lo più la sostanza di cui era fatta la Terra egli affermò che questa avesse forma cilindrica e predisse anche un’eclissi. Sono evidenti nella cosmologia di Talete tracce di quella egiziana.
Ad Anassimandro sono attribuiti l’introduzione del quadrante solare e dello gnomone per determinare i solstizi.
Secondo lui il principio di tutto è l’apeiron, un principio indefinito ed illimitato, eterno ed indistruttibile da cui derivano tutte le cose per separazione degli opposti e al quale tutte le cose ritorneranno. Da questo corpo primario scaturì una massa di fuoco che includeva i cerchi del Sole, della Luna e delle Stelle che circondava il cilindro della Terra la quale, invece, era al centro dell’universo.
Per Anassimene il principio di tutto è l’aria. Questa rarefacendosi genera il fuoco, condensandosi l’acqua e poi la Terra. La volta celeste ruota intorno alla Terra e insieme ad essa contiene il Sole, la Luna e i Pianeti che, sostenuti dall’aria, sono in sospensione. Anassimene segnò una svolte nella storia dell’astronomia in quanto distinse per la prima volta i Pianeti dalle Stelle.
Svolta importante come quella fatta da Pitagora e dai suoi seguaci che, considerando i numeri alla base di tutte le cose e vedendo la sfera come l’unico solido sinonimo di perfezione, affermò che le Terra avesse forma sferica e che si trovasse al centro del mondo. Inoltre egli scompose il cammino del Sole in due direzioni: la prima, che si compie in un giorno, è da oriente ad occidente; la seconda, che si compie in un anno ed avviene attorno a poli differenti rispetto a quelli del moto diurno, è da occidente ad oriente.
Di sicuro l’allievo di Pitagora che più si cimentò nello studio dell’astronomia fu Filolao che, a differenza del maestro asserì che il centro dell’universo non era la Terra bensì una sfera infuocata che però non era il Sole.
Vi furono poi Senofane, che aveva una visione panteistica dell’universo con un Dio unico coincidente con il Cielo e l’Universo; Eraclito secondo cui la ragione del mondo è nel divenire e che tutto ha avuto origine dal fuoco e si dissolverà in quest’ultimo; ed Empedocle, che sostiene l’esistenza di quattro elementi alla base di tutto:l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco, che danno luogo ai vari fenomeni a seconda che su di essi agisca l’amore o l’odio.
Rilevante è la figura di Anassagora che con le sue osservazione sui corpi celesti ispirò molti studi condotti successivamente sulle eclissi, sulle meteore, sull’arcobaleno e sul sole. Secondo il filosofo la Terra aveva la forma di un disco e trovandosi al centro dell’universo proiettava tutti gli altri pianeti intorno alla sua orbita. Con Anassagora si ebbe per la prima volta anche una spiegazione di tipo teologico della natura nella filosofia greca poiché egli sostenne che il mondo passò da un “chaos” iniziale a un “kosmos” ordinato grazie all’intervanto di una forza spirituale chiamata “nous”. Per questo, com’è l’universo infinito, infiniti e diversi tra loro sono anche gli elementi che lo compongono.
Dopo Anassagora anche gli atomisti si dedicarono allo studio dell’astronomia e il loro maggior esponente, Democrito, arrivò ad affermare che il movimento è nato insieme alle cose e non ha principio in nessun altro elemento se non in esse, infatti la Terra, che in seguito si era disposta al centro dell’universo con intorno tutti gli altri corpi celesti, era stata originata dal vortice dovuto all’urto degli atomi.
A Democrito seguirono Socrate, Platone e Aristotele, discepoli ognuno del precedente. Si spiega cosi anche il perdurare di alcune teorie appartenute a Socrate o a Platone in modo imponente nei suoi successori. Ad ogni modo fu Platone ad elaborare la maggiore tesi riguardo i corpi celesti e l’origine dell’universo. Secondo il filosofo di Atene esisteva un Dio creatore, il Demiurgo, che modellò la chòra, materia priva di forma, a “immagine e somiglianza” delle idee.
A questi filosofi ne seguirono molti altri ma quelli che meritano maggiormente di essere citati per la loro fama di veri e propri astronomi sono:Eudosso, Ipparco e Tolomeo.
Da sempre alla parole astronomia, il primo personaggio che ci viene in mente è Tolomeo, suo simbolo emblematico. Egli operò ad Alessandria nella seconda metà del II secolo a.C.,fornendo l’esposizione della teoria geocentrica, detta per questo motivo anche tolemaica, nella sua opera più importante: Collezione matematica.
Tolomeo inventò un sistema abbastanza complicato: anche per lui, come per Aristotele, il movimento degli astri è perfetto(sebbene sembri imperfetto) e, quindi, necessita di essere spiegato con combinazione di movimenti circolari. Egli ha bisogno di apportare delle correzioni per spiegare l’apperante irregolarità del moto: il suo è un sistema geostatica, ma non geocentrico, quindi la Terra è ferma ma non si trova al centro dell’universo.

Il punto T é la Terra e il centro di rotazione di tutto quanto é C , il centro ; C é vicino alla Terra , ma non é la Terra . La Terra é ” eccentrica ” rispetto al vero centro dell’ universo . Dopo di che abbiamo il punto Ep che gira su questa circonferenza attorno a C . Poi poniamo Eq ( equante ) che é equidistante da C rispetto alla Terra ( la distanza tra T e C é = a quella tra Eq e C ) : equante vuol dire ” uguagliante ” , che rende uguale . I movimenti devono essere tutti regolari , ma ci sono due maniere per calcolare la regolarità di un movimento circolare : se prendiamo i raggi di una bicicletta : se vogliamo calcolare il movimento del punto P nell’ immagine qua sotto

possiamo a ) in ogni determinata unità di tempo vedere quanto é lo spazio lineare percorso da P sulla circonferenza : supponendo che l’ arco P – E sia di 3 cm mi trovo quanto ha percorso ; b ) posso sfruttare gli angoli ” percorsi ” . Posso quindi calcolare la lunghezza ( in un arco di tempo X ha percorso Y cm ) , oppure l’ angolo : se in ogni unità di tempo percorre lo stesso arco di circonferenza ( unità di tempo X , Y cm , 2 X , 2 Y cm e così via ) allora ho una velocità costante ; lo stesso vale per il calcolo angolare . Qui non c’ é niente di strano : se é costante la velocità in termini lineari sarà anche costante quella in termini angolari . Però c’ é un problema : immaginiamo che la velocità angolare sia calcolata non facendo centro il punto C , ma da un punto diverso ( Q ) : man mano che questo punto si sposterà avremo angoli diversi : il percorso lineare P – E avrà quindi come angolo non quello precedente , ma quello segnato qua sotto ; :

allora tutto cambia ! Mentre quando il centro della circonferenza era anche centro di rotazione la velocità era costante a tempo costante sia in termini lineari sia in termini angolari , qui non é più vero : se il punto ( Q ) da cui osservo il moto , non ci sarà più una corrispondenza di velocità costanti tra distanze angolari e lineari , é evidente : ora o é costante o una o l’ altra ; in altre parole , se in uno stesso lasso di tempo verranno ” spazzati ” angoli uguali ( cioè la distanza angolare é uguale ) , tuttavia la distanza angolare non potrà più trovare corrispondenza con quella lineare . Riportiamo ora tutto lo schema sul mondo , nel disegno qua sotto

C é il centro ( come nella circonferenza della ruota di bicicletta ) , T la Terra e Eq é quello che sulla circonferenza della bici era Q ; il punto Ep é quello che sulla bici era P , ossia ciò che ruotava intorno ; la premessa di principio é che la velocità é costante, in quanto c’é l’ idea generale di un moto regolare ; ciò che cambia é che la costanza di velocità che c’è, sì , ma non é costanza in termini lineari rispetto al centro di rotazione C , bensì é costanza in termini angolari rispetto al punto equante ( Eq ) : in altri termini , in intervalli uguali di tempo verrà percorso un ugual angolo su Eq , proprio come nella circonferenza della bici : non sarà invece costante la distanza lineare . Costante é solo l’ angolo descritto , ma non guardato dal centro C ( altrimenti anche il percorso lineare sarebbe costante ) , bensì osservato da Eq , l’ equante , che rende costante la velocità anche se essa non lo é (non é costante in termini lineari , ma lo é in termini angolari ). Ricapitolando : T é immobile , non é il centro di rotazione ( che invece é C ) ; Ep gira attorno alla circonferenza che per centro ha C ; la sua velocità é costante in termini angolari ( e non lineari ) e va calcolata basandosi non su C e T , ma su Eq , che é simmetrico rispetto alla Terra . Ma non é finita qui : il pianeta non é il punto Ep : Ep é solo il centro di un’ altra circonferenza , come si può vedere dal disegno qua sotto :

Ep si chiama epiciclo ed é una circonferenza più piccola che sta sopra ( ” epì ” in greco spesso vuol dire ” sopra ” )ad un’ altra circonferenza ; Ep gira attorno a C ma non é un pianeta , ma solo il centro di rotazione : il vero pianeta é quello che nell’ ultima immagine é stato chiamato P , che si muove sulla circonferenza che per centro ha Ep , la quale a sua volta ruota attorno a C . Di queste tre correzioni ( 1 ) la Terra é ferma , ma non é al centro ; 2 ) é il punto Eq che va preso come modello per misurare la velocità ; 3 ) il pianeta che ruota sull’ epicentro che a sua volta ruota attorno a C ) la terza é la più importante : noi guardiamo i movimenti dei pianeti dalla Terra , che non é più il centro di rotazione , e questo é il movimento :

c’ é il movimento di rotazione grande che si combina con quello piccolo e noi dalla Terra dovremmo un movimento generale grosso modo rotatorio ( come quello disegnato qua sopra ) : il pianeta é P e non Ep .

Però noi non siamo al centro ( C ) ma sulla Terra ( T ) : se guardiamo collocandoci dentro ” la pianta ” non vedremo il movimento in generale come nel grafico , ma vedremo soltanto che quando é nella fascia qui sotto colorata di rosa va più velocemente , quando é nella fascia colorata di giallo andrà più lentamente perchè lo vedremo in diagonale : é solo un’ impressione ottica che si muova più lentamente dovuta alla nostra posizione ; ci sembrerà anche immobile nel punto in verde , e perfino ” indietreggiante ” nella fascia in arancione . Il pianeta quando ci sarà più vicino ci sembrerà anche più luminoso . Questo sistema ha certamente delle analogie con quello aristotelico ( c’ é l’ idea della geostaticità , della circolarità dei movimenti , quella della perfezione dei movimenti dei pianeti ) , ma anche delle differenze ( quello aristotelico é a sfere concentriche , quello tolemaico ad epicicli ; quello aristotelico é geocentrico , quello tolemaico é solo geostatico ; quello tolemaico poi prevede una costanza nei moti solo angolare e non lineare ) : ma la differenza più clamorosa é che Aristotele é un fisico ( un filosofo della ” filosofia seconda ” , come la chiamava lui ) , Tolomeo é un astronomo ; oggi quest’affermazione potrebbe essere anche priva di senso poiché adesso astronomi e fisici finiscono per essere la stessa cosa, ma a quei tempi, gli astronomi non erano dei fisici bensì dei matematici. In quell’epoca si potevano sapere solo due cose quando ci si trovava di fronte ad una stella ossia dove fosse e come si stesse muovendo poiché gli strumenti impedivano di andare oltre. Per questo l’astronomia era una branca esclusiva della matematica, perché ci si limitava a calcolare matematicamente il moto dei pianeti. Quindi quando si parla di Tolomeo si fa riferimento ad un’astronomia matematica mentre quando si parla di Aristotele ad un’astronomia di tipo fisico. Infatti, come ogni buon fisico, Aristotele considerava i moti dei pianeti come moti di sfere aventi una massa mentre Tolomeo, studiandole dal punto di vista matematico, le considerava in senso astratto, proprio come fece per la dimostrazione precedente considerando circonferenze sovrapposte, cosa inimmaginabile se si analizzasse il tutto da un punto di vista fisico.
Quindi Tolomeo non cerca di spiegare la struttura fisica e il funzionamento meccanico dell’universo, ma solo di proporre modelli ed ipotesi in grado di “salvare i fenomeni” ossia di predire le posizioni apparenti dei pianeti sulla sfera celeste. L’astronomo matematico cerca di collegare i movimenti dei corpi con moti circolari e uniformi utilizzando degli artifici matematici senza porsi il problema di verificare se il mondo è effettivamente fatto così. In questo modo lo studio illustrato precedentemente mette in discussione l’uniformità delle orbite circolari che hanno sì una velocità angolare costante rispetto al punto equante, ma la velocità angolare lungo la circonferenza non è più uniforme. Inoltre l’astronomo si rende conto della complessità del sistema che aveva elaborato ma ritiene che l’esattezza nei calcoli debba prevalere sulla semplicità. Nonostante in un primo momento egli abbia analizzato tutto solo ed esclusivamente da un punto di vesta matematico, non riuscì a trattenersi dalla curiosità di sapere quale fosse la costituzione reale dell’universo e del suo funzionamento. Per questo aveva respinto il modello eliocentrico proposto da Aaristarco di Samo e per lo stesso motivo, in un altro trattato intitolato “Ipotesi dei pianeti”, riprende anche lui, accanto agli epicicli, le sfere planetarie, pur criticando il sistema delle sfere omocentriche di Aristotele.
Quindi, nell’ottica dello studio della costituzione dei corpi, elaborò una teoria riguardo l’etere, sostanza fluida e penetrante, dentro la quale i pianeti si muovono liberamente. Il mondo resta pieno, ma composto da una successione di strati concentrici e contigui (le sfere), in cui la superficie convessa esterna segna il limite superiore di oscillazione del pianeta al suo apogeo e la superficie concava interna il limite inferiore del perigeo. Ogni sfera ha spessori diversi; i pianeti non sono più immobilizzati sulle sfere, anche se non sono completamente liberi nelle loro orbite (come avrebbe sostenuto nel Rinascimento Giordano Bruno, quando sarebbero crollate le sfere). Per Tolomeo le sfere e gli epicicli sono ormai diventati “canali” materiali in cui rotolano i pianeti: non sono semplici ipotesi matematiche, ma realtà fisiche. Ma cos’è che fa muovere i pianeti? Anche qui Tolomeo si distacca da Aristotele. Secondo Tolomeo il movimento è dato da un’anima intrinseca ai pianeti stessi, per questo arriva paragonarli ad uccelli: “Si prendano gli uccelli, che noi vediamo, come esempio per i movimenti delle cose che si trovano in cielo… Gli uccelli, se si muovono di un movimento proprio, hanno l’origine di quel movimento nella forza vitale che risiede in essi… In questo modo dobbamo pensare avvenga il movimento delle essenze celesti… Dobbiamo supporre che tra i corpi celesti ogni pianeta possieda per se stesso una forza vitale e si muova da sé, e dia moto ai corpi uniti ad esso per natura” (Le ipotesi dei pianeti).

Grazie a queste scoperte ed affermazioni, Tolomeo è considerato uno dei padri dell’astronomia in quanto, sebbene avesse pochi mezzi per dimostrare quanto riteneva, riuscì comunque a dare delle spiegazioni e delle dimostrazioni soddisfacenti.

L’astronomia, però, non è trattata solo da filosofi, fisici ed astronomi, infatti già dal 1200 lo stesso Dante, nonostante non lo faccia in modo esplicito, ha fatto molto riferimento a questa materia in tutte le sue opere, soprattutto nella “Divina Commedia” e proprio grazie a lui è stato possibile fare il quadro della situazione per quanto riguarda le conoscenze astronomiche del Medioevo. In Dante si può scoprire soprattutto quanto il concetto di astronomia era ben diverso da quello che c’è oggigiorno perché in quell’epoca con la parola Astronomia si includeva, oltre al moto dei pianeti, delle stelle e dei corpi celesti, anche quella materia che esiste tutt’oggi con il nome di Astrologia. Infatti proprio in quel periodo rinacque e crebbe nuovamente quella curiosità e quell’interesse che aveva radici nella cultura babilonese e che non riguardava scientificamente il moto astrale ma cercava semplicemente di scoprire quali influssi questi avessero sulla vita dell’uomo. Uno degli episodi più celebri della produzione dantesca, da cui emergono le nozioni astronomiche dell’epoca è senza dubbio il II canto del Paradiso, noto anche come il canto delle macchie lunari. Questo canto è uno dei più dottrinali e didascalici di tutta la Divina Commedia e anche per questo lo stile che lo caratterizza risulta essere leggermente arido e monotono. Dante giunge guidato di Beatrice nel cielo della Luna. Dante, al pari della tradizione tolemaica e araba, considera la Luna come un pianeta la cui sfera è situata immediatamente dopo la Terra. Desideroso di sapere la causa delle macchie lunari, interroga Beatrice a riguardo. Dante in questo episodio fa riferimento prima ad una credenza popolare secondo la quale Caino, per il suo delitto, venne confinato sulla Luna, poi espone la sua spiegazione delle macchie lunari. Secondo Dante le macchie lunari non sarebbero altro che l’effetto dell’ineguale rarità della superficie lunare che quindi rifletterebbe in maniera diversa i raggi solari. Beatrice deridendo dell’ignoranza dell’uomo spiega a Dante che l’uomo seguendo i sensi cade sempre nell’errore. Infatti non è fisica la spiegazione delle macchie lunari, bensì spirituale e metafisica. Le zone chiare o scure della Luna, come del resto anche quelle dei pianeti, non erano altro che il diverso manifestarsi delle virtù delle varie intelligenze motrici.
Questo testimonia l’importanza e l’influenza che questa materia ha avuto nel corso dei secoli e non solo, infatti ci fa anche capire e apprezzare maggiormente la grandezza di alcuni autori come Dante e Leopardi che trattando questo tema nelle loro opere hanno dimostrato, anzi, confermato la loro imponenza culturale. In conclusione tutto quanto detto fin’ora è la dimostrazione della vastità delle materie che possono abbracciare questa scienza esaltando la sua importanza e la sua immensità di contenuti.

A cura di Paolo Smaldone

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Astronomia: dai presocratici a Tolomeo. (Giulia Colangelo)

L’astronomia, che etimologicamente significa legge delle stelle (dal greco: ἀστρονομία = ἀστῆρ/ἄστρον (stella) + νόμος (legge)), è la scienza il cui oggetto è l’osservazione e la spiegazione degli eventi celesti. Studia le origini e l’evoluzione, le proprietà fisiche,chimiche e temporali degli oggetti che formano l’universo e che possono essere osservati sulla sfera celeste.
I Greci diedero importanti contributi all’astronomia, da Talete a Pitagora ad Ipparco ed Eudosso; culminati con l’opera di Claudio Tolomeo.
Già i filosofi presocratici, ed in particolare coloro che facevano parte della scuola ionica (600 a.C.), affermarono che in realtà è il Sole a trovarsi al centro dell’universo, e la Terra, di forma sferica, a girargli attorno e che la Luna e` visibile solo poiché riflette i raggi solari, affermando anche che le stelle del cielo erano fatte di “fuoco”.
Intorno al V secolo a.C., nel centro della cultura mondiale di quel tempo, per mano di Pitagora, nasce e si sviluppa la omonima scuola alla quale si attribuiscono le prime idee sui moti, di rotazione e di rivoluzione, della Terra. Un passo importante che pone il nostro pianeta fra i corpi celesti (pianeti) anche se ancora al centro dell’Universo. Di questa scuola era Filolao, che verso la fine V secolo a.C., ipotizza una prima struttura dell’Universo, con un fuoco centrale, ed i pianeti, Sole compreso, ruotanti intorno ad esso. Un sistema quello di Filolao, che resisterà fina a che non verrà sostituito dalle nuove concezioni aristoteliche.
Nel frattempo, però, fra il 429 ed il 347 a.C., appare una figura che lascerà una notevole traccia del suo passaggio: Platone. Tra le allusioni astronomiche ritrovate nei suoi scritti, che sono più che altro a carattere mistico-poetico, si possono ad esempio rintracciare i primi accenni a epicicli e deferenti, ai moti della Luna e dei pianeti ed alla materia che componeva le stelle.
Ecco come il grande filosofo descrive, nel “Timeo”, l’Universo: “…ed Egli (Dio) lo fece tondo e sferico, in modo che vi fosse sempre la medesima distanza fra il centro ed estremità….e gli assegnò un movimento, proprio della sua forma, quello dei sette moti.
Dunque fece che esso girasse uniformemente, circolarmente , senza mutare mai di luogo….;e cosi` stabili` questo spazio celeste rotondo e movente in rotondo”.
Quello di Platone era dunque un sistema geocentrico, a sfere concentriche, che fu in seguito perfezionato da Eudosso e a cui Aristotele, per altro suo discepolo e amico, attingerà in gran parte. Fu proprio Eudosso da Cnido (409-356 a.C.) che per primo tentò di risolvere, da valente geometra quale era, in modo meccanico il problema dei movimenti irregolari (stazioni e retrogradazioni) dei pianeti. Per tentare di dare risposta alle sue teorie, egli si recò a studiare addirittura in Egitto dove i sacerdoti custodivano una innumerevole serie di cronache su antiche osservazioni celesti. Riuscì nel suo intento, dotando il sistema planetario di una serie di sfere motrici (in tutto 27) le quali contenevano i poli delle sfere dei pianeti, in modo che quest’ultimi potessero muoversi nel cielo indipendentemente gli uni dagli altri e tracciare nel cielo le traiettorie da noi osservate e solo apparentemente irregolari.
Il sistema di universo costruito da Eudosso da Cidno e perfezionato da Callippo qualche anno più tardi con l’aggiunta di alcune sfere per Mercurio, Venere, Marte e per la Luna ed il Sole, diede lo spunto al grande Aristotele di parlare di astronomia. Egli, infatti, a dispetto degli anni (quasi 1800) in cui le sue teorie resteranno valide per tutti o quasi, non e` da considerare un vero e proprio “astronomo”. Aristotele aveva diviso il cosmo in due parti: la prima perfetta e incorruttibile, quella oltre alla Luna, costituita da sfere concentriche ove erano incastonati i pianeti e le stelle; l’altra, sublunare, costituita dal mondo caotico e corruttibile, formata da quattro sfere (Terra, Acqua, Aria e Fuoco) in cui l’ordine era solo una tendenza per ogni cosa. Al di la` della più esterna di queste sfere concentriche, quelle delle stelle fisse nell’ordine: Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno e Stelle Fisse, Aristotele collocava il “motore” di tutto l’Universo che trasmetteva il moto con una serie di sfere di collegamento per un totale di 55. Le sfere sarebbero costituite per lo più da etere, il quinto elemento, incorruttibile ed immutabile. Un sistema questo geocentrico ed incorruttibile, che resisterà per ben 18 secoli, fino cioè alla teoria copernicana,nella quale Nicolò Copernico propose il sistema eliocentrico secondo il quale non è il Sole a muoversi intorno alla Terra ma è quest’ultima che, insieme a tutti gli altri pianeti, orbita intorno al Sole.

Prima di Copernico, però, diversi avevano già tentato di ipotizzare un Universo costruito con un sistema eliocentrico, mettendo così la Terra a ruotare intorno al Sole e ponendola quindi fra i pianeti. Fra questi, degni di nota, troviamo Aristarco ed Eraclide facenti parte della scuola alessandrina, che avevano teorizzato non solo un sistema eliocentrico, ma avevano trovato spiegazione al fenomeno delle stagioni, attribuendolo alla diversa inclinazione dell’asse della Terra rispetto allo Zodiaco e quindi rispetto al piano dell’eclittica. Pare inoltre, che avessero già idea della natura stellare del Sole e della distanza infinitamente grande delle stelle.
Un altro “astronomo” della scuola alessandrina degno di nota fu Eratostene, il primo a tentare di calcolare la grandezza della Terra con metodo scientifico, osservando la posizione del Sole nel cielo a diverse latitudini. Famoso rimane l’esperimento compiuto in un giorno di solstizio d’estate, quando misurò la distanza del Sole dallo Zenit dalla citta` di Alessandria.
Sapendo che a Syene (la moderna Assuan), in quello stesso istante il Sole era esattamente allo Zenit e conoscendo esattamente la distanza delle due città, riuscì, col calcolo, a trovare la lunghezza del meridiano che le congiungeva, visto che Syene ed Alessandria si trovano quasi alla stessa longitudine. Il valore che ne ricavò fu 250’000 stadi equivalenti a quasi 40’000 chilometri, molto vicino al valore reale.
Il primo vero e proprio astronomo di quel periodo fu pero` Ipparco di Nicea (194-120 a.C.), scopritore della precessione degli equinozi. Confrontando le sue osservazioni con quelle dei suoi predecessori egli scoprì degli spostamenti di lieve entità che potevano essere rilevati solo con osservazioni fatte a distanza di molto tempo le une dalle altre e che espose nella sua celebre opera “Spostamenti dei punti dei solstizi e degli equinozi”.
Di notevole importanza anche il suo “Nuovo catalogo stellare” ove erano catalogate oltre 1000 stelle, con le coordinate corrette per la precessione e suddivise in sei classi (grandezze) a seconda della loro luminosità. Ipparco fu spinto alla compilazione di questo catalogo dall’apparizione di una “stella nuova” nel 134 a.C. per meglio valutare eventuali nuove apparizioni.
Le osservazioni astronomiche fatte da Ipparco per determinare l’entità della precessione, lo portarono a determinare anche le lievi differenze fra anno siderale (misurato col transito delle stelle al meridiano) ed anno tropico (misurato col passaggio del Sole nel punto equinoziale di primavera). Per quel che riguarda i pianeti, Ipparco, cercò di determinare, con la maggiore precisione possibile, i loro tempi di rivoluzione, senza peraltro costruire un vero e proprio sistema. Negli anni che seguirono la morte di Ipparco non vi è da registrare alcun progresso di una certa importanza nelle scienze astronomiche, né nomi di una certa rilevanza.
Per ritrovare un piccolo risveglio bisogna arrivare a Tolomeo (circa 150 d.C.). Nato probabilmente in Grecia, sebbene il suo nome completo, Claudio Tolomeo, fornisca importanti informazioni:
“Tolomeo” indica infatti che egli era un abitante dell’Egitto e “Claudio” che era cittadino romano. In base ad antiche fonti si sa inoltre che l’astronomo trascorse la maggior parte della sua vita al tempio serapeo di Canopo, nei pressi di Alessandria d’Egitto, svolgendo le osservazioni che costituirono la base per lo sviluppo della sua teoria.
La sua opera principale è il trattato noto abitualmente con il nome di Almagesto (v.), nel quale Tolomeo dà i mezzi matematici di calcolo necessarî alle osservazioni celesti ed espone le teorie astronomiche del tempo, basandosi principalmente sulle osservazioni di Ipparco. Il trattato si compone di tredici libri (principî e trigonometria sferica, sfera celeste, moti del Sole, moti della Luna, distanza Sole-Terra-Luna, eclissi, catalogo di stelle, Via Lattea, teoria dei pianeti). Nel primo libro è contenuto il teorema di Tolomeo . Assunto fondamentale del sistema astronomico tolemaico è che la Terra, di forma sferica, resti immobile al centro della sfera delle stelle fisse. A sostegno di questa ipotesi, Tolomeo pone i moti osservabili dei pianeti allora conosciuti (Luna,Mercurio,Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno), che descrive mediante modelli cinematici basati su combinazioni di moti circolari uniformi. Sulla base di questi moti Tolomeo costruisce tavole accurate delle posizioni dei pianeti in funzione del tempo. Le difficoltà maggiori nella compilazione delle tavole erano rappresentate dalle irregolarità che si osservano nei fenomeni celesti, in particolare nei moti planetarî. Nel fronteggiare tali difficoltà, Tolomeo è erede di una tradizione scientifica che risaliva al 4° sec. a. C., in particolare a Eudosso di Cnido e a Platone, e che considerava le irregolarità come l’effetto apparente di una complessità regolata: i moti visibili dei pianeti vi erano intesi come risultanti da composizioni di più moti, ciascuno circolare e uniforme; si trattava perciò di trovare quelle composizioni che generassero per ciascun pianeta il suo moto osservabile. In particolare Tolomeo si valse di una specifica famiglia di modelli, chiamata dei deferenti ed epicicli e degli eccentrici, dalle denominazioni dei diversi cerchi con cui erano costruiti. Si consideri anzitutto il Sole, il pianeta più “facile” dato che presenta una sola irregolarità nell’ineguaglianza stagionale, dovuta ai diversi tempi richiesti dal Sole per passare da un punto solstiziale a un punto equinoziale. Nella fig.1 il piano del foglio è il piano dell’eclittica;
Figura 1 Modello tolemaico a deferente ed epiciclo e a eccentrico.
T è la Terra, punto di incontro dei due diametri dell’eclittica parzialmente tracciati. Il cerchio API, detto eccentrico in quanto il suo centro M non coincide con quello della Terra, è il percorso del Sole P: si vede immediatamente che P, in moto uniforme intorno a M, visto da T sembra invece variare la propria velocità angolare, ciò che spiega l’ineguaglianza stagionale; si vede anche che il punto di massima velocità angolare è I, il perigeo, quello di minima è A, l’apogeo; il centro dell’eccentrico, dunque, si trova sulla linea che va dalla Terra all’apogeo. Si considerino ora le linee tratteggiate: il cerchio su cui è C, concentrico alla Terra, è il deferente; C, ruota a velocità uniforme ed è a sua volta il centro dell’epiciclo, su cui sono D e P, che ruota uniformemente in senso inverso. Si vede che se l’epiciclo ruota a una velocità tale che CP si mantiene parallelo a TM, e seCP=TM e MP=TC, il modello deferente-epiciclo produce per P lo stesso moto apparente dell’eccentrico: i due modelli dunque sono in questo caso equivalenti. I moti degli altri pianeti sono molto più complessi perché presentano altre irregolarità, la più vistosa delle quali è la frequente occorrenza di moti retrogradi. Qui il modello richiesto è quello deferente-epiciclo. Nella fig. 1 si considerino solo le linee tratteggiate e si inverta la freccia dell’epiciclo in modo che esso ruoti nello stesso senso del deferente: nella fase in cui il pianeta P percorre l’arco di epiciclo più vicino a T e per una velocità sufficientemente grande dell’epiciclo, l’osservatore in Tvedrà P compiere sullo sfondo stellare uno spostamento angolare opposto a quello medio. Questa famiglia di modelli cinematici era già stata studiata dal matematico Apollonio di Perga (intorno al 200 a. C.) e impiegata da Ipparco di Nicea (nella seconda metà del 2° sec. a. C.) ma la loro elaborazione estesa a tutti i pianeti, e la conseguente costruzione di tavole, fu opera di Tolomeo. In particolare, poiché il semplice modello deferente-epiciclo non è sufficiente per descrivere i moti retrogradi dei pianeti, perché può generare soltanto archi di retrogradazione (costanti contrariamente a ciò che si osserva), T. costruì modelli combinati a deferente eccentrico (v. la fig. 2
Figura 2 Modello tolemaico a deferente eccentrico.
dove T è la Terra, M il centro dell’eccentrico, C quello dell’epiciclo) introducendo in essi ulteriori elementi che li rendevano ancora più complessi. Tra questi il più significativo è l’equante, termine con cui fu in seguito designato il punto E nella fig. 2, simmetrico alla Terra rispetto al centro dell’eccentrico: il centro dell’epiciclo, C, ruota attorno a M come suo centro, ma la sua velocità angolare è uniforme rispetto al punto E. L’introduzione dell’equante è notevole perché con essa T. lascia cadere l’antico principio dell’uniformità dei moti (infatti la velocità lineare di C cessa di essere costante). Nelle “Ipotesi sui pianeti”, in due libri T. dà una versione fisica dei risultati matematici dell’Almagesto e, pur discostandosi in taluni punti dalla cosmologia aristotelica (per es., nella determinazione della causa del movimento delle sfere), ne dipende in gran parte, soprattutto mantenendo la divisione tra sfera celeste e sfera sublunare e assegnando alla sfera celeste una composizione non elementare, ma eterea. Questa costruzione sarà alla base del cosiddetto sistema tolemaico e, variamente combinandosi con la cosmologia aristotelica, dell’immagine del mondo dominante a partire dal sec. 13° fino all’età moderna. Opere minori di astronomia e matematica sono: “Analemma”, sull’orologio solare; “Tavole astronomiche manuali”;”Fasi delle stelle fisse e raccolte dei loro dati”, un calendario meteorologico;”Planisforio”, in cui tratta della proiezione stereografica della sfera. Un altro contributo di T. di grande rilievo riguarda la “Ottica” originariamente in cinque libri, della quale conserviamo la traduzione latina di una traduzione araba degli ultimi quattro (l’ultimo è monco). In essa T. aderisce, come già Euclide, alla scuola pitagorica dei raggi visuali uscenti dall’occhio dove sostituisce tuttavia al “cono prospettico”, una piramide con il vertice dell’occhio stesso e la base sul contorno dell’oggetto. In questo modo l’occhio percepisce, attraverso la direzione e la lunghezza dei raggi visuali, la posizione, la forma, la grandezza e il movimento degli oggetti. Nell’Ottica sono trattati i problemi della luce e del colore nella visione, le illusioni ottiche, la riflessione e la rifrazione. Caratteristici di quest’opera, e originali rispetto alla tradizione, sono la considerazione combinata degli aspetti fisici, geometrici e fisiologici della visione e soprattutto il ricorso a esperimenti. Di particolare importanza sono, al riguardo, i risultati sperimentali trovati da T. sul rapporto tra gli angoli di incidenza e di rifrazione e sull’angolo limite nel caso del passaggio della luce da un mezzo più denso a uno meno denso. Nel Medioevo e nel Rinascimento l’ottica tolemaica avrà un’influenza significativa, mediata da importanti modificazioni apportatele dagli arabi. T. scrisse inoltre un compendio di astrologia in quattro libri, il Tetràbiblos. Le influenze celesti sulle vicende terrestri vi sono pensate in termini fisici: le configurazioni celesti, date le proprietà naturali degli astri, sarebbero principî causali di processi che avvengono tra noi. Nell’astrologia di T. gli eventi individuali sono principalmente, ma non completamente, determinati dalla causazione celeste; resta agli uomini un certo margine di intervento. Il Tetràbiblos manterrà nel mondo arabo e in quello europeo fino al Rinascimento una autorità grandissima, anche se non incontrastata. Nel campo della geografia ricordiamo la “Introduzione geografica”, in otto libri (fondamenti e distinzione tra geografia e corografia, misure della Terra, elenchi di località, confini di paesi, nomi di popoli, divisione dei climi, durata dei giorni, ecc.), in cui T. forniva le istruzioni per la costruzione della mappa del mondo conosciuto. Gli ultimi sette libri contengono essenzialmente l’elenco di più di 8000 località, con le loro coordinate di longitudine e latitudine; il primo istruisce su come tracciare una mappa soddisfacente. Il problema matematico è qui dato dalla sfericità della superficie terrestre, che si tratta di proiettare in piano. T. propone due sistemi alternativi di proiezione, in entrambi i quali inserisce dei termini correttivi, allo scopo di soddisfare l’esigenza che la mappa appaia come la rappresentazione di un globo. L’Introduzione geografica non ebbe seguaci nell’antichità; solo nel 15° sec. fu conosciuta in Occidente. È discussa la questione se l’opera originale fosse corredata da carte o se queste siano state aggiunte posteriormente. Infine, T. redasse un trattato di teoria musicale (῾Αρμονικά “Armonici”, in tre libri) che verte sugli intervalli matematici tra note e sul modo di classificarli, basandosi sul comportamento di una corda tesa. Anche in quest’opera è presente lo sforzo di combinare una teoria matematicamente soddisfacente con i fenomeni percettivi. La teoria musicale di T. fu ampiamente usata da Boezio, e per questa via ebbe una certa influenza nei secoli successivi. Molte altre sue opere sono andate perdute. Per il
sistema astronomico di T., v. anche solare: Sistema solare. ▭Teorema di Tolomeo: in un quadrangolo inscritto in una circonferenza, la somma dei rettangoli dei lati opposti è equivalente al rettangolo delle diagonali. Cioè se A, B,C, D sono quattro punti che si succedono su una circonferenza, è:AB•CD+BC•DA=AC•BD. Con Tolomeo, e la commistione del sistema aristotelico e tolemaico si dà una definitiva concezione del mondo che sarà quella trasmessa nel tempo fino al medioevo e fino a Galileo.

A cura di Giulia Colangelo

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Riflessioni su medicina e filosofia in riferimento alle figure di Ippocrate e Galeno (Antonello Luongo)

La figura del filosofo nel corso dei secoli ha subito molti cambiamenti a partire dalla materia dello studio fino ad arrivare al modo di pensare dei filosofi.
In principio il filosofo era un dotto che si occupava di tutte le scienze, infatti il termine filosofia deriva dal  greco  φιλοσοφία, composto di φιλεῖν (filèin), “amare”, e σοφία (sofìa), “sapienza”, ossia “amore per la sapienza”, ad esempio uno dei primissimi filosofi come Talete si occupava di tutto e a testimonianza di questo ci sono pervenuti alcuni teoremi matematici dello stesso e diversi aneddoti che parlano dei suoi studi in agricoltura e astronomia oltre che come tutti i suoi contemporanei la ricerca dell’ἀρχή (arché), cioè la materia prima che ha dato origine alle cose. Successivamente si sviluppano scuole che studiano cosa sono l’essere (ontologia) e la realtà e sviluppano loro concezioni sul piano dimostrativo fornendo esempi della natura, dopo questi vi sono i sofisti che fanno uniche loro materia di studio l’uomo ed il discorso, per ultima in ordine di tempo, ma non di importanza si presenta la triade di Atene composta da Socrate, Platone ed Aristolete, specialmente quest’ultimo trattò di tutte le scienze con un metodo molto preciso e sistematico, ma ancora usando come mezzo solo le dimostrazioni pratiche. Nel corso della storia l’argomento della filosofia inizia a restringersi sempre di più, ma pare chiaro che per tutta l’età classica sia stato compito dei filosofi occuparsi delle scienze e tutto ciò che riguardava la conoscenza e quindi anche della medicina.
Questa molteplicità delle materie a cui il filosofo s’interessava comporta sia aspetti positivi che aspetti negativi, se infatti il filosofo era una persona poliedrica e molto colta che poteva contare sulla conoscenza di molte materie ed in molti campi allo stesso tempo le sue conoscenze erano spesso limitate solo agli aspetti teorici e puramente legati al ragionamento. La maggior parte di queste teorie furono poi accettate dai contemporanei dei filosofi, questo ne garantì la loro fama, ma poi furono accolte come vere a priori dagli studiosi posteriori, questo ostacolò gli studi perché prima era necessario confutare le concezioni precedenti, oltre ai famosi casi di Aristotele e Tolomeo un altro esempio può essere quello di Galeno, nato a Pergamo si occupò di agricoltura, architettura, astronomia, astrologia e ovviamente filosofia. Si dedicò successivamente a trasmettere le teorie di un altro medico a lui antecedente (Ippocrate) ampliandole con propri studi sull’anatomia del corpo umano. Qeste teorie resistettero per oltre mille anni nella scienza moderna Finché Andrea Vesalio (Andrei Van Wesel) la cui formazione comprese gli studi di Galeno ne confutò alcune teorie che erano alla luce dei suoi studi palesemente non corrette.
Gli studi di Vesalio compresero soprattutto la “rete mirabile” dimostrando come Galeno abbia dato luce alle sue teorie soprattutto su osservazioni compiute su altre specie animali in cui la rete mirabile è effettivamente presente. Altri suoi studi colpirono la neurologia di Galeno che affermava che i nervi fossero cavi.
Queste concezioni mediche non solo erano basate sull’osservazione di altre specie animali, accomunandole con la specie umana ma ponevano i propri fondamenti anche nel culto religioso. Al tempo di Galeno si sosteneva che l’anima nascesse nel fegato per poi essere trasferita nel cuore grazie alla rete mirabile, ma anche Aristotele fornisce un esempio di come la religione abbia influenzato gli studi scientifici poiché per lo Stagirita la psicologia (considerata come lo studio dell’anima) era una semplice branchia della fisica.

Precedentemente era stato nominato Ippocrate, una figura che resta nonostante tutto molto importante per la scienza, egli infatti è considerato il padre della medicina poiché fu il primo degli studiosi greci a differenziare la medicina dalla filosofia e soprattutto dalla teurgia, quindi la prima volta che il nascere delle malattie non viene associato completamente agli dèi e non viene affidato a loro il compito di guarirle, fu anche il primo a dissezionare cadaveri e studiare l’anatomia e la patologia, quindi il primo ad entrare nell’ambito pratico della medicina.
Da Ippocrate fu introdotto anche per la prima volta il concetto di cartella clinica, infatti lui credeva nel bisogno di analizzare razionalmente ed a lungo termine i sintomi e l’evoluzione delle malattie del paziente, quindi un primitivo concetto di diagnosi.
Un’altra teoria molto importante è quella “degli umori” che afferma che il corpo è formato da quattro diversi umori e che il mancato equilibrio di questi porti a contrarre delle malattie, di conseguenza viene introdotto anche il concetto di una buona alimentazione per mantenere l’equilibrio tra gli umori.
Un altro aspetto molto importante degli studi di Ippocrate è il giuramento, infatti è ancora pronunciato dai nuovi medici, ovviamente con qualche modifica. Nel giuramento originale si tratta dell’etica che dev’essere seguita dal medico: Ippocrate faceva giurare di usare la medicina solo per il bene del paziente e non per procurargli del male o la morte e che ogni medico avrebbe svolto il proprio compito nel contesto delle sue possibilità.
Il giuramento resta molto attuale anche e specialmente nel suo aspetto etico. Viene soprattutto sottolineato che il servizio del medico dev’essere gratuito e libero da ogni tipo di speculazione; in un’epoca, la nostra, in cui si tende a perseguire lo spettro dell’immortalità e poche malattie sono ormai mortali, sono dell’idea che molti di questi valori morali che Ippocrate tentava di introdurre nei suoi allievi siano ormai persi nel tempo e che i medici moderni badino per la maggior parte al loro successo e alla loro condizione personale e non al paziente, che però secondo il giuramento dovrebbe essere situato in primo piano per il medico. Sembra assurdo che concetti etici perseguiti nell’antichità siano ancora distanti dall’essere acquisiti dalla mentalità moderna, ma anzi, sembrano ancora più distanti che in passato. Ancora più assurdo sembra che i notiziari quasi ogni giorno debbano parlare di morti in ospedale per degli interventi ormai divenuti banali come un parto cesario. Questo è ancora più assurdo se si pensa agli incredibili progressi compiuti dalla medicina; questa è riuscita a liberarsi da tutti i preconcetti che le sono pervenuti dall’età classica e a dotarsi di un metodo, così l’immortalità non sembra nemmeno più un miraggio, ma verrebbe da chiedersi se sarebbe opportuno vivere per sempre in un mondo apparentemente privo di etica e morale.

A cura di Antonello Luongo

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Comprensione della natura e dell’uomo nelle filosofie del V secolo. (Delia Venturini)

7. Medicina e matematica fra filosofia, tecnica e musica Nella Grecia del V secolo si affermò anche una nuova scienza: la mediana. La contrapposizione tra una medicina razionale e naturalistica ed una medicina da sacerdoti i quali, ricorrono al divino perché non sanno spiegare l’umano, è descritta in uno dei piú famosi testi della medicina ippocratica del V secolo, il Male sacro.In quest’opera si apperma che l’epilessia, come le altre malattie; si ha per cause naturali e non per l’intervento divino.Circa il male possiamo dire che gli uomini lo ritennero in qualche modo come opera divina per inesperienza e stupore, poichè per nessun verso somiglia alle altre. Tale carattere divino viene confermato per la difficoltà che essi hanno a comprenderlo.Si ritiene che i primi a conferire un carattere sacro alla malattia siano stati proprio gli uomini come maghi, purificatori, ciarlatani e impostori,i quali si ritengono superiori poichè “vedono più lontano”.Questi dunque utilizzarono il divino per nascondere la propria sprovvedutezza dato che non sapevano con quale terapia potessero dar giovamento e ,per fare in modo che la loro ignoranza non fosse resa pubblica, identificarono il male come qualcosa di sacro. Il male, in realtà, non è qualcosa di divino poichè nella maggior parte dei casi nasce da una causa razionale dalla quale ciascuna dipende: il cervello.Egli, infatti, afferma che il cervello governi sull’uomo e, finchè è sano, avverte dei mutamenti che avvengono nell’aria;da esso procede la saggezza; le altre parti del corpo lo servono in base a come esso le comanda .Come possiamo notare, lo sviluppo riguardante le pratiche magiche di “guaritori” non fu lineare e semplice. In Grecia, infatti,già dopo il V secolo,la medicina religiosa e medicina “laica” seguono lo stesso ritmo, così come l’influenza della scienza medica orientale, specialmente egiziana, si fa sentire sia sull’una e sull’altra. Scrivere una formula magica su di un papiro, macerarlo e dare da bere la pozione all’ammalato, oppure eseguire un delicato intervento sul cervello, erano due operazioni che i media dell’Egitto del secondo millennio a.C. eseguivano con molta facilità. In Grecia ,dal secolo VIII in poi, la mentalità sviluppatasi richiamava all’eroe tessalo che, ben presto ,divenne il prototipo della figura del medico: Asclepio. Infatti, V secolo, quando con la scuola ippocratica di Cos la medicina divenne una vera e propria scienza, contemporaneamente Asclepio viene divinizzato e sorgono i primi templi in suo onore. Ippocrate, quindi, sosteneva che solo una considerazione globale di tutto il contesto divita del malato permette di comprendere e sconfiggere la malattia.Così,come per la filosofia e le scienze naturali, quando parliamo di “nascita” della medicina, quindi, non intendiamo un qualcosa che viene fuori dal nulla o l’improvvisa apparizione di un sapere che prima era assolutamente sconosciuto, ma si fa riferimento ad una mentalità e ad un atteggiamento culturale nuovi che portano alla ricerca quindi alla conoscenza e al sapere.La medicina non è dunque la filosofia né la matematica: il suo discorso deve basarsi sull’osservazione diretta e sull’esperienza. LA MEDICINA GRECA

Già a partire dalla mitologia greca e romana possiamo trovare una moltitudine di divinità mediche. Apollo,ad esempio, è considerato il fondatore dell’arte Medica al quale i Romani gli attribuirono anche il nome di Medicus. Altre figure importanti per la medicina greca furono: Pallade Atena legislatrice sanitaria, Chirone fondatore e maestro della medicina; il troiano Iapige medico di Enea che, secondo la leggenda, un giorno Apollo, colto da indomabile amore per il giovane, gli offrì le sue arti, ma Iapige, per salvare il padre morente, preferì imparare l’arte della medicina. In Tessaglia Asclepio,allievo di Chirone, compie guarigioni miracolose che spesso avvengono durante il sonno tramite il contatto col dio o col serpente.Il simbolo della medicina,infatti, è proprio il serpente, animale sacro perché ritenuto immune dalle malattie. Secondo un’altra versione nel simbolo non è rappresentato un serpente, ma l’estirpazione del Dracunculus medinensis o serpente di Medina. Il serpente aveva un’importante funzione pratica nella medicina antica: nel tempio di ogni città c’era una sorta di cunicolo con i serpenti. Il tempio, infatti, non era solo un luogo di devozione, ma anche un luogo dove si portavano i malati. Nota a quel tempo era, infatti, la fossa dei serpenti. Essa serviva a spaventare il paziente, a cui probabilmente venivano date anche delle pozioni, per indurre uno stato di shock e fargli apparire il dio che così lo guariva. Asclepio, cosi,sostituì Apollo come dio della medicina. Il culto di Asclepio, introdotto ad Atene nel 429 a.C. fu portato poi anche a Roma dove nell’isola Tiberina fu fondato il primo tempio di Esclulapio. La medicina praticata in grecia ,infatti, era una sottocategoria della medicina mitologica tanto da essere conosciuta con il nome di medicina eroica. Igino Astronomo considerò, inoltre, Apollo come il primo oculista probabilmente perchè viene spesso cofuso con il sole che sconfigge l’oscurità della notte e quindi ha il potere di far scomparire il velo che offusca la vista. Omero,invece, considerava Apollo il dio iniziatore dell’arte sanitaria, nell’Iliade rivela una notevole conoscenza del trattamento delle ferite e di altre lesioni tramite chirurgia, la quale veniva già riconosciuta come specialità distinta dalla medicina interna..La medicina greca più antica era collegata alla magia e agli incantesimi; infatti, col passare del tempo, la medicina prese sempre più le distanze dalla religione fino ad arrivare alla medicina razionale di Ippocrate, che segnò il limite tra razionalità e magia. LA MEDICINA PRE-IPPOCRATICA Tra le più importanti scuole pre-ippocratiche troviamo la scuola di Mileto e quella Pitagorica. La scuola di Mileto fu quella più antica risalente al VII a.C.L’argomento principale trattato dai maestri fu lo studio dell’uomo e della sua natura. I principali esponenti di questa scuola furono Talete, Anassagora e Anassimandro. Il primo è ricordato soprattutto per la ” teoria degli elementi” ,secondo la quale,Talete afferma che l’universo è costituito da 4 elementi fondamentali: aria , acqua, terra e fuoco. Anassagora fu il primo a ritenere che per la nascita di una nuova vita è necessario il contributo di entrambi i genitori. Anassimandro, invece, osservò che durante le sue prime fasi, l’embrione umano è simile a quello di un pesce. I filosofi di Mileto, inoltre, capirono che il cervello è il centro di controllo delle funzioni psichiche e somatiche, e che gli organi di senso sono connessi ad esso attraverso canali di comunicazione (i nervi). A questa istituzione seguì la scuola pitagorica. Essa trova le sue origini a Crotone nel VI sec. a.C. Il suo fondatore fu Pitagora un grande matematico nato nell’isola di Samo. A lui èattribuita la “teoria dei numeri”. I numeri sono divisi in pari e dispari; il disordine e il male stanno sempre dalla parte dei pari. Attraverso i numeri è possibile spiegare ogni cosa: quello che è il mondo, il comportamento degli astri, l’alternarsi delle stagioni, le armonie della musica. Possiamo definire quindi la filosofia pitagorica dualistica in quanto basata sulla contrapposizione tra bene e male, il limite e l’infinito, il dispari e il pari. Uno dei più importanti allievi di Pitagora fu Alcremone di Crotone. Egli fu il primo ad avere l’idea che l’uomo fosse un microcosmo costituito dai 4 elementi individuati da Talete. Alcmeone fu anche il primo ad individuare nel cervello l’organo più importante, come sede dei sensi.Alcmeone stabilì che il cervello doveva essere l’organo che comandava l’organismo. Fino a quel momento il cervello non aveva mai avuto un’importante funzione secondo quelle che erano le credenze e gli studi dell’epoca in quanto veniva visto negli animali sacrificati come una massa gelatinosa e fredda di scarso interesse . La cosa più sacra era il corpo.Inoltre, lui credeva che lo stato di salute derivasse dall’equilibrio degli elementi che chiamò isonomia o democrazia,mentre lo stato di malattia derivava dalla monarchia, ovvero dal prevalere di un elemento sugli altri. LA MEDICINA IPPOCRATICA Ippocrate Ippocrate di Coo o Kos è stato un medico greco antico tanto importante da poterlo definire un personaggio leggendario. Egli fu considerato il padre e fondatore della medicina . Le sue teorie influenzarono i medici dell’occidente per circa 2000 anni. Figlio di Eraclide e di Fenarete, visse nell’isola di Kos, nel Dodecanneso, dove si sviluppò la scuola razionale. Proveniva da una famiglia aristocratica con interessi medici, i cui membri erano già appartenuti alla corporazione dgli Asclepiadi. Il padre era egli stesso un medico che affermava di essere un discendente diretto di Asclepio, dio della medicina. Fu proprio il padre insieme ad Erodico ad insegnare al giovane Ippocrate l’arte medica. Egli lavorò a Kos, ma viaggiò moltissimo, visitò tutta la Grecia ed arrivò persino in Egitto e in Libia. Operò nell’area del Mediterraneo e nei suoi viaggi toccò la Sicilia, l’Egitto, Alessandria, Cirene, Cipro. Alla sua epoca l’Egitto era il paese ritenuto più avanzato nella cultura scientifica e tecnologica, nonché nell’aritmetica e nella geometria. Quasi tutti i medici laici viaggiavano molto per curare i malati e studiare le metodologie di cura. Fondò una scuola di grande successo. Ippocrate fu il primo a criticare la visione cardiocentrica secondo cui il cuore era l’organo centrale del corpo e la sede delle funzioni mentali.La vera e propria medicina razionale è da attribuire ad Ippocrate. La base della medicina razionale è la negazione dell’intervento divino nelle malattie. Anche la famosa malattia sacra, l’epilessia, fu attribuita ad una disfunzione dell’organismo. Ippocrate introdusse un concetto innovativo: la malattia e la salute di una persona dipendono dalle specifiche circostanze umane della persona stessa e non da superiori interventi divini. Egli infatti elaborò la “teoria degli umori” nella quale affermava che le malattie si originassero da uno squilibrio dei quattro umori del corpo umano: sangue, flemma, bile biancae bile nera, che combinandosi in differenti maniere conducono alla salute od alla malattia; L’acqua che è umida e fredda corrisponderebbe alla flemma (o flegma) che ha sede nella testa, la terra per il colore corrisponderebbe alla bile nera che ha sede nella milza, il fuoco, caldo e secco, alla bile gialla (detta anche collera) che ha sede nel fegato, l’aria che è dappertutto al sangue la cui sede è il cuore. Agli umori furono fatte corrispondere anche le stagioni: la prima stagione, quella del sangue e dell’aria corrispondeva alla primavera, l’estate era quella del fuoco e della bile, l’autunno era quella della terra e dell’atrabile e l’inverno era la stagione dell’acqua, della pituita e del cervello. Fu fatto anche un parallelismo con le quattro età della vita, infanzia e prima giovinezza, giovinezza matura; età virile avanzata, ed infine età senile. Nonostante questa teoria umorale fosse una delle più conosciute, l’elemento principale sul quale il filosofo fondò i suoi studi, non fu la malattia ma l’uomo. La sua medicina infatti viene definita olistica: basata sull’uomo o microcosmo.Egli riteneva una cosa fondamentale affidarsi alle forze guaritrici della natura, osservare attentamente il malato ed intervenire il meno possibile, fare attenzione all’alimentazione e alla salubrità dell’aria. Egli comunque disse di utilizzare metodi ben precisi per curare i propri pazienti. Uno tra i più noti era quello che permetteva di correggere la gobba. Per fare ciò aveva ideato la scala ippocratica. Il paziente veniva legato con delle cinghie di cuoio lungo questa scala; questa veniva poi sollevata ad una determinata altezza dal suolo in modo tale che il paziente rimanesseappeso a testa in giù. Ciò provocava un allungamento della colonna vertebrale, sottoposta ad allungamento da parte della forza di gravità con conseguente dilatazione degli spazi intervertebrali. Ritornando alla medicina umorale di Ippocrate, riguardo alla febbre, gli studi effettuati negli ultimi due decenni, hanno confermato la teoria secondo la quale il ruolo della febbre è un meccanismo di difesa dell’ organismo contro le infezioni; inoltre è approvato che l’ aumento della secrezione di ormoni da parte dell’ organismo ha lo scopo di difendere l’ individuo da situazioni di emergenza come ad esempio la secrezione di adrenalina nel corso di una reazione di paura o di fuga e in situazioni fisiologiche come ad esempio la secrezione degli ormoni della crescita durante lo sviluppo. ‘E sottinteso che queste meccanismi recano beneficio all’ individuo quando agiscono a breve termine; in caso contrario il loro effetto è patologico. Ippocrate inventò la cartella clinica e teorizzò la necessità di osservare razionalmente i pazienti prendendone in considerazione l’ aspetto ed i sintomi; introdusse, per la prima volta, i concetti di diagnosi e prognosi. Fu il creatore della semeiotica: associò a ciascuna malattia una serie di sintomi e insegnò a cercare i segni del disturbo attraverso l’ispezione del corpo, la palpazione e l’ascoltazione del torace. Ippocrate somministrava veri farmaci, secondo il principio del “contraria contraris” (la sostanza attiva deve avere un’azione contraria agli effetti della malattia). I farmaci ippocratici erano di origine vegetale, minerale, animale e provenivano dalla tradizione medica egiziana e orientale. Il giuramento di Ippocrate Il Giuramento di Ippocrate è il giuramento che tutt’ ora nel vecchio continente, medici ed odontoiatri prestano prima di iniziare la professione. Ippocrate lo formulò nel 430 a.C., è attribuito alla sua scuola e codifica la figura del medico. La versione italiana: – “Giuro ad Apollo medico, Asclepio, Igea e Panacea, prendendo come testimone tutti gli dei e le dee, di tenere fede secondo il mio potere e il mio giudizio a questo impegno: giuro di onorare come onoro i miei genitori colui che mi ha insegnato l’arte della medicina (concetto di allievo e maestro) e di dividere con lui il mio sostentamento e di soddisfare i suoi bisogni, se egli ne avrà necessità; – di considerare i suoi figli come fratelli, e se vogliono imparare quest’arte, di insegnarla a loro senza salario nè contratto; – di comunicare i precetti generali, le nozioni orali e tutto il resto della dottrina ai miei figli, ai figli del mio maestro e ai discepoli ingaggiati ed impegnati con giuramento secondo la legge medica, ma a nessun altro (concetto della casta). – Applicherò il regime dietetico a vantaggio dei malati, secondo il mio potere e il mio giudizio, li difenderò contro ogni cosa nociva ed ingiusta. – Non darò, chiunque me lo chieda, un farmaco omicida (rifiuto dell’eutanasia), nè prenderò iniziativa di simile suggerimento, nè darò ad alcuna donna un pessario abortivo. – Con la castità e la santità salvaguarderò la mia vita e la mia professione. Non opererò gli affetti da calcoli e lascerò questa pratica a professionisti”. (chirurghi). -“In qualunque casa io entri sarà per utilità dei malati, evitando ogni atto di volontaria corruzione, e soprattutto di sedurre le donne, i ragazzi, liberi e schiavi. – Le cose che nell’esercizio della mia professione o al di fuori di essa potrò vedere o dire sulla vita degli uomini e che non devono essere divulgate le tacerò, ritenendole come un segreto (concetto di segreto professionale). – Se tengo fede sino in fondo a questo giuramento e lo onoro, mi sia concesso godere dei frutti della vita e di quest’arte, onorato per sempre da tutti gli uomini e se lo violo e lo spergiuro che mi accada tutto il contrario”. -GIIURAMENTO MODERNO “Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro: *di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento; *di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale; *di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente; *di attenermi alla mia attività ai principi etici della solidarietà umana, contro i quali, nel rispetto della vita e della persona, non utilizzerò mai le mie conoscenze; *di prestare la mia opera con diligenza, perizia, e prudenza secondo scienza e coscienza ed osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione; *di affidare la mia reputazione esclusivamente alla mia capacità professionale ed alle mie doti morali; *di evitare, anche al di fuori dell’ esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il prestigio e la dignità della professione; *di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni; *di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità condizione sociale e ideologia politica; *di prestare assistenza d’ urgenza a qualsiasi infermo che ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità a disposizione dell’Autorità competente; *di rispettare e facilitare in ogni caso il diritto del malato alla libera scelta del suo medico, tenuto conto che il rapporto tra medico e paziente è fondato sulla fiducia e in ogni caso sul reciproco rispetto; *di osservare il segreto su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell’esercizio della mia professione o in ragione del mio stato; *di astenermi dall’ “accanimento” diagnostico e terapeutico. LA SCUOLA DI COO(IV sec. a.C.) La scuola di Coo (Grecia) sopravvisse alla morte di Ippocrate grazie all’opera dei suoi discendenti: i figli Tessaloe Draconee in seguito i nipoti. Ne fecero parte medici molto famosi come Diocle e Prassagora;questi parteciparono attivamente al dibattito dell’epoca tra Dogmaticied Empirici. I primi consideravano il ragionamento e la logica come base per la medicina; i secondi davano più importanza all’osservazione delle evidenze, rifiutando i ragionamenti e le ricerche. Sia Diocle, sia Prassagora si schierarono con i dogmatici; tuttavia, essi accolsero e fecero fruttare lo spirito pratico tipico degli empirici. GALENO Galeno ,nato a Pergamo nel 129 può essere considerato il secondo padre della medicina antica dopo Ippocrate.Il padre lo indirizzò verso gli studi di medicina verso iquali mostrò molta attenzione e interesse. Frequentò da giovane le tradizionali 4 scuole filosofiche (platonica, aristotelica ,epicurea e stoica) e a Smirne seguì l’ insegnamento del platonico Albino. Molto importante nella sua vita e per la sua professione fu l’incarico di medico dei gladiatori nella sua città natale; grazie aduna tale esperienza riuscì a studiare da vicino le problematiche chimiche che una simile condotta di vita comportava.Come medico dei gladiatori studiò le ferite. Si rese conto che una lesione sui nervi esterni della colonna produce insensibilità nel tronco da quel punto in giù. Dimostrò ,inoltre, che le arterie trasportano sangue ed effettuò i primi studi sulle funzioni dei nervi del cervello e del cuore. Grazie ad un soggiorno ad Alessandria riuscì ad apprendere la pratica della dissezione anatomica . In seguito si recò a Roma da Marco Aurelio come medico di corte . Durante questo periodo Galeno scrisse numerose opere ,molte delle quali ci sono state conservate . Tra queste è stata trovata una frase motlo significativa che è importante ricordare: ” la natura ha dato all’uomo la mano per scrivere”. Si può affermare ,quindi ,che sia stato proprio Galeno a portare la medicina al suo pieno sviluppo. Egli ,infatti, rifondò la medicina come sapere globale. In tal caso il termine globale intende sottolineare l’unione del sapere scientifico, filosofico e letterario.In primo luogo il filosofo può essere definito un aristotelico.Egli infatti, avanza una concezione finalistica ( teleologica ) della natura.Egli vedeva la vera causa di ogni cosa nel fine che essa è destinata a compiere nell’ordine provvidenziale dell’universo. Nello scritto Sull’ uso delle parti egli tenta di spiegare la conformazione dei vari organi del corpo umano in base alle funzioni che ciascuno di essi deve assolvere . In un punto, se così sipuò dire,egli si discosta dalla visione aristotelica avvicinandosi più a quella platonica in quanto egli interpreta il finalismo della natura in termini di provvidenza divina.Fu un osservatore attento e acuto e anche un abile sperimentatore. Secondo Galeno ,le vita è strettamente connessa con il pneuma ( soffio, spirito) che identifica con tre forme:

spirito animale che ha sede nel cervello e governa la sensibilità; spirito vegetale che risiede nel cuore e governa la circolazione del sangue e il calore del corpo; spirito naturale che riseide nel fegato e governa la produzione del sangue e l’alimentazione.

La vera tradizione medica é per lui rappresentata da Ippocrate. Infatti,per quanto riguarda gli studi sulle malattie egli fece affidamento soprattutto alla teoria degli umori. Galo è convinto che la malattia sia dovuta dall’alterarsi di quell’equilibrio particolare tra gli uomini che caratterizza l’individuo sano. Galeno per le terapie utilizzava una grande quantità di cerotti, acqua e unguenti, ma il principale, quello più importante era la “teriaca”: un rimedio universale capace di risolvere qualsiasi problema. questa era composta da sessantasette ingredienti, tra i quali escrementi ,sangue e grasso di vari animali e vipere lessate.

A cura di Delia Venturini.

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Commento alla Lettera sulla Felicità di Epicuro a Meneceo (Vincenzo Romaniello)

C’era un uomo che ad Atene, tra la fine del IV e l’inizio del III secolo a.C., all’ombra degli alberi del suo giardino, insegnava la filosofia ai suoi discepoli. Quest’uomo era Epicuro, la cui dottrina ha avuto una grandissima influenza sulle scuole di pensiero successive, in particolare nell’impero Romano, dove arrivò a scontrarsi con il Cristianesimo religione di Stato. La sua scuola, che perdurò per oltre settecento anni fino al IV secolo d.C. era tenuta in particolare considerazione presso i Romani, infatti i pochi scritti che ci sono rimasti dei trecento originali sono stati tramandati integralmente proprio da un Romano, Diogene Laerzio. Tra questi una lettera “A Meneceo”, che tratta di etica. Per ben comprendere il contenuto dei suoi scritti bisogna ricordare la struttura della sua scuola: era presente una forte impronta di carattere religioso, per cui ad Epicuro venivano attribuiti onori quasi divini. Inoltre i seguaci della sua filosofia (chiamati “filosofi del giardino”) dovevano attenersi strettamente agli insegnamenti del maestro, per cui non sono noti suoi discepoli che abbiamo applicato delle modifiche alla sua dottrina originaria. Non bisogna dimenticare poi che alle lezioni di Epicuro partecipavano anche le donne, giacchè la scuola del Giardino era aperta a tutti; era inoltre un’organizzazione basata sulla solidarietà e l’amicizia e le amicizie tra i discepoli epicurei erano famose in tutto il mondo del tempo.
La lettera a Meneceo si apre con un’esortazione a praticare la filosofia, unico vero mezzo per raggiungere la felicità. Secondo Epicuro ogni età è adatta alla conoscenza della felicità, da giovani come da vecchi è importante e giusto dedicarci a conoscerla: da vecchi, vivendo una nuova giovinezza ricordando la felicità vissuta in passato, da giovani per non temere il futuro. Perché la felicità è in assoluto il bene sommo: quando la raggiungiamo non ci manca nulla, quando non la abbiamo facciamo di tutto per ottenerla.
Secondo il pensatore di Samo l’uomo possiede una nozione innata di divinità che ci suggerisce che la materia divina sia eterna e felice. Afferma anche l’esistenza degli dei, ma non nel modo in cui la gente comune li vede, ovvero ignorando lo stato eterno congiunto alla felicità che è proprio delle divinità. Perciò non va contro gli dei colui che rifiuta la religione popolare, bensì chi gli attribuisce caratteristiche che sono proprie degli uomini.
La prima delle quattro terapie che Epicuro suggerisce agli uomini per liberarsi da ogni irrequietudine e turbamento consiste nel non temere gli dei. Infatti, sapendo che gli dei sono perfettamente felici e ignorano chi non è loro pari, non dobbiamo preoccuparci di eventuali punizioni o pene da essi inflitte poiché gli uomini, non essendo simili agli dei, non sono considerati e le loro azioni sono libere da ogni giudizio divino.
Il secondo “farmaco” consiste nel non temere la morte. Epicuro scrive a Meneceo che la morte non è nulla per gli uomini, dal momento che il piacere e il dolore sono entrambi percepibili tramite i sensi e la morte altro non è che la cessazione del sentire. Chi giungerà a questa consapevolezza sarà a maggior ragione spinto a godere ed apprezzare la condizione mortale della propria vita, privato dell’illusoria speranza di una vita futura immortale. È anche sbagliato temere la morte perché è doloroso sapere che prima o poi giungerà: infatti ciò che non causa dolore sopravvenendo è inutile che ci addolori nell’attesa.
In sostanza per Epicuro la morte non significa nulla né per i vivi né per i morti: quando ci siamo noi la morte non c’è, quando c’è la morte non siamo più. E lo stesso vale per i morti, perché essi già non sono più.
Solo il saggio, al contrario del volgo che fugge la morte come il peggiore dei mali, non desiderando la vita, non può temere la morte.
Stolti sono per Epicuro coloro che predicano ai giovani di vivere bene e agli anziani di ben morire poiché, sia da vecchi che da giovani, una sola è l’arte del vivere bene e del ben morire. Alla stessa stregua sono considerati coloro che vorrebbero non essere mai nati.
Epicuro ci invita anche a tener presente che il futuro non è del tutto nostro, ma neppure del tutto sottoposto al destino: per questo motivo non possiamo essere certi che qualcosa accadrà di sicuro ma allo stesso modo possiamo non disperare del contrario, ovvero che qualcosa sicuramente non accadrà.
Per distinguere gli ultimi due elementi del tetrafarmaco Epicuro si serve delle definizioni di piacere e desiderio.
Tra tutti i desideri che sono propri dell’uomo solo alcuni sono naturali, altri sono inutili; e anche tra i naturali solo alcuni sono anche necessari, come ad esempio quelli che conducono all’eliminazione della sofferenza fisica o in vista del raggiungimento della felicità.
L’uomo che possiederà una corretta e piena conoscenza dei desideri sarà capace di effettuare ogni sua scelta o rifiuto in vista della salute fisica e della quiete dell’animo, essendo questo l’unico fine della vita beata.
Epicuro definisce in maniera “negativa” la felicità, coincidendo essa con l’assenza di sofferenze del corpo o dello spirito, non nella semplice accumulazione di piaceri.
Una volta raggiunta la felicità si dissolverà ogni tormento dell’animo, essendo stati soddisfatti tutti i desideri che hanno reso possibile il raggiungimento di tale stato.
L’etica epicurea è volta in funzione della felicità, che consiste appunto con il piacere, che si identifica a sua volta con il criterio della scelta e dell’avversione. In poche parole si sceglie il piacere, si evita il dolore.
Anche per quanto riguarda il piacere, Epicuro raccomanda un calcolo dei vantaggi e degli svantaggi che ci arreca la scelta di una piacere piuttosto che un male: alle volte infatti conviene non scegliere alcuni piaceri che ci recherebbero più male che bene, scegliendo piuttosto alcuni mali che, dopo una lunga sopportazione, possano recarci un piacere maggiore.
In queste righe si denota una certa propensione all’utilitarismo, specialmente quando consiglia di valutare piaceri e dolori in base ai vantaggi che comportano.
Epicuro elogia inoltre l’autosufficienza, intesa come capacità di accontentarsi del poco, di più facile reperibilità rispetto al molto, in modo da poter apprezzare in maniera ancor maggiore il molto quando si presenta l’occasione.
Allontanandosi da una visione edonistica, Epicuro sottolinea che nella sua concezione il piacere è “nel non soffrire e nel non agitarsi”, ovvero definito come atarassia (assenza di turbamento) e aponia (assenza di dolore). La felicità risiede solo in questa forma di piacere, detto piacere catastematico, che consiste nella privazione del dolore, e non nel piacere cinetico, ovvero nella gioia e nella letizia.
A rendere possibile questa lucida e consapevole scelta dei piaceri in considerazioni dei vantaggi è la saggezza, considerata superiore persino alla filosofia madre di tutte le virtù. Senza la saggezza non sarebbe possibile godere di un’esistenza felice.
Il saggio sa che la concezione del fato padrone di tutto è quanto mai sbagliata poiché le cose accadono o per necessità, o per arbitrio della fortuna, o per arbitrio nostro.
La fortuna può dare avvio a grandi beni o grandi mali per gli uomini ma non lo fa, come credenza popolare, come una divinità, che fornisce beni o mali agli uomini in modo da determinare la loro felicità.
Per Epicuro è meglio essere saggi ma senza fortuna che fortunati e stolti ed è preferibile che un progetto ben ragionato fallisca piuttosto che uno dissennato vada in porto.
La lettera si conclude con un’esortazione che Epicuro fa a Meneceo, ovvero di meditare sempre di queste cose con sé stesso e con i suoi simili, in modo da non essere mai in preda all’ansia e poter vivere come un dio tra gli uomini.

A cura di Vincenzo Romaniello.

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Epicuro : lettera sulla felicità (a Meneceo) (Paolo Cammarota)

Analisi del testo

Epicuro è stato uno dei più importanti filosofi greci post-aristotelici; nato nel 341 a. C. a Samo ha cominciato ad occuparsi di filosofia fin da giovanissimo fondando una grande scuola di pensiero, dalla quale ha preso le mosse la corrente filosofica dell’epicureismo. Egli ci ha lasciato molti scritti, soprattutto di natura epistolare; tra questi “ La lettera sulla felicità” avente come destinatario Meneceo.

Nella lettera rivolta a Meneceo, Epicuro parla della felicità, lo stato d’ animo di natura positiva di chi ritiene soddisfatti i propri desideri ; fin dall’ origine dell’umanità la ricerca della felicità è stato uno dei principali obiettivi ,(se non il principale), degli uomini nonché uno dei più difficili , dal momento che l’uomo non sa come arrivare a raggiungere la felicità , raggiungibile solamente da chi vive secondo ragione.

Epicuro vede nella filosofia la via per raggiungere la felicità; grazie a quest’ultima infatti l’ uomo si libera da tormenti e da desideri irrequieti. Egli parla della felicità come di qualcosa la cui conoscenza appartiene a tutti, giovani e anziani compresi, perché occuparsi del benessere dell’anima è bello a qualsiasi età . Da giovani è necessario conoscere la felicità per preparare sé stessi a non temere il futuro, irrobustendosi in essa; quando si è anziani,invece, in virtù del ricordo positivo di quanto si è stati felici da giovani, per sentirsi ancora giovani .

Epicuro continua a parlare del “bene sommo” facendo riferimento al “quadrifarmaco” ovvero all’insieme delle quattro “ medicine” su cui si basa la filosofia. Il filosofo di Samo continua parlando di divinità, affermando che l’ essenza del divino è materia eterna e felice, e che quindi la divinità è strettamente legata a ciò che è felice. Invita poi gli uomini a non avere timore degli dei in quanto essi, poiché vivono in un mondo separato da quello degli uomini non possono avere alcun legame con questi ultimi. (Questa è la prima delle quattro “medicine” della filosofia).

Il padre dell’ epicureismo parla poi della morte. Non bisogna avere alcun timore nel non vivere più, altrimenti afflitti dalla continua attesa della nostra fine finiremmo con il non goderci la vita stessa; non si ha infatti ragione di temere la morte, perché con la fine della vita scompare ogni possibilità di percepire piacere o dolore . La consapevolezza di chi non ha paura della morte, non è infatti avere “l’ ingannevole desiderio dell’ immortalità”, ma godere la mortalità della vita stessa. La morte non esiste per noi uomini in quanto come dice lo stesso “ quando lei non c’è noi viviamo, quando c’è lei noi non ci siamo”. (Il tema riguardante la paura della morte è la seconda “medicina” della filosofia epicurea).

Si parla poi dell’ uomo saggio. Il vero saggio, a cui né dispiace vivere né teme la morte, cerca di godersi il tempo non in quanto lungo, ma in quanto dolce, come l’uomo a cui non piace mangiare tanto ma bene.

Epicuro parla poi dei desideri, che se soddisfatti portano l’uomo ad essere felice, classificandoli in due categorie:

– desideri naturali,che a loro volta possono essere divisi in:

-necessari, essenziali alla vita dell’ uomo che nascono da un bisogno fisico, che può essere quello di bere o mangiare quando si ha fame o sete;

– non necessari, come per esempio mangiare cibi dal sapore ricercato quando non si ha fame.

– desideri vani, superflui che se non soddisfatti non comportano dolore fisico,come per esempio la brama di ricchezza.

Alcuni desideri necessari sono di primaria importanza per la felicità, altri per il benessere del fisico(mangiare, bere…), altri per la vita.

Conoscere i desideri porta alla perfetta serenità dell’ animo .I desideri che possiede l’uomo sono mossi senz’ altro dal piacere, fine e principio della vita felice; ciò perché l’ uomo, se sereno, e quindi se ha soddisfatto il proprio piacere, non deve più andare alla ricerca del bene per l’animo e per il corpo. Il piacere è anche privazione di dolore e quindi privazione di male, anche se non sempre si sa distinguere il bene dal male. Esso è quindi bene ed aiuta pertanto il corpo a non soffrire . Epicuro parla dei piaceri distinguendoli in due gruppi:

– mobili :che sorgono nel momento in cui si pone di un bisogno (mangiare quando si ha fame);

– stabili: che nascono in assenza di dolore (il piacere che segue la mangiata).

La vita felice non è data dalla grande abbondanza di viveri ,di donne e fonti di divertimento, ma dalla consapevolezza delle cause di ogni scelta . Bene supremo di ciò è la saggezza, madre di tutte le virtù e superiore anche alla stessa filosofia. ”Non si dà vita felice senza che sia saggia, né vita saggia priva di felicità” perché le virtù sono strettamente connesse alla felicità e da questa inseparabili.

L’ uomo saggio così come non prova timore nei confronti della morte e delle divinità, non deve credere che il fato sia una divinità e che sia padrone di tutto. La divinità non opera a caso,al contrario della Fortuna, che può essere causa di bene o male senza alcun criterio. Il saggio crede appunto che le cose non avvengano per fortuna, ma neppure per necessità (essa è irresponsabile), ma per libero arbitrio.In conclusione egli dice che è meglio essere “senza fortuna ma saggi, che fortunati ma stolti”, infatti è preferibile che una persona intelligente non investa un’ illustre carica all’ interno della società, piuttosto che questa venga investita da uno stolto che si trova lì per mero caso. Infine il filosofo di Samo parla del saggio affermando che ” non sembra più nemmeno mortale l’uomo che vive fra beni mortali”.

Commento

Epicuro nella sua lettera cerca di spiegarci qualcosa che pensiamo essere semplice e naturale ma che in realtà è molto complesso: la felicità.

Nella lettera sulla felicità Epicuro parla proprio di questo stato d’ animo, della via utile per raggiungerlo, di tutte le sue caratteristiche, parlando poi di piaceri e desideri su cui si basa la felicità stessa; essa è soddisfazione dei propri desideri, è bene e quindi piacere. Il filosofo ci parla della saggezza, strettamente legata alla felicità; solo chi è saggio e riesce a contrastare i mali e superare le paure esistenti, giunge alla felicità. Quello di Epicuro è una sorta di manuale di istruzioni che l’uomo che non è saggio, deve seguire per raggiungere la felicità.

La filosofia Epicurea considerata come tetrafarmaco ( quattro farmaci),aiuta l’uomo con le sue medicine a superare paure e mancanze e quindi lo aiuta a diventare saggio e di conseguenza in grado di raggiungere la felicità. Come afferma Aristotele, la felicità è il fine supremo, il fine più alto che l’uomo deve raggiungere nel corso della sua esistenza. Il pensiero Aristotelico è molto simile a quello Epicureo, se non fosse per il fatto che secondo lo stagirita la felicità è l’oggetto primo alla base della politica, mentre secondo Epicuro è totalmente a-politica.

Penso che la lettera scritta dal filosofo del IV secolo a.C., ci porti a riflettere su ciò che è veramente la felicità , qualcosa che nella società odierna viene visto come un semplice stato d’animo, un qualcosa di banale. Fin dall’ antichità la sua ricerca è stato uno dei punti fissi nella mente degli uomini, che spesso hanno detto di averla trovata, magari grazie a ricchezza, fama e lusso; ma la vera felicità che andiamo cercando è questa oppure no?

A questa domanda ci da una risposta Epicuro secondo il quale bisogna diventare prima saggi, attraverso il quadrifarmaco e poi giungere finalmente a conoscere la felicità, dopo aver conosciuto profondamente i nostri desideri. Solo quando l’avremo trovata saremo sereni ed appagati.

Concordo con il pensiero epicureo in quanto penso anch’io che per essere felici bisogna innanzitutto superare paure come quella della morte, di un dio-punitore e non fare affidamento al fato, per poi andare alla ricerca dei nostri desideri che generalmente giungono al piacere e quindi al nosrtro bene (la felicità è infatti bene, “bene sommo” secondo Aristotele).

In conclusione penso che la ricerca della felicità sia il più importante scopo della nostra vita e che la nostra vita vada interamente spesa per trovare la felicità, altrimenti essa sarebbe priva di senso.

A cura di Paolo Cammarota

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