The Lawnmower Man – Il tagliaerbe (Regia di Brett Leonard, 1992)

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Fra i primi film a trattare l’avanguardia della realtà virtuale e vagamente ispirato a un racconto di King, che però prese però pubblicamente le distanze, “Il Tagliaerbe” è un film diretto da Brett Leonard nel 1992. La tematica di base infatti é interessante: il cyberspazio, una realtà psichedelica e sconfinata, estraniante nel suo primitivo 3D, capace di insinuarsi nei meandri insondabili della mente umana al punto tale da riuscire ad innescare nella testa del povero Jobe, ritardato mentale, quei progressi evolutivi che madre natura aveva da sempre negato. Un universo tanto estatico e seducente quanto insidioso, sfuggito di mano (o mai davvero posseduto) ai suoi visionari e al tempo stesso miopi creatori (l’ambiguo Pierce Brosnan). Eccessiva é anche la stereotipizzazione di svariati personaggi e situazioni (il prete fanatico, il bullo scemo che andrà a finire male, la megacorporation guerrafondaia e senza scrupoli etc….) che incrina e limita lo spessore che il film avrebbe potuto meritarsi, lasciandolo in una incompiutezza un po’ insipida. Il film è un po’ scappato dalle mani dei suoi sceneggiatori. Questa sensazione scaturisce proprio dal fatto che Jobe viene plagiato e corrotto (vedi cyber sex, c’é anche quello) da questa invadente dimensione alternativa. Da dove nascano esattamente i suoi inquietanti poteri non é dato saperlo, sta di fatto che essi appaiono eccessivamente rimarcati (a tratti sembra un “cattivo” dei supereroi !!) e un po’ fuori posto, in tutta la loro spettacolarità, nella meccanica del racconto che si era venuta a creare.

Matrix (Lana e Andy Wachowski, 1999)

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Matrix è un film del 1999 scritto e diretto da Lana e Andy Wachowski. È un film di fantascienza che ha vinto numerosi premi, tra cui quattro Oscar.

Il titolo deriva dall’inglese matrix ovvero matrice di numeri, le matrici sono elementi di tipo tabellare derivanti da strutture matematiche, molto utilizzate nell’informatica per associare dati, o sistemi di dati tra loro. In questo caso la matrice rappresenta una sorta di cyberspazio o realtà simulata creata dalle macchine. Il film è uscito nelle sale negli Stati Uniti il 31 marzo 1999, mentre nelle sale italiane il 7 maggio 1999. Ha avuto due seguiti, Matrix Reloaded e Matrix Revolutions.

Il film ha avuto un tale impatto culturale da aver ricevuto numerosi riferimenti in altre opere, come in una scena del filmLimitless di Neil Burger o nell’ultimo capitolo del videogame Conker’s Bad Fur Day.

Nel 2012 è stato scelto per la preservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

« Matrix è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai a lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità. »
(Morpheus a Neo)
« Credi sia aria quella che respiri ora? »
(Morpheus a Neo)
Il programmatore di computer Thomas Anderson vive segretamente come hacker, sotto lo pseudonimo “Neo”. Un giorno gli compaiono sullo schermo del computer alcune criptiche frasi riguardo a un indefinito “Matrix”. Desideroso di scoprire cosa sia, dopo aver avuto un incontro con alcuni agenti, viene condotto dal misterioso Morpheus, il quale gli offre la possibilità di conoscere la verità riguardo Matrix. Neo accetta. Dopo aver ingerito una pillola rossa, si sveglia bruscamente nudo in un alloggiamento riempito di liquido, con il corpo collegato a tubicini e cavi elettrici, i quali portano a una torre dove sono posti altri “baccelli” identici a quello in cui è lui.

I cavi sono scollegati e Neo è recuperato da Morpheus che lo porta a bordo del suo hovercraft volante, il “Nabucodonosor”. I muscoli atrofizzati di Neo, che fino ad allora non aveva mai usato, vengono ricostruiti, e successivamente Morpheus gli spiega la situazione. Per quanto ne possa sapere Morpheus l’anno potrebbe benissimo essere o il 2099, il 2199 o forse di più (neanche negli altri film sarà rivelato l’anno esatto ma, vista l’esistenza di almeno altre 6 Matrix, si può supporre che sia molte migliaia di anni avanti nel futuro), e l’umanità sta combattendo contro le macchine intelligenti che ha costruito all’inizio del ventunesimo secolo. Il cielo è coperto di nubi nere generate dagli esseri umani nel tentativo di tagliare il rifornimento di energia solare alle macchine. Le macchine hanno risposto usando gli stessi esseri umani come fonte di energia, “coltivando” innumerevoli persone dentro baccelli e utilizzando il calore prodotto dai loro organismi come fonte di energia.

Il mondo che Neo ha abitato fin dalla nascita in realtà è Matrix, un’illusoria realtà simulata costruita su modello del mondo del 1999, sviluppata dalle macchine per poter tenere sotto controllo la popolazione umana. Morpheus e la sua squadra sono un gruppo di esseri umani liberi che liberano i prigionieri di Matrix e li reclutano nella loro resistenza contro le macchine. Dentro Matrix, essendo consapevoli che è una diversa realtà, sono in grado di piegare le leggi della fisica newtoniana, dotandosi così di abilità che nel nostro mondo possono apparire super-umane (come, per esempio, fare lunghissimi salti, velocizzare fino all’inverosimile il proprio corpo, camminare sui muri, ecc.). Morpheus crede che Neo sia “l’eletto”, colui che, essendo in grado di decodificare Matrix, concluderà la guerra contro le macchine.

Neo viene quindi addestrato per diventare un membro del gruppo. Un collegamento nella parte posteriore del suo cranio, precedentemente utilizzato da Matrix per connettere il suo cervello alla realtà virtuale, permette di “caricare” nozioni direttamente nella sua mente. Impara numerose arti marziali e dimostra le sue abilità nel ju-jitsu combattendo contro Morpheus in una realtà virtuale simile a Matrix, impressionando la squadra con la sua velocità. Un ulteriore addestramento introduce Neo ai pericoli di Matrix. Le lesioni subite all’interno della realtà virtuale sono riflesse nel mondo reale: se si è uccisi in Matrix, anche il corpo fisico morirà. Viene avvertito della presenza degli Agenti, “programmi-sentinella” potenti e veloci, capaci di apparire in qualunque luogo prendendo possesso del corpo di altre persone presenti in Matrix, il cui scopo è quello di eliminare tutte le minacce nella dimensione spazio-temporale di Matrix.

Il gruppo successivamente entra in Matrix e porta Neo nell’appartamento dell’Oracolo, la donna che predisse l’emergere di un Eletto. Lei confida a Neo che egli ha “il dono”, ma che sembra stia aspettando qualcosa, forse una nuova vita. Neo interpreta questo come la convinzione che egli non sia l’Eletto. L’Oracolo aggiunge inoltre che Morpheus crede in lui ciecamente, tanto che giungerà a sacrificare la propria vita per salvarlo. Ritornando alla linea telefonica che serve a loro come uscita di sicurezza da Matrix, il gruppo viene braccato da Agenti e ufficiali di polizia: Morpheus si fa catturare per far portare in salvo Neo dalla squadra. Il gruppo è stato tradito da un suo membro, Cypher, che ha preferito la sua precedente vita nell’ignoranza alle difficoltà della vita reale, consegnando il leader del gruppo agli Agenti in cambio di un ritorno permanente in Matrix.

Il traditore uccide tutti i membri della squadra tranne Neo, Trinity, Tank (che lo eliminerà) e Morpheus, il quale viene imprigionato in un palazzo all’interno di Matrix. Gli Agenti tentano di ottenere da lui le informazioni riguardo ai codici di accesso dell’ultimo rifugio degli esseri umani, Zion, una città costruita nel profondo sottosuolo. Neo e Trinity ritornano dentro Matrix e, dopo aver affrontato numerosi scontri a fuoco con le guardie, riescono a salvare il loro capo. Neo, inoltre, diventa più sicuro sulla manipolazione di Matrix, riuscendo addirittura a schivare le pallottole sparategli da un Agente. Morpheus e Trinity usano il telefono di una cabina telefonica per uscire da Matrix, ma prima che Neo riesca a uscirne, viene bloccato dall’Agente Smith. I due si fronteggiano in uno scontro di arti marziali e proprio quando Neo sembra esser riuscito a sconfiggerlo, l’Agente prende possesso di un altro corpo per salvarsi.

Mentre Neo attraversa la città braccato dagli Agenti in cerca di un altro telefono per uscire da Matrix, alcune “navi-sentinella” convergono sulla posizione del Nabucodonosor. Neo finalmente raggiunge il telefono, ma viene ucciso dall’Agente Smith. A bordo del Nabucodonosor, nel mondo reale, Trinity bisbiglia al corpo ormai senza vita di Neo che l’Oracolo le aveva confidato che si sarebbe innamorata dell’Eletto, e che ora si era innamorata di lui. Trinity si rifiuta di credere alla morte di Neo e lo bacia. A Neo ricomincia a battere il cuore e all’interno di Matrix si risveglia; gli Agenti gli sparano nuovamente, ma egli, alzando il palmo della mano, blocca le pallottole a mezz’aria: è la prova definitiva che lui è l’Eletto.

Neo poi vede Matrix come realmente è: nient’altro che verdi linee di codice di programmazione. L’Agente Smith fa un ultimo tentativo di attaccarlo fisicamente, ma i suoi pugni vengono tutti bloccati, e finalmente Neo riesce a distruggerlo. Gli altri due Agenti fuggono e Neo ritorna nel mondo reale. Proprio in quell’istante le “navi-sentinella” (che nel frattempo avevano provocato una breccia nello scafo della nave) vengono distrutte dall’arma del Nabucodonosor. Neo, nuovamente dentro Matrix, fa una telefonata in cui promette alla gente imprigionata che “tutto è possibile”. Infine, riattacca la cornetta del telefono e vola nel cielo sopra la città.

Fra i temi classici troviamo:

La scelta, che è in grado di cambiare se stessi e gli altri e il mondo come rappresentazione interiore.
Il controverso rapporto con il destino, e il desiderio di conoscerlo.
Il rapporto fra l’uomo e la tecnologia.
Inoltre Matrix può essere letto in tre chiavi interpretative, ovvero a tre livelli:

Livello “spettacolare”: in Matrix sono stati utilizzati per la prima volta tecniche di ripresa (24 fotocamere intorno al medesimo soggetto) per ottenere effetti speciali nuovi.
Livello “filosofico”: si ritrova il pensiero kantiano del noumeno e del fenomeno, ma anche la fisica quantistica che viola le leggi della fisica newtoniana, a cui siamo abituati sulla Terra. È inoltre possibile leggere il mito della caverna di Platone, dove un essere incatenato a vita in una caverna dalla nascita non è capace di dire che esista qualcosa di più bello e vero all’esterno della caverna o di più luminoso delle torce che illuminano l’antro se non nel momento in cui viene liberato e può vedere il Sole molto più luminoso e bello. Una sorta di risveglio mentale, proprio come descritto in Matrix.
Livello “sociologico”: tra i vari sistemi di controllo sociale, se quello orwelliano del Grande Fratello è il più tangibille, ancora più penetrante e pervadente è un sistema di controllo basato sulle informazioni e la percezione della realtà: «Sei nato in catene, sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore. Una prigione per la tua mente.» (Morfeus a Neo)
L’ipotesi che il mondo che noi vediamo sia solo un’illusione creata da opportuni programmi è ripresa da altri film, fra cui è doveroso segnalare Il mondo sul filo di Rainer Werner Fassbinder, Il tredicesimo piano e Nirvana di Gabriele Salvatores; film, quest’ultimo, nel quale il riferimento alla cultura orientale del buddismo zen è esplicito fin dal titolo. Il concetto che la propria vita è stata programmata, controllata e manipolata lo possiamo notare in The Truman Show e in Dark City (che di Matrix condivide anche l’uso di alcune scenografie), e la concezione della realtà virtuale che è presente in molti film, tra cui Tron ed eXistenZ.

Il Gran Khan domandava a Marco Polo se fosse l’imperatore cinese a sognare di essere una farfalla o l’insetto a sognare di essere un imperatore cinese. Filosofi posteriori aCartesio dal secolo XVII si ponevano il dubbio se la realtà percepita potesse essere reale. Una risposta plausibile giunse cento anni dopo con l’assioma che – a differenza di Neo e compagni – non vi è nulla a confermarlo e nulla a smentirlo. L’idea che la ricerca della verità debba passare da un risveglio dal mondo delle illusioni verso un viaggio di rinascita ed emersione alla contemplazione della realtà è presente anche nel sopracitato mito della caverna di Platone.

La ricerca della propria identità, che si appoggia al topos classico del “Conosci te stesso” (citato in una scena del film dal personaggio dell’Oracolo) è trattata attraverso il complicato rapporto uomo-macchina, all’interno del quale la seconda ha preso il sopravvento sul primo schiavizzandolo e sostituendovisi: l’uomo non è più in grado di distinguere sé stesso dalla macchina, e questo lo porta a perdere la coscienza di sé. Questo viene anche reso più chiaro nella scena in cui Morpheus spiega a Neo come mai in Matrix la coscienza di se stesso cambia e prende il nome di immagine residua di sé cioè “la proiezione mentale del proprio io digitale”. (Citazioni del Film). Quest’alienazione è un tema centrale dei romanzi di fantascienza di Philip Dick, di cui il film si mostra debitore.

Un romanzo che descrive un mondo in cui gli abitanti sono ignari di essere simulazioni, e anzi sviluppano a loro volta un simulatore, è “Simulacron-3″ (1964) di Daniel Galouye. Uno degli abitanti del simulatore del romanzo riesce a “risalire di un livello”, passando nel mondo del protagonista, come l’agente Smith nei capitoli successivi del film, suggerendo che entrambi i mondi siano in realtà una simulazione. Nel romanzo vengono anche “corrette” le conoscenze delle persone dopo una modifica, come nel film viene promesso a Cypher per il tradimento.

Nel dialogo tra l’agente Smith e Morpheus, che è stato sequestrato e drogato perché riveli con la forza i codici di accesso al mainframe di Zion, chiari riferimenti sono fatti anche al tema dell’evoluzione, della lotta fra specie differenti (Darwinismo sia in senso naturalistico che sociale) e della creazione di un equilibrio naturale fra le specie all’interno di unecosistema. Preponderante è poi il concetto di singolarità tecnologica; quest’ultimo è un punto critico di accelerazione dell’iter nella scala dell’evoluzione tecnologica della razza umana in cui le macchine acquistano consapevolezza di sè e divengono autosufficienti, diventano autonome e si distaccano dai loro stessi creatori e in grado di autoprogrammarsi, di autoripararsi e di governarsi da sole, decidendo da sole il proprio destino e la propria esistenza, anche in contrasto con quelli della specie umana che le ha create.

Il concetto di libertà, di scelta, di autodeterminazione e di lotta contro il potere costituito che soffoca il libero arbitrio e la creatività personale sono poi esposti nel film in chiave strettamente conforme all’etica hacker, a cui il film stesso è un prezioso tributo. Infine ci sono dei riferimenti anche al transumanesimo, finalizzato al potenziamento delle capacità umane sia a livello fisico che mentale e cognitivo. La filosofia di base la possiamo ritrovare anche nello Strutturalismo che descrive di strutture e sistemi come insieme di relazioni. Matrix è un esempio di ‘struttura’ sebbene sia una realtà virtuale creata da un computer.

Un altro parallelismo può essere fatto con il mito della caverna di Platone. L’uomo che riesce a capire che le ombre proiettate sul muro della caverna non sono la realtà ma che esiste una vera realtà, e addirittura una realtà al di fuori della caverna, che riesce a spezzare le sue catene ed ad acquisire la conoscenza, secondo Platone ha il dovere morale di ritornare nella caverna a liberare, con la conoscenza, i suoi compagni. Questa visione del filosofo come “salvatore” viene ripresa nel film con la tematica dell’eletto.

Altri riferimenti possono essere trovati nella religione buddista, la piena coscienza del sé, il risveglio e la possibilità di variare il mondo che ci circonda solo nel momento in cui lo vediamo scevro dalle nostre strutture mentali (la scena dello sparo che Neo ferma con una mano). Inoltre è anche esposto il rapporto maestro-discepolo, tra Neo e Morpheus, la stessa figura del Budda che s’incarna come bodhisattva per il bene delle persone. La stessa esistenza della matrice è ascrivibile al concetto di illusione del buddismo, così come la figura del Demone del Sesto Cielo, che governa e usa l’illusione per tenere le persone schiave dei suoi disegni. Inoltre la telefonata che Neo fa da dentro Matrix promettendo che “tutto è possibile” ricorda il voto del bodhisattva di salvare tutte le persone.

Il film è noto per la diffusione e l’evoluzione dell’uso dell’effetto speciale conosciuto come bullet time, che consente di vedere ogni momento della scena al rallentatore mentre l’inquadratura sembra girare attorno alla scena alla velocità normale.

Il bullet time è in realtà lo sviluppo di una vecchia tecnica fotografica conosciuta come fotografia time-slice (fetta di tempo), nella quale un grande numero di fotocamere sono disposte attorno a un oggetto e vengono fatte scattare simultaneamente. Quando la sequenza degli scatti è vista come un filmato, lo spettatore vede come le “fette” bidimensonali formano una scena tridimensionale. Guardare una tale sequenza di “fetta di tempo” è analogo all’esperienza reale di camminare attorno a una statua e di vedere come appare da diverse angolazioni.

Alcune scene di Matrix implementano l’effetto “fetta di tempo” congelando totalmente personaggi e oggetti. Tecniche di interpolazione consentono di rendere fluido il movimento dell’inquadratura. L’effetto è stato sviluppato ulteriormente dai fratelli Wachowski e dal supervisore agli effetti speciali John Gaeta per creare il bullet time, che supporta movimenti temporali, in modo tale da non congelare totalmente la scena ma facendola vedere al rallentatore o con velocità variabile. Ingegneri della Manex Visual Effects implementarono metodi per spostare l’inquadratura su complesse curve in modo flessibile. Fu introdotta anche maggiore fluidità con l’uso di interpolazioni non lineari, e la creazione di scene virtuali al computer.

Una trasferta per la vita

Siamo una squadra e da squadra ci muoviamo come un unico organismo, non come la somma dei singoli.

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Si vede già dal mattino: tutti puntuali all’appuntamento con il pullman che ci porterà a Rionero, alla finale del “Certamen Fortunatianum”. Siamo pronti a conquistare la città del Vulture e anche a fare nuove amicizie, accettando nuovi confronti.

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Non è la prima volta che facciamo qualcosa insieme fuori dalla scuola, qualcosa che coinvolge profondamente  la nostra capacità di agire nel campo della cultura.  Ma questa volta è diverso, pensiamo che la presentazione multimediale che abbiamo prodotto per partecipare al concorso valga qualcosa.

Ci accorgeremo (con dispiacere) che non sarà così, non vinceremo alcun premio. Ma proprio in quel momento impareremo una cosa nuova: saper perdere. E’ in questo che una squadra cresce, nella lealtà del confronto.

Dunque, è andata così. E non ci possiamo lamentare. Non siamo tra i vincitori, abbiamo “perso”, ma in fondo abbiamo vinto tantissimo. Cosa? La conoscenza reciproca. La scuola, la classe, molte volte chiude in uno spazio angusto la crescita individuale e collettiva, il confronto esterno apre. Se di trasferta si può parlare, si tratta di una trasferta per la vita. Quelle che vedete qui sono le nostre foto.

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COMPRO ORO

Uno dei fenomeni che si è diffuso da circa due anni a questa parte è quello dei “Compro oro”, un vero e proprio business che nell’ultimo anno ha fatto registrare una crescita quasi del 30 per cento. Infatti basta passeggiare per le strade delle nostre città per rendercene conto. Ormai anche alcuni paesi iniziano a brulicare di questi negozi che mostrano insegne di caratteri cubitali che recitano “Compro oro…e pago in contanti”,unico requisito che siano in oro a 18 carati. Pagamento in contanti. Un piccolo dettaglio che però fa la differenza. Infatti la crisi economica che sta investendo il nostro paese ci ha portati ad uno stato di grande difficoltà nel quale si cerca di arrotondare il più possibile per arrivare nel migliore dei modi a fine mese ed essendo quello del metallo un mercato che non scade mai, in questo periodo gli orefici, o chi per loro, fa i migliori affari. Il prezzo dell’oro era di 244 euro per oncia nel 2002, mentre ora è salito a oltre 1300 euro. Il punto che di sicuro è stato a vantaggio di questo boom è l’impennata delle quotazioni del metallo pregiato che continua a rivelarsi una dei migliori beni rifugio nei momenti di crisi.
Tuttavia «Si tratta di un fenomeno insidioso e pericoloso – ha spiegato il prefetto di Bari Carlo Schilardi – su cui non abbassiamo mai la guardia. Un problema che abbiamo esaminato già in passato perché spesso i gioielli venduti ai “compro oro” provengono da attività illecite. Soprattutto dagli scippi: chi strappa una collanina, si reca in uno di questi punti e se ne disfa assicurandosi il bottino in contanti. Nonostante i negozi siano tutti sotto il controllo della questura e oggetto di accertamenti fiscali da parte della guardia di finanza, la nostra attenzione non è mai bassa».
«I compro oro – rivela un investigatore della questura – sono il principale veicolo di ricettazione, un vero e proprio mercato illecito. È possibile infatti che gli stessi titolari a volte siano i mandanti di scippi e furti in appartamento, una circostanza che adesso dobbiamo verificare».
Le organizzazioni criminali guadagnano miliardi attraverso negozi che offrono agli italiani colpiti dalla crisi discambiare l’oro con pochi euro. Dei 28.000 punti vendita nel Paese, solo poche centinaia sono registrati presso la Banca d’Italia.
“Questo è un settore in crescita per le organizzazioni criminali. Il contrabbando è un fenomeno mondiale, presente anche in paesi in cui i lingotti vengono scambiati con armi e droga”, ha dettoRanieri Razzante, Consulente della Commissione Parlamentare Antimafia e Membro dell’Osservatorio sulla Criminalità Economica del CNEL.
Ciò che è certo è che gli esercenti sono tenuti a compilare un registro di pubblica sicurezza su cui annotare la merce acquistata e l’identità del venditore da accertare attraverso un documento. I preziosi poi devono essere tenuti a disposizione della polizia per almeno 10 giorni per eventuali verifiche perché potrebbe trattarsi appunto di gioielli rubati. Non tutti però rispettano le regole. A denunciarlo è il presidente nazionale della Federazione Dettaglianti Orafi, Giuseppe Aquilino che a Bari vive e lavora. «Il settore dei compro oro non ha una disciplina ad hoc e i negozi possiedono la stessa licenza delle gioiellerie. Molti non rispettano le regole e spesso accade che i titolari non registrino l’identità di chi vende l’oro o ne scrivano una falsa senza lasciare gli estremi del documento o ancora non rispettano il periodo di tempo di 10 giorni e si sbarazzano subito della merce appena comprata perché di chiara provenienza illecita. Non sono insomma tutte operazioni trasparenti».
Questi negozi, oggi hanno clienti di tutte le categorie, appartenenti a tutte le fasce d’età, a tutti i ceti sociali. Purtroppo il fenomeno è molto diffuso ultimamente tra i giovani i quali trfugano gioielli e preziosi vari ai propri cari e nelle proprie abitazioni per fare guadagni facili e permettersi, così, tutto ciò che è in voga al momento dal cellulare all’abito firmato. Per i ragazzi diventa quasi un gioco nella loro incoscienza e immaturità tanto che insegnano e “predicano” anche tra i loro amici, invitandoli, invogliandoli a fare lo stesso e facendo sì che il fenomeno si allarghi a macchia d’olio. Nonostante alcuni di loro vengano fermati o dal rimorso, o dalla famiglia, o dalle forze dell’ordine resta il fatto che gran parte dell’oro viene perso poiché una volta superato il periodo minimo per i controlli questo viene fuso. Cresce così il disappunto sui valori dei giovani di oggi insieme alla voglia di cambiare e alla speranza che tutto si risolva nel migliore dei modi il prima possibile.

A cura di Paolo Smaldone IV As

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IL VOTO NEGLI STATI UNITI D’AMERICA

Analizzando il voto negli Usa, possiamo capire quanto siano importanti le donne, i “Latinos” e i giovani nella riconferma alla Casa Bianca di Obama, senza dimenticarci dell’aspetto religioso.
Partendo proprio da quest’ultimo, notiamo che Romney ha ottenuto il 62% dei voti dei protestanti, mentre è stato determinante il voto degli ebrei a favore di Obama, che ha ottenuto il 70% dei voti. Romney sarebbe stato il primo presidente mormone della storia, ed ha per questo ottenuto il 78% di voti. Secondo i dati riportati da un sondaggio, il 59% delle persone che frequentano settimanalmente i luoghi di culto ha votato Romney, mentre il 55% di quelli che frequentato tali luoghi solo poche volte al mese ha votato Obama.
Ma cosa conta di più nelle menti degli americani quando vanno a votare? Secondo un sondaggio circa il 30% cerca un presidente che guardi il futuro, un altro 30% cerca un leader che condivida i propri stessi valori. Tra quelli che cercano un presidente che guardi al futuro il 54% ha votato per Romney, il 45% per Obama. Un altro 20% votava cercando nel presidente una persona che avesse a cuore “le persone come me”, tra queste l’80% ha votato Obama.
Dal punto di vista economico, il 60% degli elettori con reddito basso (inferiore a 50.000$), che costituisce il 41% dell’elettorato totale, ha votato per Obama, che ha riscosso successo anche tra i ceti medio e ricco (rispettivamente 46% e 44% dei voti). Le tre categorie di reddito sono equamente divise tra l’elettorato.
Un ruolo fondamentale nella vittoria di Obama è stato giocato dai giovani, infatti il 60% degli aventi diritto fra i 18 e i 29 anni ha votato per il presidente uscente, in calo rispetto al 66% di quattro anni fa. Questa fetta di elettorato è in crescita, costituendo il 19% del totale.
Gli elettori tra i 30 e i 44 sono divisi quasi equamente, con un leggero vantaggio di Obama (52% contro 45%).
Il voto femminile ha rappresentato un fattore determinante nelle elezioni americane, dato che le donne costituiscono il 53% degli aventi diritto. Tra queste il 55% ha votato per Obama, mentre il 44% ha votato per il suo rivale. In questo ambito è interessante anche il dato delle donne sposate, infatti il 53% ha votato per il candidato repubblicano, tra le donne non sposate invece ha avuto la meglio Obama con un rapporto di 2:1, ha infatti ottenuto il 67% dei voti contro il 31% del suo rivale.
Situazione opposta per quanto riguarda gli uomini, infatti il 52% ha votato per Romney e il 45% per il presidente in carica.
Obama ha ottenuto una vittoria schiacciante per quanto riguarda il voto dei neri, ottenendo il 93% dei voti, in leggero calo rispetto alle elezioni del 2008. Anche i “Latinos” hanno votato per il candidato democratico (71%) e sono quelli che probabilmente hanno fatto la differenza in Colorado e Nevada. I “Latinos” costituiscono il 10% dell’elettorato totale.
Obama ha perso, rispetto al 2008, una parte del voto dei bianchi, ottenendo il 39%, contro il 43% del 2008. I bianchi sono in calo nell’elettorato totale, ne costituiscono infatti il 72%, contro il 74% di quattro anni fa. Nonostante ciò, restano la maggioranza.

A cura di Vincenzo Romaniello e Antonino Di Leo

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Fonte
BBC News

La Mnemotecnica

La mnemotecnica
Non sempre è facile ricordare i numeri di telefono, le password, gli indirizzi, le date dei compleanni,ecc…e tutto ciò è spesso causa di disagi. Esiste un modo, però, per rendere tutto questo più accettabile, o meglio, per far si che quanto prima era difficilissimo da ricordare in un secondo momento non lo sia più, la mnemotecnica.
La mnemotecnica è una tecnica adoperata per memorizzare rapidamente e più facilmente entità di difficile memorizzazione.
Essa sfrutta la naturale capacità dell’uomo di ricordare le informazioni se sono trasformate in immagini o storie, consentendo di aumentare la capacità naturale della memoria umana.
Già nell’antichità i grandi oratori le usavano, poiché fanno sì, senza l’ausilio della lettura, di svolgere un discorso articolato precedentemente preparato.

La memoria umana può migliorarsi solo se, però, nel momento in cui si devono acquisire nuove informazioni esse vengono codificate ed elaborate in modo ottimale. I metodi, le tecniche e i sistemi per avere una maggiore capacità di memoria sono molteplici e si distinguono in verbali e visivi.

Tra le tecniche verbali ci sono:

– La rima: grazie alla quale il recupero dell’informazione è facilitato dai suggerimenti derivanti dalle parole che rimano fra loro.
– L’acronimo: ossia una parola artificiale, le cui lettere componenti fungono da suggerimento per il recupero di altre parole. Sigle che incontriamo quotidianamente sono acronimi, ad esempio CEE, AVIS, ENEL, S.P.A…
– L’acrostico:una frase in cui le prime lettere di ogni parola che la compone fungono da suggerimento per il recupero di altre informazioni.

Tra le tecniche visive ci sono:

– La storia: è un racconto inventato dotato di significato in cui le parole da ricordare sono collegate tra di loro per mezzo della trama. Le parole da ricordare devono riferirsi a oggetti concreti, altrimenti risulterà molto difficile immaginarsi la storia.
– Le associazioni visive: consistono nel creare delle catene di parole. Nella prima fase si costruisce una vivida immagine di ogni parola da apprendere, poi si lega la prima parola alla seconda, la seconda alla terza…

I sistemi sono mnemotecniche elaborate e complesse, possono essere utilizzate per memorizzare dei materiali molto differenti.

Tra i sistemi di tipo verbale si può ricordare:

– Il metodo fonetico: è il sistema di memoria più noto e complesso, consente il ricordo di una lunga serie di parole o numeri con molte cifre. Nella prima fase si associano una o più consonanti alle cifre da 0 a 9, nel seguente modo: 1 (T-D), 2 (N), 3 (M), 4 (R ), 5 (L), 6 (C-G dolci), 7 (K-C-G dure), 8 (F-V), 9 (P-B), 0 (Z-S, C dolce). Nella seconda fase si deve creare un casellario, di dimensioni variabili a seconda della quantità di materiale da immagazzinare. Il casellario deve essere composto da parole concrete, le consonanti che le contraddistinguono devono corrispondere a quelle relative a ciascun numero, da 0 a 9. Ad esempio, al numero 6 può essere collegata la parola cielo (6-C dolce), al numero 19 topo (1-T, 9-B). In una terza fase, si costruiscono immagini interattive tra le parole da ricordare e quelle presenti sul casellario. Ad esempio, se la diciannovesima parola della lista è “trappola”, e sul vostro casellario al numero 19 corrisponde la parola topo, si può immaginare un topo imprigionato in una trappola e al momento della rievocazione l’immagine interattiva riaffiorerà facilmente. Se bisogna imparare numeri anziché parole, la tecnica è inversa rispetto a quella appena descritta, cioè si trasforma la serie numerica in una parola.

Tra i sistemi di tipo visivo ci sono:

– La mnemotecnica dei loci: si scelgono dei luoghi famigliari e li si memorizza in modo accurato. I luoghi devono essere memorizzati secondo una sequenza fissa, non devono essere interscambiabili tra loro (il primo non può diventare il terzo). Successivamente, si deve creare un’immagine interattiva tra la parola ed il luogo. Per recuperare le informazioni, sarà sufficiente ripercorrere mentalmente i luoghi rievocando il materiale associato. Ad esempio, si può memorizzare la lista della spesa associando ogni prodotto agli oggetti in genere presenti in camera da letto.
– Il peg-system: è simile al metodo fonetico ma consente il recupero di sole dieci unità. Per poterlo usare, si deve imparare una filastrocca, originariamente in inglese, che in italiano è stata così tradotta: uno-pruno, due-bue, tre-re, quattro-gatto, cinque-pingue, sei-nei, sette-vette, otto-dotto, nove-piove, dieci-ceci. Successivamente, si formano delle immagini interattive tra le parole da memorizzare e quelle della mnemotecnica. Ad esempio, riprendendo il primo esempio (fanciullo, libro, latte, aereo), si può immaginare un fanciullo seduto sotto un pruno, un bue con un libro in bocca, un re che beve del latte…

A cura di Paolo Smaldone

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LA GIUSTIZIA DEL 600:

Fin dall’antichità l’uomo è stato un essere con grande forza ed energia interiore che non sempre riusciva a controllare. Ciò ha portato l’uomo a creare delle regole per tutelarsi e limitare quest’energia che potrebbe sfociare in qualcosa di negativo e nocivo. Non tutti gli uomini sono in grado di rispettare le regole e altri vengono costretti ad infrangerle. Per tutelare le persone che avrebbero dei problemi se queste regole venissero infrante esistono le forze dell’ordine che si occupano di esercitare la giustizia. ma che cos’è la giustizia?
Secondo la mia opinione non vuol dire solamente mettere in prigione i trasgressori di una legge che in un certo senso serve a pareggiare i conti, ma vuol dire anche fare in modo che il colpevole capisca i propri errori in modo che la prossima volta sappia compiere la scelta giusta.
Non tutti possono esercitare il potere della giustizia e solo lo Stato può farlo perchè i cittadini gli hanno affidato il compito di difendere la libertà e la sicurezza di tutti. Lo Stato può arrestare, processare e punire i colpevoli attraverso il potere giudiziario che appartiene alla Magistratura.Lo Stato però non può condannare un cittadino senza prima essersi accertato che sia colpevole.
Infatti prima si esegue un processo per verificare come sono andate realmente le cose, una persona non si può condannare senza che abbia avuto modo di difendersi e naturalmente non si può condannare l’imputato in base al ceto sociale. L’argomento della Giustizia è molto delicato e spesso sucita discussioni. Una discussione spesso affrontata è quella riguardante la severità delle pene. C’è chi crede ancora nell’applicazione della pena di morte. Quando si parla di Giustizia però bisogna evitare l’atteggiamento di chi vorrebbe sempre punire con molta severità.Non sempre i colpevoli hanno la possibilità di scegliere o sono cresciuti in ambienti doveper sopravvivere bisogna usare la violenza. In pratica sono i primi ad essere stati vittima della delinquenza. In conseguenza la condanna che si assegna deve servire a “rieducare” chi ha sbagliato in modo di aiutarlo e diventare onesto. Nche le vicende della Storia dimostrano che pene crudeli non migliorano la situazione,quello cheserve veramente è il cambio di mentalità: cioè imparare ad avere rispetto per gli altri e le leggi così tutti possiamo vivere bene in una società civile e progredita.
Nell’Italia del 600 la giustizia dei comuni era piuttosto arbitraria e nella mani dei potenti. Le istituzioni non negavano leggi e punizioni per angherie o soprusi commessi ma venivano gestite e amministrate da giudici che le interpretavano in modo diverso a seconda delle situazioni e dei propri interessi.
Per quanto riguarda l’Inghilterra tra i principali giudici troviamo Sir Matthew Hale ( 1609-1676 ), giudice della Common Pleas : Corte giudiziaria di Common Law creata nel 1178 dal re Enrico II (1133-89) come enucleazione delKing’s council.
Era composto da 5 giudici (tre laici e due ecclesiastici) che accompagnavano il sovrano nei suoi viaggi di giustiziere itinerante attraverso il regno. In base alla Magna charta libertatum del 1215 fu poi insediata a Westminster, con competenza di giurisdizione ordinaria, ossia relativa alla generalità delle controversie tra privati.
Nel 1875 la Court of Common Pleas ( corte delle udienze comuni )cessò la propria autonoma attività, confluendo nella Queen’s Bench Division della High Court of Justice.
Il sistema del Common law è un modello di ordinamento giuridico, di matrice anglosassone, basato sui precedenti giurisprudenziali più che su codici o, in generale, leggi e altri atti normativi di organi politici. Il sistema di Common law è contrapposto al sistema del Civil law, l’altra branca della tradizione giuridica occidentale.
Un altro giurista inglese molto importante fu Sir Edward Coke conoscitore esemplare del Common Law e autore dei ” The reports in thirteen parts ” che ricostruiscono il sistema di Common Law attraverso migliaia di casi decisi dal Medioevo al Seicento.
BILL OF RIGHTS:
Act of habeas corpus ( 1679 ): strumento formale per impedire arresti illegali da parte del potere esecutivo: ogni suddito può ottenere un writ di habeas corpus per essere sottoposto ad un processo con giurati.
dopo qualche anni Bill of rights dichiarò illegale :
ogni ordine regio sospensivo dell’applicazione di una legge ;
ogni imposizione tribunaria non votata dal Parlamento;
il mantenimento dell’esercito in tempo di pace senza l’autorizzazione del parlamento;
stabilì la libera elezione dei membri del Parlamento, libertà di parola, necessità di convocazione regolare delle sessioni parlamentari .
Uno dei principali giudici tedeschi fu Benedikt Carpzov è nato a Brandeburgo il 22 ottobre 1565, e dopo aver studiato a Francoforte e Wittenberg , e visitare altre università tedesche, è stato fatto dottore di leggi a Wittenberg nel 1590. He was admitted to the faculty of law in 1592, appointed professor of institutions in 1599, and promoted to the chair Digesti infortiati et novi in 1601. È stato ammesso alla facoltà di giurisprudenza nel 1592, nominato professore di istituzioni nel 1599, e promosso alla cattedra Digesti infortiati et Novi nel 1601. In 1602 he was summoned by Sophia , widow of the elector Christian I. of Saxony, to her court at Colditz, as chancellor, and was at the same time appointed councillor of the court of appeal at Dresden . Nel 1602 fu convocato da Sophia , vedova del principe elettore Cristiano I di Sassonia, alla sua corte a Colditz, come cancelliere, e fu allo stesso tempo nominato consigliere della Corte d’appello di Dresda . After the death of the electress in 1623 he returned to Wittenberg, and died there on the 26th of November 1624, leaving five sons. Dopo la morte della Elettrice nel 1623 è tornato a Wittenberg, e vi morì il Nov 26, 1624, lasciando cinque figli. He published a collection of writings entitled Disputationes juridicae. Benedikt Carpzov (1595-1666), second of the name, was the second son of the preceding, and like him was a great lawyer. Ha pubblicato una collezione di scritti intitolata Disputationes juridicae. Benedikt Carpzov (1595-1666), secondo il nome, era il secondo figlio del precedente, e come lui era un grande avvocato.
In questo secolo fu scritto anche un trattato sulla tolleranza dal filosofo Voltaire. Il trattato è una breve opera di polemica civile e politica oltre che storica e filosofica. La struttura è circolare poiché parte dalla triste vicenda dei Calas per concludersi con la riapertura e la revisione di questo caso. All’interno di questo modulo circolare Voltaire struttura ed articola una vera e propria trattazione sulla tolleranza.
Sul piano religioso Voltaire ammira la convivenza , realizzatasi sul suolo inglese , di fedi diverse e lo spirito di tolleranza che impronta i rapporti tra di esse . A livello politico il regime parlamentare presenta molti vantaggi rispetto alle tendenze oscurantistiche della monarchia francese . Ma è soprattutto sul piano scientifico e filosofico che gli inglesi hanno molto da insegnare . Voltaire infatti individua nel metodo sperimentale di Newton e nell’ empirismo gnoseologico di Lockei due fulcri concettuali che hanno trasformato la cultura europea . Soprattutto attraverso Voltaire , quindi Newton e Lockeappaiono agli intellettuali francesi (e poi europei) i capostipiti ideali della nuova cultura illuministica , i maestri di un nuovo modo di pensare che deve essere sviluppato in tutti gli ambienti del sapere e della cultura . In realtà il pensiero filosofico di Voltaire non presenta particolare originalità nel suo complesso . Esso si trova esposto , ad esempio , in opere quali il Trattato di metafisica (1734) e gli Elementi della filosofia di Newton(1738) . La sua concezione del mondo naturale è strettamente legata al modello del meccanicismonewtoniano , a fondamento sperimentale , in esplicita contrapposizione con quello cartesiano, costruito con un’ operazione astrattamente intellettuale . Di derivazione lockianaè invece la gnoseologia di Voltaire , che vede nell’ esperienza il principio di ogni conoscenza ed esclude la possibilità di dare una risposta razionale ai problemi metafisici che vanno al di là della verificabilità empirica : nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu.Ancora di ascendente inglese è il deismodi Voltaire , avversario di ogni religione rivelata ( schiacciate l’ infameera il suo pungente motto contro la Chiesa cattolica ) quanto di ogni forma di ateismo : l’ esistenza di Dio , causa e ordinatore del mondo , è razionalmente dimostrabile , mentre và al di là di ogni conoscenza umana la definizione dell’ essenza e degli attributi divini : secondo Voltaire , che in questo caso si avvicina molto al razionalismo aristotelico, l’ esistenza di Dio può essere dimostrata con la ragione ; Dio é il motore immobile , il garante dell’ ordine nell’ universo : Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo, ma tutta la natura ci grida che esiste. La provvidenza di Dio si limita quindi a garantire l’ ordine e la necessità delle leggi naturali e non investe le vicende umane ( come aveva detto pure Epicuro) . Partito da un moderato ottimismo , in cui ( sull’ esempio del poeta-filosofo Alexander Pope ) si presume che la realtà , non soltanto quella naturale , presenti nel complesso un carattere ordinato e positivo . Voltaire approda poi a un sostanziale , anche se moderato , pessimismo .
Montesquieu:
Charles-Louis de Secondat, barone de La Brède et de Montesquieu, meglio noto unicamente come Montesquieu (La Brède, 18 gennaio 1689 – Parigi, 10 febbraio 1755), è stato un filosofo, giurista, storico e pensatore politico francese. È considerato il fondatore della teoria politica della separazione dei poteri.
Montesquieu pubblica la sua opera più importante e monumentale, Lo spirito delle leggi (L’esprit des lois), frutto di quattordici anni di lavoro, anonimamente nella Ginevra di Jean-Jacques Rousseau, nel 1748. Due volumi, trentadue libri, un lavoro tra i maggiori della storia del pensiero politico. Una vera e propria enciclopedia del sapere politico e giuridico del Settecento.
L’opera venne attaccata da gesuiti e giansenisti e messa all’Indice (Index Librorum Prohibitorum) nel 1751, dopo il giudizio negativo della Sorbona.
Nel libro XI de Lo spirito delle leggi, Montesquieu traccia la teoria della separazione dei poteri. Partendo dalla considerazione che il “potere assoluto corrompe assolutamente”, l’autore analizza i tre generi di poteri che vi sono in ogni Stato: il potere legislativo(fare le leggi), il potere esecutivo(farle eseguire) e il potere giudiziario(giudicarne i trasgressori). Condizione oggettiva per l’esercizio della libertà del cittadino, è che questi tre poteri restino nettamente separati.
Montesquieu cercò di dimostrare come, sotto la diversità degli eventi, la storia abbia un ordine e manifesti l’azione di leggi costanti. Ogni ente ha le proprie leggi. Le istituzioni e le leggi dei vari popoli non costituiscono qualcosa di casuale e arbitrario, ma sono strettamente condizionate dalla natura dei popoli stessi, dai loro costumi, dalla loro religione e sicuramente anche dal clima. Al pari di ogni essere vivente anche gli uomini, e quindi le società, sono sottoposte a regole fondamentali che scaturiscono dall’intreccio stesso delle cose.
Queste regole non debbono considerarsi assolute, cioè indipendenti dallo spazio e dal tempo; esse al contrario, variano col mutare delle situazioni; come i vari tipi di governo e delle diverse specie di società. Ma, posta una società di un determinato tipo, sono dati i principi che non può derogare, pena la sua rovina. Ma quali sono i tipi fondamentali in cui si può organizzare il governo degli uomini?
Montesquieu ritiene che i tipi di governo degli uomini siano essenzialmente tre: la repubblica, la monarchiae il dispotismo.
Ciascuno di questi tre tipi ha propri princìpi e proprie regole da non confondersi tra loro.
Il principio che è alla base della repubblica è, secondo Montesquieu, la virtù, cioè l’amor di patria e dell’uguaglianza; il principio della monarchia è l’onoreossia l’ambizione personale; il principio del dispotismo, la paura che infonde nei cuori dei sudditi.

(A cura di Delia Venturini)

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Luigi XIV il Re Sole

Luigi XIV il Re Sole (Saint-Germain-en-Laye 1638 – Versailles 1715), re di Francia (1643-1715). Figlio di Luigi XIII e di Anna d’Austria, salì al trono all’età di cinque anni. Come sovrano esercitò sul paese un potere assoluto (sintetizzato nella celebre frase ‘L’Etat c’est moi’, lo Stato sono io, che gli fu attribuita) e combatté numerose guerre per il predominio in Europa. Il suo regno, il più lungo nella storia europea (72 anni), fu caratterizzato da una grande fioritura delle arti e della cultura.
I PRIMI ANNI
Nel 1643, alla morte del padre, il giovane principe salì al trono, prima sotto la reggenza della madre, alla quale dovette la propria educazione cattolica, e in seguito del cardinale Mazzarino, che lo iniziò all’arte del governo. Gli episodi della Fronda (due ribellioni contro la Corona scoppiate fra il 1648 e il 1653) furono un chiaro monito, per il sovrano, della necessità di ripristinare l’ordine nel paese e dell’urgenza di varare nuove riforme e lo resero profondamente diffidente nei confronti della nobiltà. Dopo la pace dei Pirenei (1659), nel 1660 Luigi sposò l’infanta Maria Teresa, sua cugina, figlia di Filippo IV di Spagna.
Alla morte di Mazzarino (1661), il sovrano si rifiutò di nominare un primo ministro: decise infatti di governare da solo e scelse Jean-Baptiste Colbert come consulente finanziario, il quale sviluppò le manifatture, promosse l’esportazione e riorganizzò la flotta francese. Nonostante la giovanissima età, Luigi si dimostrò un ottimo sovrano. Creò due nuovi strumenti di potere: un corpo di diplomatici molto preparato e un esercito permanente. Dopo il 1682 si trasferì quasi definitivamente nella splendida reggia di Versailles, nei pressi di Parigi, che divenne celebre per la lussuosa vita di corte.
ANNI DI GRANDI GUERRE
In politica estera il Re Sole ebbe un unico grande obiettivo: affermare la potenza francese, consolidando le frontiere e ostacolando il potere degli Asburgo, che in passato avevano minacciato la Francia su due fronti attraverso il controllo della Spagna e della Germania. Nelle quattro guerre che combatté, Luigi seppe essere anche un valido comandante militare. Nel 1667, rivendicando i diritti di sua moglie (jus devolutionis) sui Paesi Bassi, condusse la guerra di devoluzione. I successi riportati dai francesi spinsero Inghilterra, Olanda e Svezia a unirsi contro la Francia e a trovare un accordo con la pace di Aquisgrana (1668). Nel 1672 Luigi spedì un’armata contro l’Olanda: per sei anni olandesi, spagnoli e austriaci, uniti in una grande coalizione, resistettero agli attacchi francesi. Con i trattati firmati a Nimega (1678) Luigi ottenne dagli spagnoli la Franca Contea e si appropriò di numerose fortezze nelle Fiandre.
Mentre le sue truppe combattevano contro i protestanti olandesi, vietò la libertà di culto agli ugonotti (i protestanti francesi) e rafforzò il controllo sul clero cattolico. Nel 1685, determinato nel voler costringere gli ugonotti alla conversione, revocò la carta delle libertà, l’editto di Nantes, esiliando oltre 200.000 persone e scatenando la rivolta dei camisards. Sebbene approvata dai sudditi cattolici, la revoca dell’editto di Nantes scatenò l’opposizione dei protestanti di tutta Europa.
Dopo la morte della regina Maria Teresa, nel 1683, Luigi aveva sposato in segreto Françoise d’Aubigné, conosciuta come Madame de Maintenon, con l’accordo che i suoi figli non avrebbero avuto alcun diritto al trono. Nel 1688 spedì un’armata in Renania rivendicando il Palatinato per la cognata Elisabetta Carlotta di Baviera e dando così inizio alla guerra della Lega di Augusta (1688-1697), che portò alla luce la debolezza dell’esercito francese. Nonostante la vittoria in Renania, la pace di Rijswijk (1697) segnò l’inizio del tramonto della monarchia francese.
L’ultima impresa militare di Luigi XIV fu la guerra di successione spagnola (1701-1714), scoppiata quando al trono di Spagna ascese il nipote di Luigi, Filippo.
LA GUERRA DI SUCCESSIONE SPAGNOLA
Il 1 novembre del 1700, Carlo II, ultimo Asburgo del ramo spagnolo, muore senza eredi diretti. Già due anni prima le maggiori potenze interessate avevano tentato di dirimere la questione della successione fra i vari pretendenti, indicando come futuro re di Spagna il figlio del principe elettore di Baviera, Giuseppe Ferdinando, la cui nonna paterna era sorella del sovrano spagnolo. In questo modo si voleva scongiurare la possibilità che l’eredità andasse ad altri due discendenti indiretti di quella dinastia, Luigi XIV di Francia o l’imperatore Leopoldo I d’Asburgo, che succedendo al trono di Spagna, avrebbero entrambi alterato l’equilibrio europeo. Nell’accordo, peraltro, erano previsti importanti compensi territoriali per quei due monarchi. Nel 1699 però la morte del giovanissimo principe bavarese porta le maggiori potenze a stipulare un nuovo trattato in favore del secondogenito dell’imperatore, Carlo d’Asburgo, al quale andrebbero la Spagna e le colonie d’America, mentre il delfino di Francia avrebbe dovuto ricevere Napoli, la Sicilia e il Ducato di Lorena, e il duca di Lorena il Ducato di Milano. Questa vera e propria spartizione è concordata senza la partecipazione di Carlo II, che, facendo proprie le idee del “partito” fautore dell’integrità spagnola, un mese prima di morire, nomina erede il duca d’Angiò, Filippo di Borbone, nipote di Luigi XIV, a condizione che rinunzi per sé e per i suoi successori ai diritti sulla corona francese. Il re Sole decide di disattendere l’accordo precedentemente stipulato e di accettare per il nipote la successione. Alcune iniziative politiche e militari, prese immediatamente dopo, rivelano la sua intenzione di interferire negli affari spagnoli: truppe francesi sono inviate a Mantova e nei Paesi Bassi, Filippo d’Angiò si circonda di consiglieri francesi e concede a compagnie commerciali francesi privilegi e vantaggi negli scambi con le colonie americane. La Gran Bretagna e l’Olanda si alleano con l’imperatore Leopoldo I per impedire che sotto il re di Francia si crei una nuova “monarchia universale”. Si uniscono alla Grande Alleanza vari principi tedeschi, fra cui l’elettore di Brandeburgo, premiato nel 1701 con il titolo di re di Prussia. Il duca di Savoia, in un primo tempo alleato della Francia, passa nel 1703 nel campo avversario, ottenendo la promessa del Monferrato; lo stesso cambiamento di campo viene compiuto dal re del Portogallo, che con l’accordo Methuen-Alegrete sottoscrive un trattato commerciale con la Gran Bretagna molto favorevole a questa potenza, a danno degli spagnoli e dei francesi. La guerra di successione spagnola mobilita eserciti più numerosi di ogni altro conflitto del secolo precedente: circa 600.000 uomini sono impegnati sui fronti principali. Dopo alcuni successi iniziali della Francia, le operazioni condotte su diversi fronti volgono in favore della Grande Alleanza che può contare sulla superiorità marittima anglo-olandese e sulle risorse finanziarie di Londra e di Amsterdam. Le grandi capacità militari di Eugenio di Savoia e di John Churchill duca di Marlborough risultano determinanti nell’importante vittoria conseguita dalle armate dell’Alleanza a Blenheim, in Baviera, nell’agosto 1704. Nel frattempo, le truppe francesi invadono il Piemonte e assediano Torino: nel 1706 subiscono però una pesante sconfitta da parte dell’esercito di Eugenio di Savoia che prende possesso di Milano a nome dell’arciduca Carlo, proclamatosi a Barcellona l’anno prima – sull’onda del movimento separatista catalano -Carlo III re di Spagna. Il duca di Marlborough avanza nel frattempo nelle Fiandre, sconfiggendo i francesi a Ramillies. Alla presa di Gibilterra (1704) fa seguito l’occupazione da parte della flotta inglese di Minorca e della Sardegna (1708), mentre un altro esercito imperiale occupa nel 1707 Napoli. Nel 1708 le truppe anglo-imperiali entrano nel territorio francese espugnando Lille e arrivando a minacciare Parigi.
LE CONDIZIONI DI PACE Nell’inverno del 1709 un’eccezionale gelata distrugge i raccolti francesi e provoca una gravissima crisi demografica, economica e finanziaria. Luigi XIV chiede ufficiosamente la pace. Le condizioni imposte dagli alleati sono così umilianti (tra queste, la richiesta dell’impegno da parte del re di Francia di allontanare anche con le armi – suo nipote da Madrid) da costringerlo a chiedere al paese un ulteriore sforzo per continuare la guerra. Nel settembre 1709 il maresciallo Villers ferma l’avanzata degli alleati a Malplaquet; anche i tentativi di insediare Carlo III sul trono spagnolo falliscono perché Filippo V riesce a unire la sua causa a quella dell’indipendenza nazionale. Nel 1710, intanto, cade a Londra il ministero whig, sostituito da un governo tory, più sensibile alle proteste dei proprietari terrieri contro il peso delle tasse per la guerra. Nel 1711 la prematura scomparsa del nuovo imperatore Giuseppe I, fratello di Carlo, apre il problema della successione agli stati ereditari austriaci e alla dignità imperiale e minaccia di sconvolgere, in caso di riconoscimento di Carlo anche come re di Spagna, l’equilibrio europeo. La Grande Alleanza si scioglie e i dissensi fra gli ex alleati portano a due trattati di pace separati: quello di Utrecht, concluso nel 1713 dalla Francia con la Gran Bretagna e l’Olanda, e quello di Rastatt, l’anno dopo, con la monarchia austriaca. Il primo prevede la cessione di gran parte del Canada agli inglesi, che ottengono nel Mediterraneo Gibilterra e Minorca, oltre al riconoscimento dell’asiento, il contratto per la fornitura di schiavi africani nelle colonie spagnole; il secondo porta i Paesi Bassi ex spagnoli, nonché il Ducato di Milano e i regni di Napoli e di Sardegna sotto il dominio austriaco. UN GRANDE MECENATE Oltre alle glorie militari, Luigi XIV volle acquistare alla Francia meriti anche nel campo delle arti. Commedie di Molière e Racine furono rappresentate a corte, quadri dei maestri francesi decoravano le pareti dei palazzi reali e la musica di Jean-Baptiste Lully intratteneva gli ospiti del sovrano. La reggia di Versailles fu il palcoscenico ideale per la sua corte sontuosa.
Sotto il suo regno furono fondate l’Accademia di pittura e scultura (1655), l’Accademia delle scienze (1666), l’Accademia di architettura (1671) e nel 1680 la Comédie Française. Per volontà del sovrano Parigi fu teatro di grandi opere architettoniche e urbanistiche: le mura medievali furono abbattute, fu costruito l’Hôtel des Invalides per i veterani, fu progettato il grande viale degli Champs-Elysées e fu ristrutturata la cattedrale di Notre-Dame.
Durante il lunghissimo regno del Re Sole la Francia si impose come modello politico e burocratico per l’Europa assolutista del XVIII secolo.
La Reggia di Versailles La reggia di Versailles (in francese château de Versailles) è un’antica residenza reale. La città di Versailles, nata dalla scelta di questo luogo da parte del giovane Luigi XIV per allontanarsi dalla capitale e dai suoi cittadini, temuti e considerati difficili da tenere sotto controllo, dopo l’episodio della Fronda, costituisce oggi un comune autonomo situato nell’attuale dipartimentodelle Yvelines, in Francia. LA STORIA DELLA REGGIA All’inizio versailles era solo un casino di caccia del Re Luigi XIII che aveva acquisito la tenuta da un certo Albert de Gondi nativo di Firenze, divenuto poi maresciallo di Francia col nome di Duc de Retz. All’inizio, era il 1623, era solo una casa di mattoni e pietra sormontata da un tetto d’ardesia in cima ad una collina.
Luigi XIII, grande amante della caccia, decise di trasformare e ampliare il primo castello, tra il 1631 e 1634 e ne affidò l’incarico a Philibert Le Roy che procedette con la ricostruzione dell’edificio preesistente, con l’aggiunta di ali e di quatto nuovi padiglioni. Luigi XIII decide di riscattare il campo di Versailles e di procedere con un ulteriore ampliamento dell’edificio, ma la sua prematura morte impedirà la realizzazione di questo progetto.
Il figlio di Luigi XIII, Luigi XIV, il Re Sole, si era nel frattempo invaghito del posto che aveva visitato per la prima volta all’età di 13 anni e, decise di realizzare quella che in seguito sarebbe diventata la sua dimora stabile al posto del Louvre. Stanziò ben 1.100.000 lire dell’epoca, equivalenti a circa 14 milioni di Euro attuali e incaricò Louis Le Vau della ricostruzione gli edifici, Charles Errard e Noel Coypel della decorazione degli appartamenti e André Le Notre della realizzazione dell’Orangerie (le serre) e della Ménagerie (l’uccelliera).
L’idea di erigere uno dei palazzi più straordinari d’Europa non era ben visto in quanto il luogo, di per sè, era brullo e non adatto ad ospitare una residenza reale, ma questo ovviamente non fermò Luigi XiV. La prima festa data alla reggia, che durò ben una settimana, dal 7 al al 14 maggio del 1664 (I piaceri dell’isola incantata) fu anche l’occasione per mostrare agli scettici ciò che di grandioso si stava realizzando.
Tra il 1664 e il 1666 il Re decise di rendere Versailles molto più accogliente in modo da potervi passare diversi giorni con il suo Consiglio. La scelta fu dovuta più a motivi finanziari, e comunque la superficie fu ulteriormente ampliata fino a triplicarsi e la decorazione fu lussuosissima, tutta basata sulla rappresentazione del Sole, onnipresente a Versailles.
I giardini, molto apprezzati dal re, furono ulteriormente ampliati e ornati con diverse sculture di Girardon e di Le Hongre. Nel 1667 fu realizzato il Gran canal dove, a volte, si svolgevano rappresentazioni di battaglie navali. Il problema dell’acqua era veramente un grande problema perchè far funzionare i giochi d’acqua delle fontane era praticamente impossibile senza una grande pressione.
Luigi XIV chiese quindi di costruire un sistema in grado di prelevare l’acqua dalla Senna e farla salire fino a Versailles per alimentare i giochi d’acqua. Del progetto furono incaricati gli ingegneri italiani Francine, che furono gli “Intendenti delle acque e delle fontane di Francia” fino al 1784.
Fu realizzata, quindi, una colossale macchina chiamata “Macchina di Marly” che, su tre differenti livelli, aveva 250 pompe azionate dalla corrente della Senna e realizzate per la maggior parte in legno. Il materiale usato fu di una quantità incredibile: centomila tonnellate di legno, ottocentocinquanta tonnellate di piombo, uguale quantità di acciaio e diciassetemila tonnellate di ferro.
L’acqua veniva sollevata fino a 163 metri rispetto al livello della Senna attraverso tre condotte successive passando per due serbatoi intermedi ad altezze di 48 e 99 metri rispetto al punto di prelievo. La portata era compreso tra i 1500 e i 1800 m³/giorno. Poi, attraverso una condotto a arrivava fino a Versailles. la macchina era molto rumorosa tanto che, ben presto, la zona circostante divenne disabitata; la manutenzione era inoltre costosissima e impegnativa in quanto le parti lignee necessitavano di una revisione continua.
La macchia funzionò perfettamente fino alla rivoluzione quando la manutenzione fu sospesa. le parti lignee si deteriorarono rapidamente e la macchina cessò di funzionare; fu smontata definitivamente nel 1817.
Attualmente l’approvvigionamento dell’acqua necessaria a far funzionare le fontane di Versailles avviene grazie a delle potenti pompe elettriche. Tra il 1668 e il 1670 le Vau intraprese la costruzione dell’Enveloppe, un secondo edificio che circondava il primo castello: L’appartamento del Re e quello della Regina furono edificati simmetricamente, uno di fronte all’altro, di fronte ai giardini e tra i due, una vasta terrazza. Alla morte di Le Vau (ottobre 1670), Colbert affidò all’architetto François d’Orbay l’incarico di proseguire i lavori.
Il nuovo castello che si realizzò non sostituì il precedente, ma convisse col vecchio castello. Era un palazzo di concezione Italiana, tutto in pietra. Nel 1670 Luigi XIV decise di far demolire il vecchio villaggio di Trianon situato a nor ovest del parco e di far edificare al suo posto un edificio dove potersi isolare dalla Corte. Fu realizzato quindi il Trianon, detto anche Trianon di Porcelaine perchè le pareti erano rivestite di porcellana di Delft.
Nel 1677 il Re decise di trasferire la sua residenza ufficiale a Versailles realizzando quindi la centralizzazione dell’amministrazione e raggruppando anche fisicamente attorno a sé i propri ministri, i loro servizi e l’intera corte. Fu quindi redatto un nuovo progetto di ampliamento di Versailles che raggiunse le attuali dimensioni. Il 6 maggio del 1682, a lavori ancora in corso, il Re Sole si trasferisce definitivamente a Versailles che diventa così la sua residenza ufficiale. La corte di Versailles fu per tutte le corti d’Europa una testimonianza della potenza della Francia e di Luigi XIV e divenne ben presto un modello da imitare. Nel 1687, stanco del Trianon, Luigi XIV fece costruire nello stesso luogo un piccolo palazzo di marmo e porfido con dei giardini, il Grand Trianon, come è tutt’oggi.
Il primo settembre del 1715, all’età di 77 anni, il Re Sole muore dopo aver regnato sulla Francia per 72 anni e mettendo fine a quello che fu definito il Grande secolo di Luigi il Grande.
Dopo Luigi XIV, sotto i regni di Luigi XV e Luigi XVI si continuò con ampliamenti, ristrutturazioni e restauri, ma Versailles non fu più la stessa; era finito il periodo d’oro per Versailles anche perché non era amata come quanto lo fu dal e Sole.
Il Piccolo Trianon venne fatto costruire da Luigi XV, figlio del Re Sole, per incontrare segretamente la sua concubina favorita, Madame de Pompadour che purtroppo non vide mai la fine dei lavori.
La moglie di Luigi XVI, la Regina Maria Antonietta, nel 1783 desiderosa di fuggire alla Corte di Versailles, fece costruire nei pressi del Petit Trianon (regalatole dal marito dopo la nascita del primo erede maschio) un piccolo villaggio. Il Borgo fu così creato nello spirito di un vero villaggio normanno, con undici case sparse intorno al grande lago.
Cinque di queste furono riservate per l’uso della Regina e deii suoi ospiti: il Queen’s House, Sala Biliardo, Boudoir, Mill e rinfreschi Dairy, mentre quattro case sono state riservate per l’occupazione dei contadini. Nel 1830 il palazzo è intatto ma in completo declino. Louis-Philippe , che vuole evitare la sua distruzione , decide di trasformarla in un museo dedicato “a tutte le glorie della Francia “.
La scala dei principi:
Questa scala che ha conservato le decorazioni del XVII secolo unisce il piano terra al primo piano dell’ala sud, o ala dei principi, che ospitata alcuni membri della famiglia reale. Louis -Philippe sostituirà la volta originale con un soffitto a cassettoni.
Galleria del nord Wing:
Questa galleria che inizia nella Cappella Reale , porta alle stanze delle Crociate e a l’Opera.
Sala degli specchi:
Costruita al posto delle 2 ultime stanze del grande appartamento del Re, di una terrazza e delle 2 ultime stanze del grande appartamento della Regina, sarà costruita nel 1678 da Jules-Hardouin Mansart.
La biblioteca:
Questa antica stanza da lavoro del figlio di Luigi XV sarà utilizzata dal futuro Luigi XVI, allora Delfino, fin quando abiterà l’antico appartamento della madre.
La camera da letto:
In origine sala della Guardia di Monsieur, questa stanza sarà trasformata in anticamera nel 1693, prima di diventare la camera della Delfina nel 1747. I dessus-de-porte, dipinti da Jean Restout rappresentano Psyche che fugge dalla collera di Venere così come Psyche che implora il perdono di Venere, sono le sole vestigia delle ricche decorazioni di quest’epoca.
La stanza della Regina:
La Regina passa speso molto del suo tempo nella sua stanza, dove riceve le dame di corte la mattina al levar del sole e concede udienze private. La regina Maria Teresa e Maria Leszczinska e del Delfinato Marie -Anne di Baviera e Maria Adelaide di Savoia muore nel letto dove nasceranno gli eredi al trono.
La stanza del Re:
Questo salone centrale, che riuniva in origine l’Appartamento del Re e la Regina , si apriva sulla terrazza con tre porte che saranno sostituiti da cancelli durante la costruzione della Sala degli Specchi.
La Cappella reale:
Questo edificio costituisce la quinta Cappella costruita per il Castello. Consacrata a San Luigi, sarà los scenario delle cerimonie dell’Ordine dello Spirito Santo. In questa Cappella si svolgevano le cerimonie per le vittorie militari, le nascite dei Figli di Francia e i matrimoni dei Principi. La Capella è stata costruita da Jules Hardouin-Mansart. La qualità delle decorazioni e dell’architettura contribuiscono a fare di questa Cappella uno dei capolavori dell’arte religiosa.
Ha due livelli, Come le cappelle tradizionali Palatine, tuttavia il suo modello è d’ispirazione classica. Le decorazioni illustrano il parallelismo esistente tra Nuove e vecchio Testamento. Gli affreschi del soffitto rappresentano i tre personaggi della Santa Trinità. Al centro, La Gloria di Dio Padre realizzata da Antoine Coypel. Al centro della cupola dell’abside, la Resurrezione di Cristo realizzata da Charles de La Fosse. In cima alla tribuna reale, la Discesa dello Spirito Santo realizzata da Jean Jouvenet. Questo parallelismi si ritrova anche nei bassorilievi del coro. I dodici profeti, posti nelle alte finestre, prefigurano i dodici Apostoli, dipinte sul soffitto dellle tribune laterali. Le sculture sono opera di un’équipe formata, tra gli altri, da Guillaume et Nicolas Coustou, Le Lorrain, Thierry, Frémin, Magnier, Le Moyne, Le Pautre, e da Van Clève.
La Galleria delle Battaglie:
Sistemata da Louis-Philippe nel 1837 sull’altezza di due piani, occupa lo spazio di quattro appartamenti del primo piano dell’ala sud e di una dozzina di appartamenti di cortigiani. Luigi Filippo, che consacrerà questa Galleria alla grandiosa storia militare della Francia, farà realizzare 35 quadri riproducenti le più grandi battaglie, ottanta busti dei Principi delle casate di Francia.
Il salone della guerra:
I muri delle tre sale, che occupano per un centinaio di metri tutta la facciata ovest del Castello, sono ricoperti da marmi rari ornati da trofei in bronzo dorato e da specchi della manifattura di Saint-Gobain. I soffitti dei due saloni, dipinti da Charles Le Brun, evocano le grandi azioni del regno.
Il salone d’Ercole:
occupa lo spazio della terza cappella del castello, costruita nel 1682 e demolita nel 1710 dopo l’inaugurazione della nuova Cappella reale. Il pavimento, costruito al livello delle antiche tribune, dà direttamente accesso all’ala nord.
I giardini:
Occupano circa 800 ettari di terreno e sono in stile paesaggistico del giardino francese. Oltre alle alberature, ai prati curatissimi e alle aiuole fiorite, nel parco di Versailles si trovano le più grandi fontane che siano mai state costruite.
I Gran canal:
E’ lungo 1500 metri e largo 62 e al centro si viene a formare la cosiddetta Croix. Luigi XIV vo fece venire delle scialuppe e dei vascelli di ridotte dimensioni.
Il bacino di Apollo:
La fontana del bacino rappresenta Apollo su un carro tirato da quattro cavalli, circondato da quattro tritoni e quattro pesci fuoriuscenti dall’acqua di fronte al tramonto. le sculture sono di piombo o di bronzo.
Il Bacino di Latona:
Costruito nel 1670 esso raffigura la storia della madre di Apollo e Diana, che protegge i figli dalle ingiurie dei contadini della Licia e chiede vendetta a Giove che provvede a trasformare i contadini in rane e lucertole. Al centro del bacino si trova il gruppo marmoreo di Latona e dei suoi figli.
La fontana dell’Encelado:
Il tema si ispira alla caduta dei Titani. L’autore raffigura un gigante, realizzato in bronzo dorato, sepolto sotto i massi che lotta contro la morte.
Il Bacino del Drago:
Si trova oltre il Viale dell’Acqua, composto da ventidue gruppi di statue bronzee, rappresenta uno degli episodi del Mito di Apollo. Il drago Pitone è circondato da delfini e da putti armati di frecce. Lo zampillo principale arriva a fino a ventisette metri di altezza. Qualche cifra sul complesso La reggia di Versailles è gestita dal 1995 dall’Ente Pubblico del Museo e deiBeni culturali di Versailles, il cui presidente è Jean-Jacques Aillagon, consigliere di stato. Quest’Ente pubblico impiega 900 dipendenti, di cui 400 addetti alla sorveglianza. Accoglie 3 milioni di visitatori all’anno nella reggia e 7 milioni nel parco. Il 70% dei turisti è costituito da stranieri. La Reggia comprende tre edifici: Versailles, il Grande Trianon e il Piccolo Trianon, e molti edifici situati in città: grandi e piccole scuderie, la sala dell’Hôtel Menus-Plaisirs, le sale del gioco della pallacorda, il Grande Comune… La Reggia di Versailles conta 700 stanze, 2513 finestre, 352 camini (1252 durante l’Ancien régime), 67 scale, 483 specchi (distribuiti nella Grande Galleria, il Salone della guerra e il Salone della Pace) e 13 ettari di tetti. La superficie totale è di 67.121 m², di cui 50.000 sono aperti al pubblico. Il parco si estende per 800 ettari, di cui 300 ha di bosco e due di giardini alla francese: il Piccolo Parco, 80 ettari, e Trianon, 50 ettari. Conta 20 km di mura di cinta e 42 km di sentieri. Ci sono 372 statue. Fra i 55 bacini d’acqua, il più ampio è quello del Grande Canale, 24 ettari e 500.000 m³, e la Piscina degli Svizzeri, 180.000 m³. Si contano 600 getti d’acqua e 35 km di canalizzazioni. Un programma di riorganizzazione, il “progetto della Grande Versailles” (in francese “Grand Versailles”), è stato lanciato nel 2003. Finanziato dallo Stato per una cifra di 135 milioni di euro per i primi sette anni, si prolungherà per 17 anni e riguarderà tutto il complesso, sia quello della reggia sia quello del parco. I tre obiettivi principali sono quelli di assicurare la stabilità, proseguire i restauri e creare nuovi spazi per l’accoglienza del pubblico. Insieme allo Stato sono presenti numerosi mecenatiche finanziano i restauri. I loro contributi rappresentano il 5% delle entrate. Anche la fondazione “Amici Americani di Versailles” ha recentemente donato 4 milioni di dollari (cioè i due terzi del costo totale) per il restauro del «boschetto delle tre fontane», inaugurato nel giugno 2004, e la società Vinci finanzia quello della « Galleria degli Specchi » per un totale di 12 milioni di euro. I lavori sono stati completati il 27 giugno 2007. La reggia di Versailles, con il suo parco unico al mondo, è stata inserita nel 1979 nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.

(A cura di Mario Palazzo)

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CHIRURGIA E MEDICINA NELL’XVII SECOLO

Nel Medioevo la chirurgia subisce un processo d’involuzione per la perdita del collegamento con il sapere antico; a tale distacco contribuì l’interdizione del suo esercizio dal clero, motivata dai suoi aspetti cruenti, che estraniò dalla chirurgia i depositari della cultura classica e lasciò libero il campo agli empirici, spesso barbieri, che talora acquistarono un certo prestigio. Nel Rinascimento e nel 17° secolo un accenno di ripresa della professione medica trova espressione nel miglioramento della tecnica e nei primi tentativi di nuovi interventi: la legatura delle arterie nei monconi di amputazione, il perfezionamento dei metodi di plastica, della rinoplastica in particolare, la protezione delle ferite, la legatura dell’arteria a monte degli aneurismi, la cura operatoria dell’ascesso epatico e quella mediante trapanazione del cranio nell’epilessia post-traumatica.
All’inizio del XVII secolo la professione medica non godeva ancora di alcun prestigio tra la popolazione. Con l’invenzione della stampa le opere d’Ippocrate e di Galeno vengono diffuse, ma il ritorno all’antico avviene più a scopo d’erudizione e di critica
La chirurgia è il ramo fondamentale della medicina che affronta il problema terapeutico con atti manuali o con operazioni strumentali; la sua distinzione nel vasto campo delle discipline mediche è essenzialmente d’indole pratica e non concerne gli aspetti dottrinari.
Nel XVII secolo la chirurgia è considerata ancora arte inferiore alla medicina: quasi tutti i chirurghi escono dalla corporazione dei barbieri e sono dei pratici ai quali manca generalmente ogni fondamento di studi; se un chirurgo, desideroso di innalzare la sua condizione, voleva ottenere una licenza in medicina doveva impegnarsi con atto notarile a non praticare più operazioni chirurgiche.
Le medicine e le terapie del XVII secolo rispecchiavano le idee della vecchia materia medica medievale. La composizione e la somministrazione dei medicinali non avevano subìto cambiamenti, tuttavia fu proprio in questo periodo che presero forma le prime specialità medicinali.
Un contributo notevole fu dato dai nuovi semplici medicinali, importati dal continente da poco scoperto, ricco di prodotti ignoti agli abitanti della vecchia Europa: uno tra questi fu di più larga fama per gli avvenimenti clamorosi che ne accompagnarono la sua diffusione; la scoperta delle virtù antipiretiche della corteccia dell’albero di china, e, poi, la radice di Colombo, le foglie di digitale, il legno guaiaco, la radice d’ipecacuana, il cui uso era già noto da secoli agli abitanti del brasile.
Il farmaco che suscitò grande meraviglia fu la corteccia di china. Le sue virtù terapeutiche furono introdotte in Spagna grazie alla contessa di Chincon, moglie del Viceré spagnolo nel Perù, che ammalatasi di febbri intermittenti, guarì per mezzo di questa droga. All’epoca la china era distribuita in forma di polvere costituita dalla corteccia macinata.
L’antimonio fu un altro medicamento che nel secolo XVII ebbe una storia movimentata. Minerale quanto mai pericoloso per la sua alta tossicità, ne era tassativamente vietato lo spaccio da parte dei ciarlatani che ne facevano largo uso nella preparazione dei loro secreti. Già noto fin dall’antichità, l’antimonio fu introdotto come terapia da Paracelso; la sua azione era di emetico – purgativo che poteva diventare pericoloso ed anche mortale se le dosi superavano la soglia massima o se il paziente non aveva la resistenza necessaria a sopportarlo. C’erano diversi modi per somministrare l’antimonio; più particolare era quello che consisteva nel fondere con esso tazze speciali che erano dette calice chimico, tazza purgativa perpetua, tazza rolandina, ecc. L’utilizzo era semplice: si riempiva la tazza di vino rosso o bianco e si lasciava a riposo per 12 ore se si era in estate e in 24 se si era in inverno. Passate le ore si beveva il vino che per reazione aveva formato al suo interno il tartaro emetico.
Le conoscenze scientifiche dell’epoca non consentivano di ipotizzare l’eziopatogenesi della peste. Non si conoscevano disinfettanti (l’uso del cloro come antisettico risale al 1700 e quello dello iodio al 1873) né tanto meno si conoscevano i chemioterapici, per i quali bisognerà attendere il 1935. Per difendersi dal contagio, i medici raccomandavano di tenere in bocca una spugna imbevuta di aceto o di sostanze odorifere, che gli stessi sanitari usavano quando andavano a visitare gli appestati. Non esistendo i disinfettanti si utilizzavano vari rimedi al fine di “purificare” l’aria: bruciando zolfo, polveri da sparo, legni aromatici, imbiancando nuovamente le pareti delle case dove avevano soggiornato gli ammalati, nella convinzione che la calce possedesse energiche proprietà disinfettanti. Come rimedio antipestilenziale c’era “l’erba degli Angeli”, cioè l’Angelica che in realtà ha efficacia nelle dispepsie, nel meteorismo, nelle enteriti e cui effetto sulla peste era ovviamente nullo. C’erano poi rimedi famosi come l’Aceto dei quattro ladri, le pillole antipestilenziali (ricche di mirra, aloe, zafferano) e il Balsamo del Samaritano.
Tra i rimedi più reclamizzati c’era l’Elettuario dell’Orvietano, potente controveleno, inventato da Girolamo Ferrante da Orvieto, il medicamento più venduto e reclamizzato ma anche quello più imitato dai ciarlatani. L’Orvietano conteneva nella sua ricetta originale: radice di scorzonera, carlina, imperatoria, angelica, dittamo bianco, galanga, genziana, foglie di salvia, rosmarino, ruta, cardo santo, dittamo cretico, bacche di lauro, ginepro, cannella, garofani, macis vipere con il cuore e il fegato. Il tutto era polverizzato e condito con miele ben caldo e somministrano a dosi da uno a quattro cucchiai. Provocava vomito ed era utilizzato come purga ma non solo: il suo potere era soprattutto emetico e in più l’oppio contenuto nella teriaca serviva per lenire i dolori addominali.
Il Balsamo Innocenziano era un medicamento molto in vigore nel Seicento, che fu composto dietro richiesta di Innocenzo XI nella sua spezieria. Specifico per il trattamento delle ferite, nelle contusioni, e nelle distorsioni, il balsamo aveva un potere cicatrizzante.
Il rosolio stomatito era considerato un vero e proprio segreto farmaceutico, consigliato sia da medici sia da ciarlatani. Nel Seicento, dopo attenti esami la ricetta misteriosa fu svelata: non si trattava che di un banale miscuglio di genziana, zucchero e acquavite di bassa gradazione. Un’alternativa al rosolio stomatito era l’acqua medicamentosa che conteneva oltre ai miscugli contenenti nel rosolio, una soluzione di allume di rocca in alcool.
La teriaca era prodotta e vendute dalle maggiori spezierie dell’epoca. L’etimologia del nome rappresenta ancora un dibattito aperto. Il prefisso greco ter significa bestia velenosa (si suppone la vipera); aca deriva dal verbo akeomai (sanare), per cui si deduce che un tale vocabolo significava “vipera guaritrice”. Di teriache ce ne erano tante e ognuna aveva la sua variante. Le vipere erano private di testa e coda, scorticate, aperte, lavate a lungo e messe a cuocere in acqua pura a fuoco lento per separare la carne dalla spina dorsale. Una volta cotta, la carne era pestata in mortaio per ricavare sottili lamelle che erano messe a seccare all’ombra e in un luogo orientato verso il sole di mezzogiorno. L’intera operazione richiedeva quindici giorni al termine dei quali si trasferiva il preparato in vasi di stagno, vetro e qualche volta d’oro, dove veniva conservato.
Il mercurio fu largamente utilizzato nel trattamento della sifilide. Fu Paracelso a sostenere, inascoltato, l’efficacia del mercurio nella terapia della sifilide screditando, nel frattempo, il guaiaco come rimedio insicuro e incapace di prevenire altre ricadute. I composti del mercurio furono utilizzati oltre che contro la sifilide anche come diuretici e come disinfettanti e nel 1617 fu proposto anche come antielmintico con l’avvertimento che, se assunto a piccole dosi, era velenoso soltanto contro i vermi.
La terapia antielmintica prevedeva un regime di vita tranquillo, un’alimentazione priva dei derivanti del latte, pesci e vino, e l’assunzione di cicoria, acqua di gramigna o sciroppo di assenzio. Seguiva la somministrazione di evacuanti, spesso a base di aloe. Notissimo come antielmintico era l’impiego della Felce maschio. Tuttavia la tossicità della felce maschio era altrettanto nota: poteva infatti provocare aborti, vomito, malessere generale, astenia, annebbiamento della vista, lipotimia, sonnolenza, dispnea, convulsioni, insufficienza cardiaca. L’assenzio era utilizzato come antielmintico ed era anche uno degli ingredienti dei maggiori antipestilenziali dell’epoca. Anche in questo caso c’erano degli effetti collaterali: crisi epilettiche, diarrea, vomito, crampi gastrointestinali.
La corallina officinalis, così denominata perché nasce sugli scogli e ricorda per l’aspetto un piccolo polipaio di corallo, è una pianta la cui droga era impiegata come antielmintico.
Si può concludere che le medicine e i rimedi del tempo avevano un loro spazio e una loro storia e rimanevano ancora intrise di un quotidiano antico fatto di tradizioni, credenze popolari, usi e costumi, il tutto inserito in una realtà sociosanitaria che risultava incredibilmente vivo, nonostante le contraddizioni, grazie ai passi avanti della scienza che proprio nel Seicento iniziava a percorrere nuovi sentieri.
Nel rinascimento apparvero due importanti figure della chirurgia Plastica: i Branca e i Vaneo (siciliani i primi e calabresi i secondi) che seppero approfondire le tecniche chirurgiche più avanzate del tempo. Poi il bolognese Gaspare Tagliacozzi specificò la tecnica del lembo brachiale bipeduncolato per la ricostruzione del naso, tecnica chirurgica che è ancora oggi utilizzata.
Nell’ XVI-XVII secolo iniziò il progressivo intervento degli uomini nella storia del parto anche per l’introduzione dell’uso al forcipe che fu applicato per la prima volta nel 1670 dal suo inventore Chamberlen. Questo strumento fu usato così frequentemente da diventare in poco tempo l’origine di gravi abusi.
L'”ostetricia”, uno dei rami del sapere femminile non ancora smentito dalla medicina ufficiale, durante il Medioevo si espresse peraltro in una congerie di azioni, talismani, cure empiriche, scongiuri e pronostici, dando vita a un carosello in cui convivevano conoscenze dei poteri terapeutici di erbe, pietre e acque e magismi di arcaica memoria miranti a risanare morbi fisici e turbamenti delle menti: la gran parte di queste azioni erano svolte a buon fine, “per la salute degli infanti” ma è fuor di dubbio che, di fronte alla consapevolezza dell’uso di particolari sostanze, sia i “religiosi” sia i “giudici” e i “medici” (oltre ai parenti) potessero più di una volta, “in caso di qualche inspiegabile malattia infantile” (cosa peraltro frequentissima) incolpare “forze occulte o il soprannaturale”.
Così attraverso i secoli, l’azione delle donne-medico, che controllavano i momenti di crisi biologica individuale (nascita, malattia, morte),fu interpretata ora come conseguenza naturale del ruolo assistenzialistico della donna, in cui le cure verso prole ed infermi si situavano di diritto, ora come mezzo potenzialmente pericoloso nelle mani di quella parte del genere umano fallace, discendente dalla “Prima Peccatrice”, per le appartenenti al quale era sempre più netta la somiglianza con le “Parche”, le dee del destino che filano e recidono il fato degli uomini. Il tracollo del matriarcato, sotto cui la medicina popolare trovava vigore, pose infine (specie tra XVI e XVII secolo) le basi per accuse di superstizione che, istituito l’ordine dei medici, colpirono tante guaritrici.
Il forcipe, pur essendo stato inventato tra la fine del XVI e il principio del XVII secolo, divenne il simbolo della nuova ostetricia e l’esplorazione ginecologica per mezzo di “specula” ebbe il suo primo impiego scientifico. Intorno alla metà del XVIII secolo i vari governi cominciarono a prendere atto della situazione femminile: l’elevatissima mortalità da parto, il grande numero degli aborti, l’infanticidio e l’abbandono dei figli erano alcuni dei problemi a cui si doveva fare fronte. Il primo passo fu la formazione di personale specializzato.
La diffusione dei primi trattati scientifici, oltre a eliminare le inevitabili distorsioni della tradizione orale, suscitò, infatti, un vivo interesse per l’ostetricia, promuovendone lo sviluppo scientifico e modificandone profondamente la tecnica e lo strumentario operativo. Tuttavia, la secolare separazione tra l’esercizio della pratica ostetrica, affidata alle levatrici, e l’ostetricia scientifica, monopolio di medici e chirurghi, impedì che le acquisizioni dottrinarie trovassero anche nell’età del Rinascimento una corretta applicazione pratica. Tale situazione si protrasse fino al XVII secolo, quando l’ammissione dei chirurghi al parto normale in Francia diede l’avvio a un’impostazione moderna e scientifica dell’ostetricia. Grandi progressi nella tecnica e nello strumentario operativo modificarono profondamente la pratica ostetrica: si diffuse l’uso del forcipe; fu introdotto il metodo dell’antisepsi che debellò la febbre puerperale, fu rivalutato il taglio cesareo, un tempo sicura condanna per la madre, dapprima con l’intervento demolitore di E. Porro, poi con quello conservativo di M. Saenger. Allo stato attuale, conseguita una netta riduzione della mortalità materna e fetale grazie alle più recenti acquisizioni in campo istologico, fisiologico e biochimico, si è resa sempre più indispensabile l’unione della ginecologia all’ostetricia per uno studio integrale dell’apparato genitale femminile in tutte le sue estrinsecazioni funzionali. In effetti, come le affezioni ginecologiche condizionano strettamente le modalità e le possibilità stesse di sviluppo della gravidanza, così le ripercussioni patologiche di una gravidanza anomala possono talora provocare danni notevoli. Una profilassi ginecologica adeguatamente svolta allo scopo di prevenire tali reciproche interferenze, può favorire il normale svolgimento delle funzioni cui l’apparato genitale femminile è preposto.
In questo secolo l’uso delle parrucche divenne una moda dilagante: intorno al 1650 una classe di artigiani senza pretese chirurgiche si staccò dai barbieri e costituì un’associazione autonoma, i barbiers-perruquiers, tutelata, nella sua attività di confezione e vendita di parrucche, da una serie di editti reali che proibivano formalmente ai barbieri-chirurghi di invaderne il campo. Questi ripetuti interventi del potere reale possono sembrare patetici tentativi di mettere un po’ d’ordine all’interno di una situazione molto confusa e contraddittoria. La pratica medico-chirurgica sfuggiva in realtà a qualsiasi controllo ufficiale: molti medici esercitavano senza averne i titoli, molti si fregiavano di attestati fasulli o di diplomi sotto forma di lettere, rilasciati da autorità locali, il cui valore intrinseco era meno che nullo.
L’accordo del 1655, l’unione di chirurghi e barbieri-chirurghi in un’unica corporazione, non solo non portò alcun chiarimento definendo in modo definitivo nell’ambito d’intervento del chirurgo, ma fu anzi responsabile della grave confusione che continuò a regnare in questo campo, almeno fino all’inizio del XVIII secolo.
La richiesta di fusione delle due comunità, ennesimo momento della secolare lotta tra chirurghi, barbieri, e dottori della Facoltà di medicina, si risolse a tutto vantaggio di questi ultimi che accettarono la richiesta con la clausola riduttiva che la nuova associazione si modellasse sulla corporazione dei barbieri-chirurghi, sotto l’autorità del primo barbiere del re e con le garanzie dei precedenti statuti.
E solo con gli editti del 1699 e con l’istituzione del titolo di “esperto” che si comincia a intravvedere un progetto articolato di definizione dell’ambito professionale delle varie specialità chirurgiche.
Nell’atto operativo il chirurgo non può prescindere dall’aiuto di strumenti che gli permettano di agire con maggiore sicurezza. L’uso di molti strumenti permette inoltre di limitare il numero e l’opera degli assistenti. Accanto allo strumentario hanno subito una vera rivoluzione di concetti creatori e costruttivi i letti operatori, gli apparecchi d’illuminazione delle sale d’operazione. L’evoluzione della tecnica strumentale ha seguito di pari passo l’evoluzione nei concetti terapeutici e le maggiori esigenze, non solo della chirurgia viscerale, ma anche della chirurgia “esterna”.
Il riconoscimento ufficiale della classe dei medici e dei chirurghi, l’insegnamento delle scienze mediche nelle università, il rilascio di diplomi per l’abilitazione all’esercizio della medicina contribuì sicuramente a regolamentare la pratica sanitaria, per lo meno a livello cittadino. Anche il barbiere, dentista e salassatore, era vincolato al possesso di una licenza e sottostava alle norme di polizia e all’autorità del Protomedico in un quadro legislativo differente da città a città, da stato a stato, ma comunque riconducibile a principi regolatori molto simili, volti in linea di massima a reprimere l’attività abusiva. Nonostante ciò certe pratiche terapeutiche continuarono a essere esercitate da empirici, privi di qualsiasi riconoscimento ufficiale, che si trasmettevano solitamente di padre in figlio, insieme con la professione, una serie di conoscenze acquisite per tradizione e per esperienza. Alcuni tra questi cercarono di ottenere una forma di legittimazione entrando a far parte di corporazioni e comunità, quelle dei barbieri in particolare, ove queste esistevano, altri continuarono a praticare ai margini della legalità, andando a infoltire quella vasta e indefinibile categoria di operatori ambulanti, cavadenti di piazza, ciarlatani e saltimbanchi.
Il primo libro in lingua italiana in cui la materia odontoiatrica è trattata indipendentemente dalla medicina generale e dalla chirurgia, pur limitandosi all’aspetto igienico-estetico, è proprio opera di un barbiere, Cintio d’Amato che lo pubblicò a Napoli nel 1632, con il titolo: Prattica nuova et utilissima di tutto quello, ch’al diligente Barbiero s’appartiene. È un eccellente trattato di chirurgia minore (salasso, cura delle ferite) nel quale sei capitoli sono dedicati al trattamento dei denti e delle gengive, in particolare al modo di mantenere i denti saldi, bianchi e senza tartaro.
Il primo uso conosciuto del termine operateur per indicare un praticante l’arte odontoiatrica si ritrova sul frontespizio dell’opera di Arnauld Gilles, La Fleur des Remedes contre le Mal des Dents (1621), nel quale l’autore si definisce appunto Operateur pour le mal des dents. Quasi tutti gli operateurs di cui conosciamo il nome furono al servizio dei re di Francia, durante il XVII secolo; la presenza a corte di un operateur du Roi fu definitivamente stabilita e regolata da Luigi XIV e in virtù dei benefici e dei privilegi loro concessi, i dentisti del re erano gli unici a possedere un titolo ufficiale, diplomi e attestati di cui continuavano a fregiarsi anche una volta terminato il loro incarico a corte.
Il termine operateur, applicato al praticante l’odontoiatria, sembrerebbe definirlo come uno specialista in chirurgia, e così è stato inteso da parte di una certa letteratura storico-medica che afflitta da complessi d’inferiorità, nel tentativo di nobilitare le origini della professione odontoiatrica, tende a sottovalutare l’apporto, talvolta decisivo alla nascita dei primi dentisti indipendenti, della più umile figura del barbiere-chirurgo, privilegiando appunto l’aspetto strettamente chirurgico. In Francia, verso la fine del XVII secolo, ritroviamo il termine “esperto” per designare una categoria di specialisti (erniari, litotomisti, ortopedici, oculisti, e naturalmente dentisti) cui affidare una serie di operazioni chirurgiche, abbandonate prima di allora a empirici e ciarlatani.
Sonnet de Courval, nella sua Satfre contre les charlatans… (1610), dà una vivida rappresentazione del modo di operare di un famoso ciarlatano, tale Gerolamo Ferranti detto l”‘Orvietano”, che godeva di fama e reputazione in Francia all’inizio del XVII secolo:
“Il suo palco era eretto nella corte del Palais, sul quale saliva superbamente vestito, una grossa catena d’oro al collo, e vantava attraverso mille menzogne e ostentazioni le virtù occulte e le ammirevoli proprietà dei suoi unguenti, balsami, olii, estratti, quintessenze, distillati, calcinati e altre fantastiche confezioni… Quattro eccellenti suonatori di violino sedevano ai quattro angoli del suo teatro… assistiti da un insigne buffone, di nome Galinette de la Galina, che per parte sua faceva mille scimmiotterie e buffonerie per attirare e divertire il pubblico”. Tra le droghe che vendeva c’era un unguento contro le bruciature e per dimostrarne l’efficacia “egli si bruciava pubblicamente le mani con una torcia, fino a renderle tutte vescicate, poi si faceva applicare il suo unguento, che lo guariva in due ore”; ma prima, dice l’incredulo de Courval, egli aveva cura di lavarsi segretamente le mani con una certa acqua che aveva la proprietà di preservare la pelle dall’azione del fuoco e di produrre sulla superficie delle vescicole formate da una sostanza che vi era disciolta. Smerciava inoltre un altro balsamo per le ferite da arma bianca a garanzia del quale mostrava le cicatrici di ferite che egli si procurava personalmente, guarite, a suo dire, dopo solo ventiquattro ore.
Nell’esercizio dell’arte dentaria si era fatto una grande reputazione strappando gratuitamente i denti col solo aiuto delle mani e senza causare dolore. Secondo de Courval il Ferranti, cui riconosceva un’abilità fuori dal comune, provvedeva sempre ad applicare con le dita una polvere narcotica che anestetizzava la parte da trattare e poi una sostanza caustica che produceva un’escara gengivale, causticando il dente fino alla radice, tanto che una minima trazione era sufficiente a permetterne l’estrazione. Non era certo questa la tecnica utilizzata dal Ferranti: la sua fama quale dentista fu senza dubbio anche il frutto di un’abile mistificazione, comune a molti ciarlatani cavadenti di ogni tempo e paese. I denti estratti con tanta maestria non erano altro che denti cavati in precedenza e che erano mostrati mentre sortivano dalla bocca di compari particolarmente abili nel simulare le sofferenze del mal di denti.
Era proprio il dolore di denti che motivava la decisione, spesso rimandata all’estremo, di farsi cavare i denti marci; e la fama di un cavadenti era direttamente proporzionale alla sua abilità nell’usare i ferri chirurgici.
Gli operatori ambulanti, che non avevano una sede fissa per il loro esercizio, si trasferivano a cavallo o a dorso di mulo, da un paese all’altro frequentando periodicamente le fiere e i mercati: erano i dentisti del mondo rurale, venditori di droghe e chirurghi improvvisati (i salassi e le avulsioni dentarie erano gli interventi più praticati e meno costosi), in genere tollerati e talvolta anche protetti dalle autorità locali.
Nei grandi borghi e nelle città il ciarlatano esercitava di preferenza su una pubblica piazza: era il “dentista di professione”, vestito con abiti eleganti e a colori vivaci che dall’alto del suo palco, le cui pareti erano tappezzate di diplomi (spesso fasulli) attestanti la sua abilità nell’arte di cavar denti senza procurare dolore, vantava i mirabili pregi dei suoi rimedi e le sue strabilianti capacità operative. Molti si presentavano come allievi dei più noti dentisti
dell’epoca, assumevano il nome di altri operatori di fama e si dichiaravano, secondo le opportunità, originari di qualsiasi paese. Il paziente era sistemato su una sedia o uno sgabello, spesso sul tavolato del palco, a gambe penzolanti, mentre l’operatore agiva alle sue spalle, servendosi dei classici strumenti. I ciarlatani, naturalmente, erano tenuti a pagare le imposte fissate dall’amministrazione cittadina per esercitare in pubblico la loro professione, che si basava essenzialmente sulla vendita di elisir, pomate, pozioni, unguenti, balsami contro tutti i mali. Spesso la formula doveva essere preventivamente approvata dai Magistrati alla Sanità, come nel caso di questa ricetta di uno specifico venduto da un cavadenti veneziano nel XVIII secolo.
Con l’editto reale del 1699, infatti, si subordinava la pratica della chirurgia minore al superamento di un esame teorico e pratico, che il candidato doveva sostenere di fronte a un collegio di esaminatori presieduto dal Primo Chirurgo del Re.
Superato l’esame, che, poiché non s’istituivano corsi preliminari, non poteva che limitarsi a un controllo di una generica capacità professionale comunque acquisita, il neo diplomato assumeva il titolo, ufficiale a tutti gli effetti, di “esperto”, in campo odontoiatrico expert pour les dents.
Era così associato alla vita di una “Comunità di Maestri Chirurghi”, sottoposto all’autorità del Primo Chirurgo, impegnandosi a versare i contributi d’uso e a non superare i limiti imposti all’esercizio della sua arte.
I ciarlatani si occupavano ovviamente nell’aspetto pratico delle malattie del sistema urinario, in particolare dei calcoli. Così da secoli (o meglio, da millenni) la ‘cura chirurgica’ della calcolosi urinaria era divenuta appannaggio pressoché esclusivo di coloro che, come ad esempio i norcini, avevano una certa confidenza con la dissezione e l’anatomia in quanto esperti nel castrare i maiali.
Ovviamente, tra i tanti c’era sempre qualcuno che emergeva per qualche innata capacità ‘operatoria’. E uno di questi fu nella seconda metà del XVII secolo un certo Jacques de Boilieu, passato alla Storia dell’Urologia come Frate Jacques.
Frate Jacques conduceva una vita austera dispensando la sua opera tra villaggi e città, recando a tracolla una piccola sacca con i ‘ferri’. In breve divenne famoso per la sua bravura, tanto da essere ospitato nel prestigioso ospedale Hôtel Dieu di Parigi ed essere ammesso alla corte di Luigi XIV, dopo aver operato con successo un calzolaio affetto da una grave calcolosi.
Storicamente va però ricordato che Frate Jacques non è stato un semplice esecutore dei metodi tramandati dalla tradizione: certo, in un primo tempo dovette seguirli pedissequamente, ad esempio praticando un’incisione nel perineo per raggiungere la vescica e asportare il calcolo (quando riusciva a localizzarlo) e applicando poi sulla ferita esterna una benda imbevuta di vino e olio.
Ma con la pratica, résosi conto che una tale tecnica comportava non pochi inconvenienti, inventò un metodo d’incisione che consentiva di ottenere sulla parete vescicale un’apertura molto più ampia per favorire l’uscita del calcolo e rendere l’operazione più rapida e meno dolorosa.
Tuttavia, tanta perizia, ma sopratutto i lauti guadagni legati alla sua fama, suscitarono l’invidia dei medici e dei barbieri-chirurghi francesi, tanto da costringerlo a lasciare Parigi, e accettare l’invito del Conte delle Fiandre affetto da alcuni calcoli vescicali che gli rendevano difficile la minzione. Prima di sottoporsi all’intervento, il Conte volle però accertarsi personalmente della reale bravura di Frate Jacques, e pretese di presenziare all’intervento su ben ventidue pazienti di ‘mal della pietra’. Soltanto dopo aver constatato i buoni risultati decise di farsi operare.
Ma per lui le cose non andarono per il verso giusto. Con grande smacco per Jacques, il quale, per evitare ulteriori guai e ritorsioni, abbandonò precipitosamente la Francia, accolto con tutti gli onori in Olanda, in Belgio e in Italia. Continuerà ovunque a operare e a estrarre calcoli, non soltanto a personaggi di rango ma (gratuitamente) anche alla povera gente. Tant’è che alla fine, per sostenere la propria famiglia fu costretto a far fondere tutti gli oggetti d’oro ricevuti in dono.
Qualunque sia oggi il giudizio che si può dare di Frate Jacques, anche tenendo conto delle cognizioni e della tecnologia del tempo, è innegabile che egli sia stato l’iniziatore del metodo di laterale della vescica, che avrebbe dominato per un buon secolo la chirurgia della calcolosi vescicale.
Nell’alto medioevo l’ospedale è soprattutto uno xenodochio (dal greco xenos = “ospite, straniero” e dokeion = “ospizio”). Nel basso medioevo è soprattutto un ospedale nel senso più moderno. Infatti, svolge un’azione prevalentemente di riparo, ma sempre più indirizzata a malati, vecchi e bambini, quindi brefotrofi (dal greco brefos = “neonato” e trefo = “nutrire”), orfanotrofi (dal greco orfanos = “privo di”) e gerontocomi (dal greco geron = “vecchio”).
Tra il XII e il XIII secolo, la lebbra ebbe la sua massima espansione; si ebbe quindi una crescita numerica dei lebbrosari. Alla fine del XIV secolo compare in Europa la peste con la sua carica di morti. Il lebbrosario è una struttura per cronici, inguaribili, strutturata come una piccola città, nata per isolare, non per guarire. Il lazzaretto nasce per gli acuti, a pericolosità altissima, ma con la possibilità di recupero. Con il lazzaretto inizia la storia dell’ospedale moderno.
Il maggior ospedale conosciuto dell’epoca si trovava al Cairo: l’Ospedale di Al-Mansur, fondato nel 1283, era strutturato con una divisione per reparti specialistici, secondo una logica attuale; prevedeva anche una sezione di dietetica coordinata con la cucina dell’ospedale, un reparto per i pazienti esterni, sale di conferenze e biblioteca.

(A cura di Enrico Rosa)

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TECNICHE DI NAVIGAZIONE DEL XVII SECOLO

Nel XV secolo, sulla spinta delle scoperte geografiche e dell’esplorazione dei nuovi mondi, si passa dalla tecnica del cabotaggio alla navigazione oceanica.
Fin dall’Antichità, infatti, nel mare mediterraneo si praticava la navigazione di piccolo cabotaggio (dal portoghese cabo, capo); essa si svolgeva normalmente con imbarcazioni piccole o medie che, si spostavano da porto a porto sulla stessa costa. Il suo grandissimo sviluppo era determinato dalla concentrazione di molte attività economiche presso il litorale, che consentivano di svolgere un commercio di ridistribuzione locale e dai vantaggi che il trasporto su acqua offriva rispetto a quello terrestre, meno sicuro e più costoso.
Tale tecnica di navigazione a vela di poppa e giardinetto, sfruttava le brezze costiere e i venti stagionali e avveniva a vista, sfruttando i punti di riferimento visibili lungo la costa (porti, insenature, torri, promontori, centri abitati, ecc.), e utilizzava delle mappe chiamate portolani (il cui nome deriva dalla parola latina portus, porto) in cui però, più che le rotte marine, erano raffigurati i territori costieri che i marinai imparavano a riconoscere con l’esperienza.
L’imbarcazione più usata nell’Antichità e ancora nei secoli XIII-XVII era la galea o galera, in uso nel Mediterraneo con impiego sia militare che commerciale .
Era lunga 40/50 metri, larga 5 metri, aveva due alberi con vele triangolari e doppia fila di remi con una forza motrice fino a 150 rematori. La versione commerciale di tale tipo di imbarcazione presentava un numero ridotto di rematori ma una maggiore ampiezza di velatura. Adatta alla navigazione di piccolo e medio cabotaggio nel Mediterraneo, non reggeva però le onde e le distanze oceaniche.
Nel XV secolo le galee cominciarono ad imbarcare a bordo dei cannoni: generalmente un cannone di corsia centrale più alcuni pezzi di calibro inferiore sulla rembada. La potenza di questi cannoni, specie di quelli laterali, era però limitata perché le sollecitazioni derivanti dallo sparo scuotevano e danneggiavano la nave.
Alla fine del Medioevo l’uso dei remi nelle grandi imbarcazioni venne progressivamente sostituito con l’esclusivo impiego delle vele. In particolare, erano a vela le navi costruite nei paesi dell’ Europa settentrionale per navigazione nell’Oceano Atlantico, e quelle da trasporto come la caracca, questo tipo di navi erano in grado di navigare bene anche con i venti non favorevoli ed erano attrezzate con pezzi d’artiglieria. A partire dal XVII secolo si diffuse il galeone che oltre ad avere una maggiore potenza di fuoco, poteva affrontare le rotte oceaniche, che con l’incremento dei traffici con l’America diventavano sempre più importanti.
I primi ad adottare questo nuovo tipo di imbarcazione furono i paesi della costa atlantica, soprattutto l’Inghilterra e Olanda, e così i popoli del Mediterraneo in materia di navigazione rimasero indietro, rispetto a quelli nordici. Attrezzata anche per trasporti di merci preziose, era il vascello, che divenne nave di linea nelle flotte militari dei sec. XVII, XVIII e XIX. Sviluppatosi in Olanda nel Seicento come ultimo stadio evolutivo del galeone, aveva scafo solido e potenti artiglierie. Ma il tipo di nave più legato al periodo delle scoperte geografiche e dei viaggi oceanici è sicuramente la caravella. E’ a bordo di questo tipo di nave, infatti, che Cristoforo Colombo attraversò l’Oceano Atlantico alla volta delle Indie, scoprendo in realtà nel 1492 l’America. Di questo tipo di veliero, adatto alla navigazione in mare aperto (anche perché per tenere la rotta utilizzava un timone invece di un grosso remo situato a poppa), furono realizzati svariati tipi nei diversi paesi europei. La caravella, pur essendo più leggera della caracca, poteva resistere a burrasche e tempeste, sia per il suo migliorato sistema di vele, sia per la sua costruzione. Le assi delle sue fiancate non erano infatti accostate ma sovrapposte. La forma dello scafo di questa imbarcazione era in genere agile e particolarmente adatta a risalire il vento, ma aveva una capacità di carico minima e quindi era inadatta a caricare le merci e i prodotti provenienti dalle nuove terre, che venivano perciò affidati a navi più economiche e con maggiore capacità di carico. Per questi motivi fu utilizzata solo per un breve periodo di tempo. Le caravelle erano usate soprattutto per i viaggi d’esplorazione e il più grande estimatore di questo particolare tipo d’imbarcazione fu nel xv secolo Enrico il Navigatore, re del Portogallo. Anche Magellano le usò per il suo giro del mondo, e due delle tre navi con cui Cristoforo Colombo scoprì l’America, la Pinta e la Santa Clara (la Nina), erano caravelle. La Santa Maria , invece, è indicata come nao, un veliero simile alla caravella ma di dimensioni maggiori. Le tecniche elementari di navigazione già in uso nell’Antichità furono perfezionate, a partire dal XIII secolo, con l’introduzione della bussola e, successivamente, con la preparazione dei portolani, che descrivevano i profili costieri.
Ma tali tecniche tradizionali, che consentivano di orientarsi con relativa facilità nel piccolo bacino del Mediterraneo, mostrarono i loro limiti quando presero avvio le navigazioni oceaniche.
I sistemi di navigazione furono quindi rivoluzionati nel XV e XVI secolo, quando, grazie soprattutto ai portoghesi, la cartografia nautica ricevette un impulso notevole; furono prodotte tavole affidabili della declinazione solare ( le effemeridi) e fu messo a punto l’astrolabio nautico che, insieme al quadrante, costituiva l’attrezzatura tecnica utilizzata da Cristoforo Colombo, Vasco De Gama e Magellano nelle loro esplorazioni.
Poco dopo la metà del Cinquecento apparve il loch, un solcometro che consentiva di misurare con maggior precisione la velocità della nave. Nel 1549 il navigatore inglese John Davis ideò uno strumento rivoluzionario che da lui prese il nome di Quadrante di Davis.
L’innovazione principale di questo strumento fu che si usava dando le spalle al Sole (da cui il nome inglese di Back-Staff), così da misurare l’altezza senza essere abbagliati.
Sempre nel XVI secolo fu ideato il Notturlabio, descritto per la prima volta nel 1581, impiegato per determinare l’ora di notte.
Di particolare importanza fu l’invenzione, intorno al 1730, del sestante, strumento ottico che serviva per misurare l’altezza degli astri sull’orizzonte marino e determinare la latitudine e la longitudine, che sostituì l’astrolabio, fino a quel tempo il principale strumento di navigazione.
Il sestante venne perfezionato nel 1731 da John Hadley che presentò alla Royal Society di Londra il primo strumento costruito sul principio della doppia riflessione: l’Ottante. Sicuramente è ai marinai e ai viaggiatori dell’epoca delle grandi scoperte geografiche dei secoli XV e XVI che si deve la nascita della cartografia moderna, ma è anche vero che le annotazioni e le rappresentazioni grafiche, diventate via via sempre più precise, favorirono l’espansione della navigazione e dei traffici commerciali, non più circoscritti al solo Mediterraneo ma estesi agli oceani. Perciò, fu proprio a partire dal XVI secolo che l’invenzione della stampa, la scoperta di nuove terre da parte dei grandi navigatori oceanici, quali Cristoforo Colombo (1451-1506), Amerigo Vespucci (1454-1512), Giovanni Caboto (xv sec), Ferdinando Magellano (1480-1521), nonché il forte interesse politico venutosi a creare intorno ai nuovi territori, diedero un nuovo impulso agli studi geografici, astrologici e cartografici. La sfericità della terra diventò un concetto diffuso, la navigazione a stima fu abbandonata, crebbe il bisogno di mezzi cartografici e strumentali sempre più precisi. A Gerardo Mercatore (1512-1594), geografo di Fiandra, si deve la realizzazione della celebre carta del mondo: la carta Mercatore (1569), costruita con la nuova proiezione che da lui prese il nome e che subito ebbe grande diffusione, soprattutto per esigenze di navigazione. Su tale proiezione vennero creati i primi atlanti geografici moderni. Al periodo delle esplorazioni e dei grandi viaggi transoceanici seguì quello delle conquiste del continente americano. La Spagna si ritrovò padrona di un vasto dominio che fruttava immense ricchezze. Dai porti di Cartagena, sulle coste della Colombia, e di Porto Belo, presso Panama, le navi spagnole partivano cariche d’oro, argento, perle e spezie destinate ai mercanti europei. Ma non sempre le navi arrivavano a destinazione: molti, infatti, si davano da fare per intercettarle, primi fra tutti i sovrani di Francia, Inghilterra e Olanda, che, troppo deboli per attaccare direttamente la Spagna, erano in grado di firmare “lettere di corsa”, ossia autorizzazioni a capitani spregiudicati per “correre” il mare per loro conto, dividendo il bottino. Fu da allora che i mari cominciarono ad essere infestati da Corsari, Pirati e Filibustieri .
Fra le cause dello sviluppo della moderna pirateria vi fu quindi l’azione di Francia ed Inghilterra che, per contrastare la Spagna nel mare dei Caraibi, finanziarono vascelli corsari che saccheggiassero i mercantili spagnoli. Successivamente, sia per il venir meno dell’appoggio anglo-francese, sia per una acquisita abitudine allo stile di vita libero ed indipendente molti corsari divennero pirati. Nel corso del XVII e XVIII secolo il primato dei mari passò dalla Spagna e il Portogallo all’Olanda e Inghilterra che grazie alle loro capacità di navigazione e di commercio crearono dei veri e propri imperi coloniali con possedimenti in tutto il mondo, acquisendo così per molti secoli la supremazia economica.
SCOPERTA DELL’OCEANIA
Fu Magellano che iniziò le scoperte dell’Oceania, della quale si erano avuti solo pochi accenni e notizie. Si crede che i primi esploratori dell’Oceania siano stati gli egiziani che erano andati in cerca della gomma derivata dall’ eucalipto che veniva usata per l’imbalsamazione e probabilmente a seguirli furono gli arabi nell’XI secolo. Poi nel XVII secolo furono gli olandesi che approfondirono le conoscenze del nuovissimo mondo.Nel 1616 il navigatore olandese Dirk Hortog annotò il primo dato ufficiale di uno sbarco in Australia.Invece nel 1642 sempre un navigatore olandese Abel Tasman arrivò in Nuova Zelanda. Però solo nel 18° secolo grazie a James Cook che fece viaggi fra il 1768 e il 1779 si potè fare un’esatta rappresentazione dell’Oceania che fino ad allora era creduta un vasto continente. In aprile del 1770 Cook a bordo di una nave inglese avvistò la costa orientale dell’Australia e reclamò il territorio per la corona inglese. Nel 1769 la Nuova Zelanda venne esplorata da Cook e lo stesso Cook esplorò la Nuova Caledonia nel 1774.L’Inghilterra dopo la costituzione delle prime colonie in Australia si impossessò rapidamente di tutto il territorio reclamandolo alla corona(1826).Nel 1840 l’Inghilterra proclamò la propria sovranità nella Nuova Zelanda.Anche le isole furono raggiunte da missionari cattolici, protestanti, francesi, americani ed inglesi. Alla fine dell’800 Francia, Germania, America ed Inghilterra si erano praticamente spartite l’Oceania.Durante la seconda guerra mondiale l’Oceania fu una terra in cui c’erano feroci scontri fra il Giappone e gli stati Uniti. Tra il 1960 e il 1980 si affermò un processo di decolonizzazione dell’Oceania. Questa affermazione portò all’ indipendenza molti arcipelaghi dell’Oceania.
SCOPERTA DELL’AUSTRALIA
Sin dai tempi dell’antica Roma, circolava la leggenda di un continente australe, sperso nell’immensità degli oceani. Ma soltanto nel diciassettesimo secolo gli europei sbarcarono nel vasto continente. Dopo varie incursioni dei portoghesi, il primo a mettere piede sul suolo australiano fu l’olandese Abel Tasman, il quale tra il 1635 e il 1645 esplorò gran parte dell’arcipelago australe del sud, dando il nome all’attuale isola di Tasmania. Furono i britannici, con l’esploratore e cartografo James Cook, nel 1768 a raggiungere per la prima volta il continente, fondando la prima colonia a Botany Bay a pochi chilometri dall’attuale Sydney. Vent’anni dopo da Londra furono inviati in Australia i primi ergastolani, e i prigionieri considerati pericolosi per la società, costretti ai lavori forzati per estrarre risorse minerarie da inviare in madre patria.

L’insediamento inglese, però, incontrò subito l’ostilità delle popolazioni aborigene che, assieme alle condizioni non troppo favorevoli dell’ambiente naturale, creò non pochi problemi alla colonia. Come se non bastasse, all’inizio del diciannovesimo secolo, l’arrivo dei “liberi” britannici fece precipitare la colonia nel caos, a causa degli scontri con gli ex forzati che rivendicavano pari diritti. Per tutto il diciannovesimo secolo, l’espansione coloniale si spinse dai primi insediamenti del sud (chiamata Nuovo Galles del Sud) verso l’ovest. Nel 1837 i coloni fondarono la città di Adelaide (il cui nome deriva dalla moglie di un premier inglese) e pochi anni dopo nacque la colonia del Queensland nel nord ovest dell’immensa isola.
MAYFLOWER
Il Mayflower (letteralmente “fiore di maggio”) fu la nave con la quale i padri pellegrini, salpati il 6 settembre 1620 da Plymouth (Inghilterra), raggiunsero gli attuali Stati Uniti a Cape Cod due mesi dopo, l’11 novembre.In Inghilterra, nel 1502, la chiesa anglicana visse un periodo travagliato che portò alla nascita della chiesa calvinista oltre che chiese minori dette congregazioni o chiese riformate. John Robinson, sacerdote anglicano sospeso dal servizio dal vescovo di Norwich, entrò in contatto con un gruppo di dissidenti religiosi tra i quali John Smyth (fondatore della Chiesa Battista), William Brewster, e William Bradford.Divenuti numerosi, si insediarono in un vasto territorio nella valle del fiume Trent, tra le contee del Lincolnshire, Yorkshire e Nottinghamshire.Divergenze interne portarono alla divisione di questa congregazione in due tronconi, favoriti anche da motivi geografici: Smyth rimase a Gainsborough (Lincolnshire), mentre Brewster e Bradford si insediarono vicino a Scrooby (Nottinghamshire), con Robinson come loro pastore.Le persecuzioni messe in atto dall’arcivescovo di York e dal vescovo di Lincoln fecero decidere i due gruppi ad emigrare in Olanda, che a quell’epoca era l’unico paese in cui era presente la tolleranza religiosa, Smyth ad Amsterdam e Robinson, affiancato da Brewster e Bradford, a Leida. Qui il gruppo crebbe grazie alla gestione di Robinson e del cognato, il diacono John Carver e vi rimasero per oltre dieci anni.I padri pellegrini, dopo una lunga negoziazione, grazie all’amicizia di William Brewster con Sir Edwin Sandys (tesoriere e funzionario della prima azienda inglese in Virginia, nonché responsabile della colonia), ottennero nel 1619 una concessione dalla Compagnia della Virginia che assicurava loro parte della propria zona settentrionale in nord America nella valle del fiume Hudson.Investirono gran parte delle loro risorse, strinsero un contratto finanziario con un commerciante in ferro, Thomas Weston, ed affittarono una nave ,che in precedenza era appartenuta alla famiglia fiorentina Guicciardini, di qui il nome fiore di maggio (cioè il giglio, simbolo fiorentino per antonomasia), decisi a dar vita sotto la protezione inglese a una remunerativa attività di commercio.Il gruppo di 102 passeggeri non era omogeneo: molti erano membri della congregazione, ma si erano uniti anche un certo numero di famiglie e di altre persone che speravano di migliorare la propria situazione economica.La nave era in realtà un galeone a tre alberi di circa 180 tonnellate alla cui guida c’erano i padri pellegrini Carver e Brewster.Nel settembre del 1620 a bordo della Mayflower partirono da Plymouth e dopo circa due mesi fecero il loro ingresso al porto di Cape Cod, poi a Provincetown (Massachusetts) l’11 novembre 1620 dove costituirono la Convenzione di Mayflower che diede origine al loro governo.Rinunciando alla concessione ottenuta, sbarcarono l’11 dicembre sulla costa occidentale del Massachusetts, dove fondarono la Colonia di Plymouth, riconosciuta ufficialmente il 1 giugno 1621. Secondo la tradizione, il punto esatto in cui i padri pellegrini misero per la prima volta piede a terra nel Nuovo Mondo è contrassegnato dalla Roccia di Plymouth, che può essere tuttora vista sul lungomare della cittadina.Tra i passeggeri della Mayflower: Christopher Jones capitano e co-proprietario; John Alden, organizzatore del viaggio e fondatore della colonia; John Carver, primo governatore; William Bradford, che venne nominato governatore alla morte di Carver e venne rieletto per 30 volte consecutive.Il Mayflower lasciò Plymouth il 15 aprile 1621 e riattraccò al porto in Inghilterra il 16 maggio.La storia è in realtà complicata perché il nome Mayflower era all’epoca molto frequente per le navi e non si conosce con certezza il nome del cantiere navale che la costruì.
ARSENALE DI VENEZIA
L’Arsenale di Venezia costituisce una parte molto estesa della città insulare e fu il cuore dell’industria navale veneziana a partire dal . È legato al periodo più florido della vita della Serenissima: grazie alle imponenti navi qui costruite, Venezia riuscì a contrastare i Turchi nel Mar Egeo e a conquistare le rotte del nord .L’Arsenale di Venezia ha anticipato di secoli il moderno concetto di fabbrica, intesa come complesso produttivo in cui maestranze specializzate eseguono in successione le singole operazioni di assemblaggio di un manufatto, lungo una catena di montaggio e utilizzando componenti standard. Rappresenta l’esempio più importante di grande complesso produttivo a struttura accentrata dell’economia preindustriale. La superficie si estendeva su un’area di 46 ettari, mentre il numero di lavoratori (gli Arsenalotti) raggiungeva, nei periodi di piena attività produttiva, la quota media giornaliera di 1500-2000 unità (con un picco di 4500-5000 iscritti al Libro delle maestranze), cioè dal 2% fino al 5% dell’intera popolazione cittadina dell’epoca (circa 100.000 abitanti).Gli ampi locali delle Corderie dell’Arsenale sono attualmente utilizzati come una delle sedi espositive della Biennale di Venezia, oltre che per alcune attività di piccola cantieristica ed altre attività minori.Il termine Arsenale, in uso nell’italiano moderno, deriva dall’arabo daras-sina’ah, cioè “casa d’industria”. Il termine, noto ai Veneziani tramite i loro frequenti contatti commerciali con l’Oriente, sarebbe passato al veneziano darzanà, poi corrotto nel tempo nella forma arzanà, citata anche da Dante nell’Inferno, quindi, attraverso arzanàl e arsenàl, alla forma finale di arsenàle.La forma darzanà e poi dàrsena è invece rimasta ad indicare gli specchi d’acqua interni dell’Arsenale, e da tale uso è derivato il significato odierno del termine .Per l’Arsenale di Venezia non esiste una data di fondazione: la notizia che lo volle fondato ai primi del , nel 1104, dal doge , per l’esigenza di dare maggiore sviluppo alla cantieristica, un’attività strategica per la Serenissima, è derivata da una falsa medaglia commemorativa realizzata nel XIX secolo.L’ubicazione dell’area, compresa tra le zone conventuali di San Pietro di Castello e la parrocchia di San Giovanni in Bragora (Darsena Vecchia), fu decisa sia per motivi strategici (difesa contro eventuali attacchi nemici) che logistici (qui si trovava il punto di arrivo del legname proveniente dal ). Il primo nucleo, documentabile fin dagli inizi del , è costituito da due file di squeri ai lati della Darsena Vecchia. Vi si può accedere dal Bacino di San Marco solo attraverso uno stretto canale.
All’inizio del Trecento, in seguito alle aumentate esigenze navali della città, fu aggiunto il “Lago di S. Daniele” (annesso all’omonimo monastero) e costruito l’Arsenale Nuovo (la Darsena Nuova), raggiungendo così un’estensione di 138.600 m² In seguito fu aggiunta la Stradal Campagna sulla quale sorsero le attuali Fonderie, le Officine dei remi, le Corderie della Tana e il Reparto artiglieria. Con la caduta di Costantinopoli (1453) e la conseguente minaccia turca nel Mediterraneo, vennero erette la monumentale Porta di Terra, che alludeva al ruolo di Venezia quale baluardo della cristianità, e le due torri che affiancano la porta ad acqua, poi ricostruite nel Seicento. Il portale d’ingresso di terra fu costruito sulla base degli archi di trionfo romani, ed è il primo esempio di arte rinascimentale nella città.A partire dal 1473 fino al 1570 è la terza grande fase di sviluppo, nella quale furono apportati gli ultimi ampliamenti, con la realizzazione di residenze esterne per i lavoratori, di forni pubblici e di magazzini per i cereali (la Darsena Nuovissima) e delle Galeazze, il che portò l’Arsenale a coprire una superficie di quasi 24 ettari. Di particolare interesse per i suoi caratteri architettonici è lo Squero delle Gagiandre, eretto nel 1570 ed attribuito a Jacopo Sansovino.In una nuova area, detta Tana, sorsero le corderie, dove venivano prodotte a livello industriale le funi navali, bene prezioso nell’antichità, al più basso costo possibile, con il vantaggio di rimanere indipendenti da terzi in caso di guerra. La materia prima (la canapa, usata anche per il calafataggio degli scafi) proveniva prevalentemente dalla foce del fiume Don, sul Mar d’Azov, dove i Veneziani avevano stretto importanti accordi commerciali. Il sistema garantiva l’assenza di scarti: le corde uscivano dalla corderia attraverso dei fori, per poi essere tagliate della misura richiesta, anziché essere confezionate in lunghezze standard. Ciò garantiva un buon risparmio alla Repubblica e contemporaneamente consentiva di vendere alle navi straniere in transito le funi ad un prezzo inferiore a quello dei concorrenti.In questi tre secoli, sempre circondato da un alone di segretezza, l’Arsenale produsse le galee e le grandi galeazze, che determinarono la vittoria della cristianità nella Battaglia di Lepanto del 1571, e divenne il fulcro dello sviluppo veneziano.Nel periodo della prima occupazione francese (1797-1798), Napoleone mise fuori uso tutte le navi presenti nell’Arsenale, tranne quelle che avrebbero preso parte alla guerra assieme alla flotta francese, e licenziò tutti i 2000 arsenalotti; abolì inoltre ogni distinzione tra marina mercantile e marina da guerra. I napoleonici poi mutarono radicalmente l’organizzazione dell’Arsenale, perché ormai difficilmente agibile, e aprirono il canale di Porta Nuova affiancandovi la torre omonima.L’Arsenale fu in parte riassestato tra il 1798 ed il 1806, durante il primo governo .Il successivo governo napoleonico del Regno d’Italia, di cui Venezia entrò a far parte, apportò alcune modifiche sul piano strutturale, per rimetterlo in attività e nell’ottica di aumentarne la produttività.Nel 1814 con la caduta del Regno d’Italia Venezia e l’intero Veneto tornarono all’Impero d’Austria e l’arsenale divenne il più importante della Marina Imperiale Austro-Veneziana.Il quarto e ultimo grande sviluppo si colloca però tra il 1876 e il 1909 dopo che nel 1866 in seguito alla terza guerra di indipendenza Venezia era entrata a far parte del Regno d’Italia, che voleva riproporre l’Arsenale come importante base navale nell’alto Adriatico. Venezia era infatti stata scelta dal governo come base principale delle flotta adriatica a scapito di Ancona, sede precedente della marina adriatica. Durante questa fase all’arsenale si aggiunse l’area nuova del piazzale dei Bacini e le aree vecchie dei tre conventi soppressi di S. Daniele, delle Vergini e della . Importante fu l’opera progettuale di Giuseppe Morando, allora direttore del Genio militare di Venezia]. A seguito di vari progetti per consentire il movimento delle navi, furono scavate le strutture preesistenti fra la Darsena Nuova e la Nuovissima realizzando, al loro posto, l’attuale Darsena Grande. Contemporaneamente, per evitare la sommersione, il livello del terreno fu leggermente elevato (di circa 70 cm).Negli anni successivi l’Arsenale si avviò ad un lento declino, ormai incapace di soddisfare le enormi esigenze delle moderne forze navali, fino al suo parziale abbandono. In anni recenti si è comunque cercato di ridare importanza all’Arsenale, inserendovi alcune attività culturali e ponendo il problema del suo recupero, che in ogni caso risulta problematico data la vastità dell’area.

(A cura di Riccardo Guglielmi)

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