TECNICHE DI NAVIGAZIONE DEL XVII SECOLO

Nel XV secolo, sulla spinta delle scoperte geografiche e dell’esplorazione dei nuovi mondi, si passa dalla tecnica del cabotaggio alla navigazione oceanica.
Fin dall’Antichità, infatti, nel mare mediterraneo si praticava la navigazione di piccolo cabotaggio (dal portoghese cabo, capo); essa si svolgeva normalmente con imbarcazioni piccole o medie che, si spostavano da porto a porto sulla stessa costa. Il suo grandissimo sviluppo era determinato dalla concentrazione di molte attività economiche presso il litorale, che consentivano di svolgere un commercio di ridistribuzione locale e dai vantaggi che il trasporto su acqua offriva rispetto a quello terrestre, meno sicuro e più costoso.
Tale tecnica di navigazione a vela di poppa e giardinetto, sfruttava le brezze costiere e i venti stagionali e avveniva a vista, sfruttando i punti di riferimento visibili lungo la costa (porti, insenature, torri, promontori, centri abitati, ecc.), e utilizzava delle mappe chiamate portolani (il cui nome deriva dalla parola latina portus, porto) in cui però, più che le rotte marine, erano raffigurati i territori costieri che i marinai imparavano a riconoscere con l’esperienza.
L’imbarcazione più usata nell’Antichità e ancora nei secoli XIII-XVII era la galea o galera, in uso nel Mediterraneo con impiego sia militare che commerciale .
Era lunga 40/50 metri, larga 5 metri, aveva due alberi con vele triangolari e doppia fila di remi con una forza motrice fino a 150 rematori. La versione commerciale di tale tipo di imbarcazione presentava un numero ridotto di rematori ma una maggiore ampiezza di velatura. Adatta alla navigazione di piccolo e medio cabotaggio nel Mediterraneo, non reggeva però le onde e le distanze oceaniche.
Nel XV secolo le galee cominciarono ad imbarcare a bordo dei cannoni: generalmente un cannone di corsia centrale più alcuni pezzi di calibro inferiore sulla rembada. La potenza di questi cannoni, specie di quelli laterali, era però limitata perché le sollecitazioni derivanti dallo sparo scuotevano e danneggiavano la nave.
Alla fine del Medioevo l’uso dei remi nelle grandi imbarcazioni venne progressivamente sostituito con l’esclusivo impiego delle vele. In particolare, erano a vela le navi costruite nei paesi dell’ Europa settentrionale per navigazione nell’Oceano Atlantico, e quelle da trasporto come la caracca, questo tipo di navi erano in grado di navigare bene anche con i venti non favorevoli ed erano attrezzate con pezzi d’artiglieria. A partire dal XVII secolo si diffuse il galeone che oltre ad avere una maggiore potenza di fuoco, poteva affrontare le rotte oceaniche, che con l’incremento dei traffici con l’America diventavano sempre più importanti.
I primi ad adottare questo nuovo tipo di imbarcazione furono i paesi della costa atlantica, soprattutto l’Inghilterra e Olanda, e così i popoli del Mediterraneo in materia di navigazione rimasero indietro, rispetto a quelli nordici. Attrezzata anche per trasporti di merci preziose, era il vascello, che divenne nave di linea nelle flotte militari dei sec. XVII, XVIII e XIX. Sviluppatosi in Olanda nel Seicento come ultimo stadio evolutivo del galeone, aveva scafo solido e potenti artiglierie. Ma il tipo di nave più legato al periodo delle scoperte geografiche e dei viaggi oceanici è sicuramente la caravella. E’ a bordo di questo tipo di nave, infatti, che Cristoforo Colombo attraversò l’Oceano Atlantico alla volta delle Indie, scoprendo in realtà nel 1492 l’America. Di questo tipo di veliero, adatto alla navigazione in mare aperto (anche perché per tenere la rotta utilizzava un timone invece di un grosso remo situato a poppa), furono realizzati svariati tipi nei diversi paesi europei. La caravella, pur essendo più leggera della caracca, poteva resistere a burrasche e tempeste, sia per il suo migliorato sistema di vele, sia per la sua costruzione. Le assi delle sue fiancate non erano infatti accostate ma sovrapposte. La forma dello scafo di questa imbarcazione era in genere agile e particolarmente adatta a risalire il vento, ma aveva una capacità di carico minima e quindi era inadatta a caricare le merci e i prodotti provenienti dalle nuove terre, che venivano perciò affidati a navi più economiche e con maggiore capacità di carico. Per questi motivi fu utilizzata solo per un breve periodo di tempo. Le caravelle erano usate soprattutto per i viaggi d’esplorazione e il più grande estimatore di questo particolare tipo d’imbarcazione fu nel xv secolo Enrico il Navigatore, re del Portogallo. Anche Magellano le usò per il suo giro del mondo, e due delle tre navi con cui Cristoforo Colombo scoprì l’America, la Pinta e la Santa Clara (la Nina), erano caravelle. La Santa Maria , invece, è indicata come nao, un veliero simile alla caravella ma di dimensioni maggiori. Le tecniche elementari di navigazione già in uso nell’Antichità furono perfezionate, a partire dal XIII secolo, con l’introduzione della bussola e, successivamente, con la preparazione dei portolani, che descrivevano i profili costieri.
Ma tali tecniche tradizionali, che consentivano di orientarsi con relativa facilità nel piccolo bacino del Mediterraneo, mostrarono i loro limiti quando presero avvio le navigazioni oceaniche.
I sistemi di navigazione furono quindi rivoluzionati nel XV e XVI secolo, quando, grazie soprattutto ai portoghesi, la cartografia nautica ricevette un impulso notevole; furono prodotte tavole affidabili della declinazione solare ( le effemeridi) e fu messo a punto l’astrolabio nautico che, insieme al quadrante, costituiva l’attrezzatura tecnica utilizzata da Cristoforo Colombo, Vasco De Gama e Magellano nelle loro esplorazioni.
Poco dopo la metà del Cinquecento apparve il loch, un solcometro che consentiva di misurare con maggior precisione la velocità della nave. Nel 1549 il navigatore inglese John Davis ideò uno strumento rivoluzionario che da lui prese il nome di Quadrante di Davis.
L’innovazione principale di questo strumento fu che si usava dando le spalle al Sole (da cui il nome inglese di Back-Staff), così da misurare l’altezza senza essere abbagliati.
Sempre nel XVI secolo fu ideato il Notturlabio, descritto per la prima volta nel 1581, impiegato per determinare l’ora di notte.
Di particolare importanza fu l’invenzione, intorno al 1730, del sestante, strumento ottico che serviva per misurare l’altezza degli astri sull’orizzonte marino e determinare la latitudine e la longitudine, che sostituì l’astrolabio, fino a quel tempo il principale strumento di navigazione.
Il sestante venne perfezionato nel 1731 da John Hadley che presentò alla Royal Society di Londra il primo strumento costruito sul principio della doppia riflessione: l’Ottante. Sicuramente è ai marinai e ai viaggiatori dell’epoca delle grandi scoperte geografiche dei secoli XV e XVI che si deve la nascita della cartografia moderna, ma è anche vero che le annotazioni e le rappresentazioni grafiche, diventate via via sempre più precise, favorirono l’espansione della navigazione e dei traffici commerciali, non più circoscritti al solo Mediterraneo ma estesi agli oceani. Perciò, fu proprio a partire dal XVI secolo che l’invenzione della stampa, la scoperta di nuove terre da parte dei grandi navigatori oceanici, quali Cristoforo Colombo (1451-1506), Amerigo Vespucci (1454-1512), Giovanni Caboto (xv sec), Ferdinando Magellano (1480-1521), nonché il forte interesse politico venutosi a creare intorno ai nuovi territori, diedero un nuovo impulso agli studi geografici, astrologici e cartografici. La sfericità della terra diventò un concetto diffuso, la navigazione a stima fu abbandonata, crebbe il bisogno di mezzi cartografici e strumentali sempre più precisi. A Gerardo Mercatore (1512-1594), geografo di Fiandra, si deve la realizzazione della celebre carta del mondo: la carta Mercatore (1569), costruita con la nuova proiezione che da lui prese il nome e che subito ebbe grande diffusione, soprattutto per esigenze di navigazione. Su tale proiezione vennero creati i primi atlanti geografici moderni. Al periodo delle esplorazioni e dei grandi viaggi transoceanici seguì quello delle conquiste del continente americano. La Spagna si ritrovò padrona di un vasto dominio che fruttava immense ricchezze. Dai porti di Cartagena, sulle coste della Colombia, e di Porto Belo, presso Panama, le navi spagnole partivano cariche d’oro, argento, perle e spezie destinate ai mercanti europei. Ma non sempre le navi arrivavano a destinazione: molti, infatti, si davano da fare per intercettarle, primi fra tutti i sovrani di Francia, Inghilterra e Olanda, che, troppo deboli per attaccare direttamente la Spagna, erano in grado di firmare “lettere di corsa”, ossia autorizzazioni a capitani spregiudicati per “correre” il mare per loro conto, dividendo il bottino. Fu da allora che i mari cominciarono ad essere infestati da Corsari, Pirati e Filibustieri .
Fra le cause dello sviluppo della moderna pirateria vi fu quindi l’azione di Francia ed Inghilterra che, per contrastare la Spagna nel mare dei Caraibi, finanziarono vascelli corsari che saccheggiassero i mercantili spagnoli. Successivamente, sia per il venir meno dell’appoggio anglo-francese, sia per una acquisita abitudine allo stile di vita libero ed indipendente molti corsari divennero pirati. Nel corso del XVII e XVIII secolo il primato dei mari passò dalla Spagna e il Portogallo all’Olanda e Inghilterra che grazie alle loro capacità di navigazione e di commercio crearono dei veri e propri imperi coloniali con possedimenti in tutto il mondo, acquisendo così per molti secoli la supremazia economica.
SCOPERTA DELL’OCEANIA
Fu Magellano che iniziò le scoperte dell’Oceania, della quale si erano avuti solo pochi accenni e notizie. Si crede che i primi esploratori dell’Oceania siano stati gli egiziani che erano andati in cerca della gomma derivata dall’ eucalipto che veniva usata per l’imbalsamazione e probabilmente a seguirli furono gli arabi nell’XI secolo. Poi nel XVII secolo furono gli olandesi che approfondirono le conoscenze del nuovissimo mondo.Nel 1616 il navigatore olandese Dirk Hortog annotò il primo dato ufficiale di uno sbarco in Australia.Invece nel 1642 sempre un navigatore olandese Abel Tasman arrivò in Nuova Zelanda. Però solo nel 18° secolo grazie a James Cook che fece viaggi fra il 1768 e il 1779 si potè fare un’esatta rappresentazione dell’Oceania che fino ad allora era creduta un vasto continente. In aprile del 1770 Cook a bordo di una nave inglese avvistò la costa orientale dell’Australia e reclamò il territorio per la corona inglese. Nel 1769 la Nuova Zelanda venne esplorata da Cook e lo stesso Cook esplorò la Nuova Caledonia nel 1774.L’Inghilterra dopo la costituzione delle prime colonie in Australia si impossessò rapidamente di tutto il territorio reclamandolo alla corona(1826).Nel 1840 l’Inghilterra proclamò la propria sovranità nella Nuova Zelanda.Anche le isole furono raggiunte da missionari cattolici, protestanti, francesi, americani ed inglesi. Alla fine dell’800 Francia, Germania, America ed Inghilterra si erano praticamente spartite l’Oceania.Durante la seconda guerra mondiale l’Oceania fu una terra in cui c’erano feroci scontri fra il Giappone e gli stati Uniti. Tra il 1960 e il 1980 si affermò un processo di decolonizzazione dell’Oceania. Questa affermazione portò all’ indipendenza molti arcipelaghi dell’Oceania.
SCOPERTA DELL’AUSTRALIA
Sin dai tempi dell’antica Roma, circolava la leggenda di un continente australe, sperso nell’immensità degli oceani. Ma soltanto nel diciassettesimo secolo gli europei sbarcarono nel vasto continente. Dopo varie incursioni dei portoghesi, il primo a mettere piede sul suolo australiano fu l’olandese Abel Tasman, il quale tra il 1635 e il 1645 esplorò gran parte dell’arcipelago australe del sud, dando il nome all’attuale isola di Tasmania. Furono i britannici, con l’esploratore e cartografo James Cook, nel 1768 a raggiungere per la prima volta il continente, fondando la prima colonia a Botany Bay a pochi chilometri dall’attuale Sydney. Vent’anni dopo da Londra furono inviati in Australia i primi ergastolani, e i prigionieri considerati pericolosi per la società, costretti ai lavori forzati per estrarre risorse minerarie da inviare in madre patria.

L’insediamento inglese, però, incontrò subito l’ostilità delle popolazioni aborigene che, assieme alle condizioni non troppo favorevoli dell’ambiente naturale, creò non pochi problemi alla colonia. Come se non bastasse, all’inizio del diciannovesimo secolo, l’arrivo dei “liberi” britannici fece precipitare la colonia nel caos, a causa degli scontri con gli ex forzati che rivendicavano pari diritti. Per tutto il diciannovesimo secolo, l’espansione coloniale si spinse dai primi insediamenti del sud (chiamata Nuovo Galles del Sud) verso l’ovest. Nel 1837 i coloni fondarono la città di Adelaide (il cui nome deriva dalla moglie di un premier inglese) e pochi anni dopo nacque la colonia del Queensland nel nord ovest dell’immensa isola.
MAYFLOWER
Il Mayflower (letteralmente “fiore di maggio”) fu la nave con la quale i padri pellegrini, salpati il 6 settembre 1620 da Plymouth (Inghilterra), raggiunsero gli attuali Stati Uniti a Cape Cod due mesi dopo, l’11 novembre.In Inghilterra, nel 1502, la chiesa anglicana visse un periodo travagliato che portò alla nascita della chiesa calvinista oltre che chiese minori dette congregazioni o chiese riformate. John Robinson, sacerdote anglicano sospeso dal servizio dal vescovo di Norwich, entrò in contatto con un gruppo di dissidenti religiosi tra i quali John Smyth (fondatore della Chiesa Battista), William Brewster, e William Bradford.Divenuti numerosi, si insediarono in un vasto territorio nella valle del fiume Trent, tra le contee del Lincolnshire, Yorkshire e Nottinghamshire.Divergenze interne portarono alla divisione di questa congregazione in due tronconi, favoriti anche da motivi geografici: Smyth rimase a Gainsborough (Lincolnshire), mentre Brewster e Bradford si insediarono vicino a Scrooby (Nottinghamshire), con Robinson come loro pastore.Le persecuzioni messe in atto dall’arcivescovo di York e dal vescovo di Lincoln fecero decidere i due gruppi ad emigrare in Olanda, che a quell’epoca era l’unico paese in cui era presente la tolleranza religiosa, Smyth ad Amsterdam e Robinson, affiancato da Brewster e Bradford, a Leida. Qui il gruppo crebbe grazie alla gestione di Robinson e del cognato, il diacono John Carver e vi rimasero per oltre dieci anni.I padri pellegrini, dopo una lunga negoziazione, grazie all’amicizia di William Brewster con Sir Edwin Sandys (tesoriere e funzionario della prima azienda inglese in Virginia, nonché responsabile della colonia), ottennero nel 1619 una concessione dalla Compagnia della Virginia che assicurava loro parte della propria zona settentrionale in nord America nella valle del fiume Hudson.Investirono gran parte delle loro risorse, strinsero un contratto finanziario con un commerciante in ferro, Thomas Weston, ed affittarono una nave ,che in precedenza era appartenuta alla famiglia fiorentina Guicciardini, di qui il nome fiore di maggio (cioè il giglio, simbolo fiorentino per antonomasia), decisi a dar vita sotto la protezione inglese a una remunerativa attività di commercio.Il gruppo di 102 passeggeri non era omogeneo: molti erano membri della congregazione, ma si erano uniti anche un certo numero di famiglie e di altre persone che speravano di migliorare la propria situazione economica.La nave era in realtà un galeone a tre alberi di circa 180 tonnellate alla cui guida c’erano i padri pellegrini Carver e Brewster.Nel settembre del 1620 a bordo della Mayflower partirono da Plymouth e dopo circa due mesi fecero il loro ingresso al porto di Cape Cod, poi a Provincetown (Massachusetts) l’11 novembre 1620 dove costituirono la Convenzione di Mayflower che diede origine al loro governo.Rinunciando alla concessione ottenuta, sbarcarono l’11 dicembre sulla costa occidentale del Massachusetts, dove fondarono la Colonia di Plymouth, riconosciuta ufficialmente il 1 giugno 1621. Secondo la tradizione, il punto esatto in cui i padri pellegrini misero per la prima volta piede a terra nel Nuovo Mondo è contrassegnato dalla Roccia di Plymouth, che può essere tuttora vista sul lungomare della cittadina.Tra i passeggeri della Mayflower: Christopher Jones capitano e co-proprietario; John Alden, organizzatore del viaggio e fondatore della colonia; John Carver, primo governatore; William Bradford, che venne nominato governatore alla morte di Carver e venne rieletto per 30 volte consecutive.Il Mayflower lasciò Plymouth il 15 aprile 1621 e riattraccò al porto in Inghilterra il 16 maggio.La storia è in realtà complicata perché il nome Mayflower era all’epoca molto frequente per le navi e non si conosce con certezza il nome del cantiere navale che la costruì.
ARSENALE DI VENEZIA
L’Arsenale di Venezia costituisce una parte molto estesa della città insulare e fu il cuore dell’industria navale veneziana a partire dal . È legato al periodo più florido della vita della Serenissima: grazie alle imponenti navi qui costruite, Venezia riuscì a contrastare i Turchi nel Mar Egeo e a conquistare le rotte del nord .L’Arsenale di Venezia ha anticipato di secoli il moderno concetto di fabbrica, intesa come complesso produttivo in cui maestranze specializzate eseguono in successione le singole operazioni di assemblaggio di un manufatto, lungo una catena di montaggio e utilizzando componenti standard. Rappresenta l’esempio più importante di grande complesso produttivo a struttura accentrata dell’economia preindustriale. La superficie si estendeva su un’area di 46 ettari, mentre il numero di lavoratori (gli Arsenalotti) raggiungeva, nei periodi di piena attività produttiva, la quota media giornaliera di 1500-2000 unità (con un picco di 4500-5000 iscritti al Libro delle maestranze), cioè dal 2% fino al 5% dell’intera popolazione cittadina dell’epoca (circa 100.000 abitanti).Gli ampi locali delle Corderie dell’Arsenale sono attualmente utilizzati come una delle sedi espositive della Biennale di Venezia, oltre che per alcune attività di piccola cantieristica ed altre attività minori.Il termine Arsenale, in uso nell’italiano moderno, deriva dall’arabo daras-sina’ah, cioè “casa d’industria”. Il termine, noto ai Veneziani tramite i loro frequenti contatti commerciali con l’Oriente, sarebbe passato al veneziano darzanà, poi corrotto nel tempo nella forma arzanà, citata anche da Dante nell’Inferno, quindi, attraverso arzanàl e arsenàl, alla forma finale di arsenàle.La forma darzanà e poi dàrsena è invece rimasta ad indicare gli specchi d’acqua interni dell’Arsenale, e da tale uso è derivato il significato odierno del termine .Per l’Arsenale di Venezia non esiste una data di fondazione: la notizia che lo volle fondato ai primi del , nel 1104, dal doge , per l’esigenza di dare maggiore sviluppo alla cantieristica, un’attività strategica per la Serenissima, è derivata da una falsa medaglia commemorativa realizzata nel XIX secolo.L’ubicazione dell’area, compresa tra le zone conventuali di San Pietro di Castello e la parrocchia di San Giovanni in Bragora (Darsena Vecchia), fu decisa sia per motivi strategici (difesa contro eventuali attacchi nemici) che logistici (qui si trovava il punto di arrivo del legname proveniente dal ). Il primo nucleo, documentabile fin dagli inizi del , è costituito da due file di squeri ai lati della Darsena Vecchia. Vi si può accedere dal Bacino di San Marco solo attraverso uno stretto canale.
All’inizio del Trecento, in seguito alle aumentate esigenze navali della città, fu aggiunto il “Lago di S. Daniele” (annesso all’omonimo monastero) e costruito l’Arsenale Nuovo (la Darsena Nuova), raggiungendo così un’estensione di 138.600 m² In seguito fu aggiunta la Stradal Campagna sulla quale sorsero le attuali Fonderie, le Officine dei remi, le Corderie della Tana e il Reparto artiglieria. Con la caduta di Costantinopoli (1453) e la conseguente minaccia turca nel Mediterraneo, vennero erette la monumentale Porta di Terra, che alludeva al ruolo di Venezia quale baluardo della cristianità, e le due torri che affiancano la porta ad acqua, poi ricostruite nel Seicento. Il portale d’ingresso di terra fu costruito sulla base degli archi di trionfo romani, ed è il primo esempio di arte rinascimentale nella città.A partire dal 1473 fino al 1570 è la terza grande fase di sviluppo, nella quale furono apportati gli ultimi ampliamenti, con la realizzazione di residenze esterne per i lavoratori, di forni pubblici e di magazzini per i cereali (la Darsena Nuovissima) e delle Galeazze, il che portò l’Arsenale a coprire una superficie di quasi 24 ettari. Di particolare interesse per i suoi caratteri architettonici è lo Squero delle Gagiandre, eretto nel 1570 ed attribuito a Jacopo Sansovino.In una nuova area, detta Tana, sorsero le corderie, dove venivano prodotte a livello industriale le funi navali, bene prezioso nell’antichità, al più basso costo possibile, con il vantaggio di rimanere indipendenti da terzi in caso di guerra. La materia prima (la canapa, usata anche per il calafataggio degli scafi) proveniva prevalentemente dalla foce del fiume Don, sul Mar d’Azov, dove i Veneziani avevano stretto importanti accordi commerciali. Il sistema garantiva l’assenza di scarti: le corde uscivano dalla corderia attraverso dei fori, per poi essere tagliate della misura richiesta, anziché essere confezionate in lunghezze standard. Ciò garantiva un buon risparmio alla Repubblica e contemporaneamente consentiva di vendere alle navi straniere in transito le funi ad un prezzo inferiore a quello dei concorrenti.In questi tre secoli, sempre circondato da un alone di segretezza, l’Arsenale produsse le galee e le grandi galeazze, che determinarono la vittoria della cristianità nella Battaglia di Lepanto del 1571, e divenne il fulcro dello sviluppo veneziano.Nel periodo della prima occupazione francese (1797-1798), Napoleone mise fuori uso tutte le navi presenti nell’Arsenale, tranne quelle che avrebbero preso parte alla guerra assieme alla flotta francese, e licenziò tutti i 2000 arsenalotti; abolì inoltre ogni distinzione tra marina mercantile e marina da guerra. I napoleonici poi mutarono radicalmente l’organizzazione dell’Arsenale, perché ormai difficilmente agibile, e aprirono il canale di Porta Nuova affiancandovi la torre omonima.L’Arsenale fu in parte riassestato tra il 1798 ed il 1806, durante il primo governo .Il successivo governo napoleonico del Regno d’Italia, di cui Venezia entrò a far parte, apportò alcune modifiche sul piano strutturale, per rimetterlo in attività e nell’ottica di aumentarne la produttività.Nel 1814 con la caduta del Regno d’Italia Venezia e l’intero Veneto tornarono all’Impero d’Austria e l’arsenale divenne il più importante della Marina Imperiale Austro-Veneziana.Il quarto e ultimo grande sviluppo si colloca però tra il 1876 e il 1909 dopo che nel 1866 in seguito alla terza guerra di indipendenza Venezia era entrata a far parte del Regno d’Italia, che voleva riproporre l’Arsenale come importante base navale nell’alto Adriatico. Venezia era infatti stata scelta dal governo come base principale delle flotta adriatica a scapito di Ancona, sede precedente della marina adriatica. Durante questa fase all’arsenale si aggiunse l’area nuova del piazzale dei Bacini e le aree vecchie dei tre conventi soppressi di S. Daniele, delle Vergini e della . Importante fu l’opera progettuale di Giuseppe Morando, allora direttore del Genio militare di Venezia]. A seguito di vari progetti per consentire il movimento delle navi, furono scavate le strutture preesistenti fra la Darsena Nuova e la Nuovissima realizzando, al loro posto, l’attuale Darsena Grande. Contemporaneamente, per evitare la sommersione, il livello del terreno fu leggermente elevato (di circa 70 cm).Negli anni successivi l’Arsenale si avviò ad un lento declino, ormai incapace di soddisfare le enormi esigenze delle moderne forze navali, fino al suo parziale abbandono. In anni recenti si è comunque cercato di ridare importanza all’Arsenale, inserendovi alcune attività culturali e ponendo il problema del suo recupero, che in ogni caso risulta problematico data la vastità dell’area.

(A cura di Riccardo Guglielmi)

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