L’evoluzione delle armi, delle tattiche e delle strategie di guerra tra il XV e il XVII secolo

Il mondo bellico, dell’industria e dell’innovazione in ambito militare, vede il suo sviluppo e la sua crescita andare di pari passo con le scoperte scientifiche. Questa simbiosi quasi “perfetta” è emersa solo con il passare degli anni, rafforzandosi sempre più.

Gli umanisti nella prima metà del Quattrocento erano convinti che gli antichi greci e romani avessero raggiunto la perfezione in quasi tutti i campi della cultura, compresi quelli della scienza e della tecnica. Nonostante ci fosse molta esagerazione in queste dichiarazioni, non bisogna negare il fatto che le conoscenze degli antichi in campo scientifico superavano di gran lunga le aspettative dell’uomo moderno. In alcuni casi, però, i moderni si mostrarono certamente superiori agli antichi.
Oltre alle invenzioni che rivoluzionarono il campo della geografia , anche altre scoperte cambiarono profondamente il mondo antico come, ad esempio, la stampa a caratteri mobili introdotta dalle lettere in piombo, evidente prova che la tecnica metallurgica dell’epoca era molto sviluppata. Con la lavorazione del ferro si iniziò a lavorare a tempo pieno anche alla produzione di altri strumenti, destinati a cambiare completamente la percezione della guerra e la sua conduzione. L’arte della guerra, nel corso del XIV secolo venne completamente modificata dall’introduzione delle armi da fuoco.
In realtà il cannone era conosciuto sin dagli inizi del Trecento e la sua origine, con tutta probabilità, era orientale. Tuttavia, a causa della difficile manovrabilità dei primi pezzi d’artiglieria, i cannoni erano utilizzati raramente. Spostare pesantissimi fusti di ferro attraverso i campi di battaglia dell’Europa tardo-medievale, non era cosa certamente semplice.
L’evoluzione tecnica della lavorazione dei metalli portò alla creazione di armi da fuoco sempre più precise e resistenti. Così bisognerà attendere sino al Quattrocento per vedere la comparsa di migliori tecniche di puntamento, migliorate le tecniche di carica e di accensione e aumentata la manovrabilità con l’introduzione delle ruote al cannone.
Così il cannone e i suoi più stretti parenti (colubrina, mortaio, bombarda, falconetto, etc.) divennero i veri protagonisti della scena bellica. Così facendo entrò in crisi l’intera concezione delle fortificazioni, le fortezze si ampliarono, lo spessore delle mura divenne imponente, mentre le fortificazioni vennero sostenute da terrapieni e bastioni, comportando, quindi, anche una grande rivoluzione a livello architettonico.
Gli assedi divennero meno lunghi e più distruttivi, grazie anche alle bombarde che scagliavano pesanti palle di pietra. Emblematico esempio è la presa di Costantinopoli, il primo grande scontro tra vecchio e nuovo modo di fare la guerra, tra ferro e fuoco risoltosi a favore di quest’ultimo. La guerra moderna cominciava così a mostrare il suo vero volto. In Europa nazioni come Francia e Spagna erano le uniche in grado di muovere eserciti numerosi e disporre di cifre considerevoli per le spese necessarie per l’artiglieria (costi d’acquisto e costruzione dei pezzi, della polvere da sparo, dei proiettili, oltre alle ingenti spese per provvedere al trasporto).
I piccoli o medi Stati non potevano che constatare la loro debolezza, in quanto le alte e solide mura che avevano sventato gli assedi dell’epoca medievale, ora si sbriciolavano di fronte alle bocche di fuoco dei cannoni, delle bombarde e delle altre, innumerevoli diavolerie dell’industria bellica metallurgica.
Dalla fine del Quattrocento i cannoni avevano sostituito le palle di pietra con quelle di ferro, inoltre si poteva spostarli su fusti muniti di ruote e trainati da buoi o cavalli. La tecnica balistica si serviva del contributo di vari esperti: gli artificieri calcolavano il rapporto fra l’alzo del cannone, la traiettoria e la potenza del proiettile; i fabbri non avevano tregua nel tentativo di trovare leghe sempre più resistenti, mentre gli armaioli inventavano strumenti da fuoco più piccoli e maneggevoli. Nacquero così gli archibugi e i moschetti, seguirono, a breve distanza, le pistole. Inizialmente si trattava di armi lunghe, pesanti e quindi poco maneggevoli, che dovevano essere supportate da una forcella piantata nel terreno. La tecnica costruttiva delle bocche da fuoco si arricchì nel 1500 delle esperienze sulla fusione dei metalli del senese Vannoccio Biringuccio ( 1480- 1539), e raccolte nella sua Pirotecnia oltre che delle realizzazioni di Giulio Savorgnano (1516-1595).
Successivamente apparirono anche i primi proiettili esplosivi, sfere di ferro, vuote all’interno e riempite di polvere da sparo, la cui accensione avveniva per via di una miccia passante attraverso un foro o focone che innescava la polvere da sparo che faceva partire il proiettile.
L’intera operazione di caricamento, di puntamento e sparo era lenta, così solo chi era in grado di schierare diversi reparti sovrapposti di archibugieri, avrebbe avuto la meglio sull’avversario.
Nel sec. XVII più che perfezionamenti tecnici si ebbero migliorie strutturali conseguenti ad una superiore comprensione del ruolo delle Artiglierie in battaglia: in tale quadro si diversificano così le Artiglierie da assedio e da fortezza (poi dette da piazza), le quali permangono di elevato calibro e peso, mentre si diffondono le Artiglierie da campagna, di piccolo calibro, leggere, maneggevoli e rapide nel tiro.
Le bocche da fuoco di queste ultime erano fuse in metallo più sottile, per farle più leggere, e fasciate, spesso, di cuoio; impiegavano munizionamento preconfezionato con celerità di tiro superiore a quella del moschetto: le trainavano uno o due cavalli e le assistevano due serventi.
Comunque la diffusione delle armi da fuoco portatili e dell’artiglieria leggera produsse un mutamento profondo. I duelli individuali tra cavalieri lasciarono il posto al tiro al bersaglio; veniva meno l’eroismo che aveva fatto di tanti antichi cavalieri dei veri e propri super eroi di un’epoca. Le loro corazze non fermavano i proiettili, i loro scudi erano inefficaci di fronte alla palla del moschetto che frantumava prima il ferro e poi le ossa.
L’arma da fuoco individuale diffusa tra i fanti fu l’ultimo, decisivo colpo dato alla cavalleria. Il numero dei combattenti e il volume di fuoco potevano essere il fattore decisivo nel determinare l’esito delle battaglie, ovviamente a scapito del valore e dell’eroismo dei singoli individui.
La geometria trova un ulteriore raggio d’azione nella scienza balistica e nell’arte architettonica. Al preciso rettilineo disegnato dal proiettile corrisponde un’arte difensiva che sappia attutirne o vanificarne gli effetti. Nasce la geometria delle fortezze che, come scrive lo storico Filippo Camerota … richiedono un’appropriata conoscenza del rapporto tra peso e gittata del proiettile, impongono la massima precisione nelle operazioni di misura e calcolo, obbligano cioè l’uomo d’armi ad acquisire i rudimenti matematici necessari alla perfetta gestione degli eserciti.
Per il moderno uomo d’armi, secondo Galileo, sono necessarie alcune precauzioni che vanno dalla conoscenza della parte minore dell’aritmetica per l’uso delle ordinanze degli eserciti e di molte altre occorrenze. Inoltre, secondo Galileo, il moderno ufficiale deve possedere la cognizione delle scienze meccaniche, soprattutto deve conoscere le macchine e gli strumenti particolari.
Tutto ciò sarà utile affinché la dimestichezza con le artiglierie sia completa.
La direzione di tiro si deve servire di strumenti come la bussola e le carte del territorio, la cui precisione deve essere tale da cogliere il disegno ogni sorte di pianta, così da vicino come da lontano.
Ecco che si fa strada l’idea della cartografia in campo militare. La conoscenza del territorio è sempre più un fattore decisivo per le sorti della battaglia. Controllare le alture su cui posizionare le artiglierie diventa fondamentale. Fare in modo che l’avversario non si possa servire di difese naturali o di posizioni rilevanti a livello tattico, significa, in primo luogo, conoscere il territorio meglio di lui.
Il soldato non è più colui che incarna i valori della corte, che assomigliano sempre più a ideali di un mondo passato; l’uomo d’arme abbandona l’armatura del guerriero, baluardo dell’onore, della fedeltà vassallatica e della cristianità, per indossare la divisa del soldato moderno che ha i tratti asettici e razionali del professionista, dell’esperto conoscitore dei problemi della gestione della guerra secondo le indicazioni della scienza e della tecnica.
Tornando poi, ai grandi passi fatti dalla scienza balistica, possiamo affermare sempre con Camerota che: “Da quando il primo colpo di cannone fu sparato contro il nemico, il problema della traiettoria dei proiettili si pose al centro delle riflessioni matematiche che accompagnarono gli sviluppi tecnologici in campo militare. Per circa due secoli la teoria aristotelica dell’impetus rappresentò il solo riferimento teorico. Alberto di Sassonia vi si appella per scomporre la traiettoria in tre parti distinte: una rettilinea, impressa dal moto violento iniziale; una curva intermedia, causata dal diminuire dell’impeto iniziale e dall’azione della forza di gravità; e una terza, nuovamente rettilinea e verticale, dove la gravità annulla totalmente il moto iniziale”.
Un chiarissimo esempio di innovazione tecnica è presentato dalla guerra dei Trent’anni che ebbe grande importanza anche nell’introduzione di significative novità in campo militare. Da questo punto di vista può ritenersi della massima importanza il ruolo dell’intervento svedese, che rappresentava sicuramente, all’epoca, la più moderna organizzazione bellica presente in Europa.
All’inizio della guerra nella maggior parte dell’Europa erano in uso le tattiche tradizionali di tipo spagnolo, non molto diverse da quelle adottate nel XVI secolo; cardine e punto importantissimo di tali concezioni era la tercio, formazione composta da un consistente gruppo di picchieri disposto in un denso quadrato e circondato da moschettieri di supporto. Nel tercio, il ruolo fondamentale era dei picchieri, che dovevano sia difendere che attaccare, avanzando a picche spianate, mentre i moschettieri avevano, in realtà, un compito subordinato, anche a causa della bassa cadenza di tiro.

In questa situazione si distingueva in modo netto ed emblematico, per le tattiche adottate, l’esercito svedese. Le riforme militari attuate da Gustavo Adolfo, si ispiravano ai provvedimenti attuati dagli olandesi nella loro decennale lotta contro la Spagna e non si limitarono e rivolgersi alle tre armi singolarmente (fanteria, cavalleria, artiglieria), ma anche al coordinamento dei vari componenti l’armata.
• La fanteria svedese si basava sulla predominanza dei moschettieri sui picchieri, in un rapporto di circa 2:1, e sull’adozione di una formazione lineare su più file (in genere sei), che consentiva di massimizzare la potenza di fuoco dei moschettieri; questi erano addestrati a ricaricare il più rapidamente possibile, e a sparare per salve controllate per fila, mentre le altre file ricaricavano.
• La cavalleria, che aveva perso importanza sul campo di battaglia nei precedenti decenni per il predominio dei picchieri, abbandonava la poco efficace tattica del caracollo e passava a una tattica più incisiva di carica all’arma bianca (in special modo la sciabola).
• L’artiglieria veniva notevolmente sviluppata, con un sostanziale alleggerimento dei pezzi, la cui maneggevolezza ne permetteva ora lo spostamento sul campo, prima quasi impossibile; inoltre vennero introdotti cannoni reggimentali per appoggiare le formazioni di fanteria e venne data molta importanza alla rapidità nel caricamento.
Tali innovazioni furono decisive per l’esito del conflitto, e vennero via via adottate dai vari contendenti. Nelle battaglie che videro scontrarsi eserciti che adottavano le due diverse dottrine (come a Breitenfeld o a Rocroi), prevalse sempre la tattica svedese.
Anche la logistica degli eserciti impegnati nel conflitto fu sempre molto problematica e il materiale per il sostentamento delle truppe era spesso ridotto ai minimi termini.
La tipica politica adottata nella guerra fu l’utilizzo delle risorse del territorio. Questa razzia di intere regioni ebbe conseguenze molto gravi sulle popolazioni, anche perchè, essendo inserita in un sistema più generale, i comandanti degli eserciti traevano lauti profitti dai saccheggi sistematici. Simbolo di questa abitudine fu il comandante imperiale Albrecht von Wallenstein: al comando di un esercito da lui stesso arruolato, trasse enormi profitti che gli consentirono di equipaggiare il suo esercito in maniera relativamente uniforme e di aumentare di molto il numero di truppe al suo comando fino al suo assassinio. Il problema dei rifornimenti incise spesso sulle operazioni militari, costringendo in alcuni casi gli eserciti a spostarsi a causa dell’esaurimento delle risorse locali; inoltre, si assistette a episodi in cui intere armate furono decimate in seguito al forzato passaggio o stazionamento in zone già esaurite.
Con il proseguire della guerra il problema logistico si fece sempre più stringente, dall’aumento del numero di uomini in campo. Molto problematico fu il pagamento delle truppe, che ricevevano il salario con ampio ritardo, provocando numerosi ammutinamenti, soprattutto da parte dell’esercito svedese. Una conseguenza secondaria della necessità di pagare ed equipaggiare un grande numero di truppe fu l’avvento della standardizzazione nelle uniformi e nell’armamento, per aumentare le velocità di produzione e diminuire i costi.
In conclusione a tutto ciò si può affermare che dalle mitiche macchine di Archimede alle moderne tecniche di guerra basata su rilevazioni satellitari, la scienza si è sempre accompagnata alla guerra; il suo imperativo era estremamente semplice e consisteva nel razionalizzare e nel perfezionare il modo di uccidere. Spesso, questo insano connubio tra scienza e guerra ha visto nelle esigenze belliche i principali finanziatori delle scoperte tecnologiche. La solida alleanza che si crea tra scienziati, tecnici e potenti dell’epoca appare significativa e offre una visione estremamente convincente della situazione e della realtà.

Elenco delle armi
Nonostante la prepotente ascesa delle armi da fuoco, quelle tradizionali non sparirono del tutto dai palcoscenici delle guerre dei secoli XVI e XVII perchè il costo elevato dei neonati strumenti di conquista impediva una diffusione omogenea.
Ecco alcune armi da taglio usate tra il XVI e il XVIII secolo.

Bade-Bade, Battig, Roentjau
Coltello malese con lama ricurva senza guardia, tagliente nella parte concava; molto caratteristici il fodero e l’impugnatura.
Badelaire
Sciabola del 1500, simile ad una scimitarra; è termine usato ancora in araldica.

Baionetta (ingl. Bayonet; ted. Bajonett; fr. Baïonnette)
Arma da taglio da inastare su di un fucile. A: Seconda meta 1600, da infilare entro la canna; B: Vauban, primi 1700; C: 1700- fine 1800; D: Sciabola-baionetta, secona metà 1800; E: Pugnale-baionetta USA, 1940. (Ill. De Vita)

Bulawa
Mazza a testa tonda dell’est europeo e area indo-persiana portata come simbolo del potere e come arma (1600-1700)

Buttafuoco inastato (ingl. Linstock; ted. Zündstock, Hanfstock, Luntenspiess; fr. boute-feu)
E’ un attrezzo del bombardiere con ferro centrale e dei rami (serpi) su cui fissare con morsetti la miccia o corda da fuoco. (Ill. De Vita)
Buttafuori (ingl. Feather Staves)
Bastone formato da una canna metallica chiusa superiormente da un coperchietto a scatto. Una forte proiezione faceva uscire una lunga lama affiancata talvolta da due piccole lame divaricate. La lama centrale era lunga anche 80 cm. (1600 – XVII sec.). Usato dai pellegrini per difendersi; può essere considerato una specie di Bordone.

Centoventi
Stilo o dei bombardieri veneti del 1600 che reca una scala graduata da 1 a 120 per individuare o ricordare i calibri dei cannoni;: essa si legge tenendo la punta dello stilo in alto e il nr. 120 si trova verso il tallone.

Chilanum
Pugnale indiano con lama di circa 30 cm a doppia curva e doppio taglio, forgiata a somiglianza di corno; guardia e pomello di dimensioni quasi eguali.
Coltellaccio da cavallo
Arma manesca di media lunghezza usata per la caccia a cavallo dal 1500.

Couse o Kouse
Coltella inastata, forse derivata dalla vouge; arma dei trabanti. Spesso le facce sono decorate con le insegne del signore. In uso in ambiente germanico fino alla fine del 1700.

Curtana o Spada di grazia
Spada con punta spezzata e che si dice essere stata fatta nel 1661 in Inghilterra per Carlo II per simboleggiare che la giustizia si deve accompagnare alla grazia.

Daghetta o pugnale da duello (fr. e ingl. Main gauche)
Pugnale o corta spada da usare con la mano sinistra nei duelli. A) Pugnale da duello con lame a seste; B) Pugnale a seste; C) Daghetta da duello con lama a pettine; D) Pugnale con lama a seste; E) ed F) Daghetta d’accompagno con vela riccamente decorata; G) ed H) Daghetta da duello. (Ill. De Vita)

Dirk
Pugnale scozzese ad un solo filo con lama pesante (1600) forse derivato dal Ballock.Lunghezza tra 30 e 45 cm. Il fodero spesso reca tasche per coltello e forchetta.

Forca
Arma in asta a due rebbi (forca da breccia). Se ha uno o due crocchi o raffi alla biforcazione e perpendicolari ai rebbi si chiama forca da scale(lett. G e H in figura). Inizialmente arma contadina (sec. XII), poi in uso militare fino ai primi del 1700.

Kama
Pugnale persiano 1600-1800 con lama diritta a doppio taglio e caratterische scanalature sfalsate sui due lati. Il manico è simile a quello del khandjar ma con pomo diverso
Katana
La famosa spada dei Samurai che, in realtà è una sciabola, sia per la curvatura, sia per il modo di portare il colpo. Le lame giapponesi, a seconda della lunghezza misurata al filo, dànno luogo ad armi da taglio di diverso nome (misure approssimative e variabili): Jan Tachi , lama oltre 84 cm, Katana e Tachi, oltre 60 cm, Chisa Katana, oltre 45 cm, Wakizashi, oltre 40 cm, Tanto e Aikuchi, oltre 28 cm, Yoroi Toshi, oltre 23 cm, Kwaiken, oltre 8 cm. Ecco nella immagine una serie di armi; dall’alto: 1) 3) e 4) Wakizashi 2) Katana 5) Tanto
Nomenclatura
• 1 – Samegawa ( o Same) – Rivestimento di pelle di razza del manico (tsuka)
• 2 – Posizione del menuki (nr. 10)
• 3 – Posizione del fuchi (nr.11)
• 4 – Posizione della tsuba
• 5 – Kurigata – Asola di corno o di metallo (raramente di legno) sul lato esterno (omote; quello posteriore, verso il corpo di chi porta l’arma, si chiama “ura”) della guaina, entro cui passa il sageo
• 6 – Saya (lato omote) – Fodero di legno
• 7 – Posizione del kashira (nr. 9)
• 8 – Sageo – Lungo nastro di seta per fissare l’arma alla cintura
• 9 – Kashira – Placca
• 10 – Menuki – Piccoli scudetti di metallo con figure in rilievo fissati sul samegawa sotto la nastratura di nastro di seta (tsukamaki) che fascia l’impugnatura di legno (di solito magnolia)
• 11- Fuchi – Anello di metallo lavorato tra impugnatura e coccia
• 12 -Tsuba – Coccia di metallo (acciaio, shakudo, ecc.) di forma arrotondata
• 13 – Kogatana – Coltellino fissato al lato posteriore (ura) della katana
• 14 – Kogai – Spillone fissato al lato esterno (omote) della katana
• 15 – Nagako jiri – Punta del codolo
• 16 – Hitoye – Dorso del codolo
• 17 – Mekugi-ana – Foro per rivetto di bambù (mekugi)
• 18 – Shinogi-ji – Parte lucida fra dorso e nervatura
• 19 – Mune – Dorso della lama
• 20 – Shinogi – Nervatura
• 21 – Mitsukado – Incontro di shinogi, ko-shinogi e yokote
• 22 – Ko-Shinogi – Parte della nervatura dopo lo yokote
• 23 – Kissaki – Punta
• 24 – Fukura – Tagliente della punta
• 25 – Yokote – Nervatura che separa il piatto dalla punta che si restringe
• 26 – Hamon – Linea di separazione tra metallo temprato e non temprato
• 27 – Jihada – Parte non temprata della lama
• 28 -Yakiba – Parte temprata della lama
• 29 – Jigane – Piatto della lama
• 30 – Habaki – Manicotto metallico di frizione lama-guaina
• 31 – Nakago – Codolo
Altri termini
• Horimono – Incisioni sul metallo
• Daisho – Il paio formato da katana e wakizashi oppure tachi e tanto, portato alla cintura
• Kaiken – Piccolo pugnale per donne
• Kaji – Spadaio
• Kariginu – Abito cerimoniale indossato dal fabbro nell’ultima fase della creazione della katana
• Katana-kake – Sostegno a due palchi su cui si espongono la katana e lo wakizashi.
• Katana-jogi – Lucidatore della lama
• Ken – Termine generico per spada e talvolta tipo di spada dritta cinese usata in cerimonie religiose (meglio ken-tsurugi)
• Kozuka – Impugnatura ornata del kogatana
• Nambam – Stile di esecuzione di armature (yoroi), tsuba e altri oggetti d’arte. L’acciaio importato dall’estero è detto nambam-tetsu
• Saya – Fodero di legno
• Sentoku – Lega di rame, zinco e piombo che assume un color cromo
• Seppa – Piccole guarnizioni di rame dorato o argentato sopra e sotto la coccia
• Shakudo – Lega di rame e oro che assume colorazioni nere o blu nerastre
• Shibuichi – Lega di rame e argento che assume colorazioni dal verde al marron
• Tachi – Sciabola ad un taglio più lunga della katana, usata in battaglia fino al periodo Edo e in cerimonie di corte
• Tanto – Pugnale portato infilato nella cintura
• Wakizashi – Corta sciabola portata alla cintura assieme alla katana
• Zogan – Metodi per la colorazione e ornamentazione del metallo
Khandjar, Kanjar, Kandjar

Tipico pugnale arabo ricurvo con lama a doppio taglio, talvolta con nervatura centrale; la lama ha spesso doppia curvatura.

Partigiana (fr. Pertuisane; ted. Partisane; ing. Partizan)
Ferro a forma di dragona con due alette alla base; derivato dallo spiedo alla bolognese verso la fine del 1400; ancora usato dalla Guardia Svizzera. A-B: Spiedo alla bolognese; C: Partigianone; D-G: Partigiana. (Ill. De Vita)

Pugnale da lanzo
Faceva parte del costume dei Lanzi nel 1500.

Schiavona (fr. Schiavone)
Spada a lama larga e pesante di solito a due fili con tipico fornimento ingabbiato. Arma da cavallo in uso nella Rep. veneta dal 1500 in poi.

Spada da lato (ted. Degen, Seitengewehr; ingl. Rapier)
Spada a lama appuntita e flessibile, principalmente destinata ad essere usata di punta e munita di guardia elaborata; tipica arma dello schermitore e del duellante. 1) 1550; 2) 1600; 3) a tazza, 1650; 4) e 5) alla vallona; 6) paloscio.

Spadino
Piccola spada usata dai civilie dagli ufficiali in abito di gala; dalla fine del 1600 in poi.
Stocchetto
Spada da lato di ridotte dimensioni da cui poi derivò lo spadino (1600).
Turup
Tipo di Katar con i bracci collegati da una catenella o striscia metallica. Diffuso nell’India meridionale nel XVII sec. Lungo anche 60 cm. La lama è come forma simile a quella del katar, a triangolo, ma di regola sempre leggemrente più lunga e sottile. Caratterizzata da solchi incisi che convengono all’ estremità della punta. L’ impugnatura detta a “staffa” è modificata rispetto il katar attraverso l’ inserzione di un finimento di metallo decorato. Il fodero è simile a quello del katar ma di solito per il turup era privilegiata la pelle di coccodrillo.

Yatagan (o Jatagan)
La tipica sciabola turca, diffusasi poi in tutto il Nord Africa dal 1500 in poi. Lama di 50-80 cm leggermente incurvata ad un solo filo nel lato concavo. si riscontra sovente la forma di impugnatura sotto illustrata. Se vi una guardia l’arma non è turca. Veniva portato con una cintura di tessuto ed è più un coltello che una sciabola. Quello balcanico ha dorso più ricurvo di quello turco.

(A cura di Paolo Smaldone)

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