CHIRURGIA E MEDICINA NELL’XVII SECOLO

Nel Medioevo la chirurgia subisce un processo d’involuzione per la perdita del collegamento con il sapere antico; a tale distacco contribuì l’interdizione del suo esercizio dal clero, motivata dai suoi aspetti cruenti, che estraniò dalla chirurgia i depositari della cultura classica e lasciò libero il campo agli empirici, spesso barbieri, che talora acquistarono un certo prestigio. Nel Rinascimento e nel 17° secolo un accenno di ripresa della professione medica trova espressione nel miglioramento della tecnica e nei primi tentativi di nuovi interventi: la legatura delle arterie nei monconi di amputazione, il perfezionamento dei metodi di plastica, della rinoplastica in particolare, la protezione delle ferite, la legatura dell’arteria a monte degli aneurismi, la cura operatoria dell’ascesso epatico e quella mediante trapanazione del cranio nell’epilessia post-traumatica.
All’inizio del XVII secolo la professione medica non godeva ancora di alcun prestigio tra la popolazione. Con l’invenzione della stampa le opere d’Ippocrate e di Galeno vengono diffuse, ma il ritorno all’antico avviene più a scopo d’erudizione e di critica
La chirurgia è il ramo fondamentale della medicina che affronta il problema terapeutico con atti manuali o con operazioni strumentali; la sua distinzione nel vasto campo delle discipline mediche è essenzialmente d’indole pratica e non concerne gli aspetti dottrinari.
Nel XVII secolo la chirurgia è considerata ancora arte inferiore alla medicina: quasi tutti i chirurghi escono dalla corporazione dei barbieri e sono dei pratici ai quali manca generalmente ogni fondamento di studi; se un chirurgo, desideroso di innalzare la sua condizione, voleva ottenere una licenza in medicina doveva impegnarsi con atto notarile a non praticare più operazioni chirurgiche.
Le medicine e le terapie del XVII secolo rispecchiavano le idee della vecchia materia medica medievale. La composizione e la somministrazione dei medicinali non avevano subìto cambiamenti, tuttavia fu proprio in questo periodo che presero forma le prime specialità medicinali.
Un contributo notevole fu dato dai nuovi semplici medicinali, importati dal continente da poco scoperto, ricco di prodotti ignoti agli abitanti della vecchia Europa: uno tra questi fu di più larga fama per gli avvenimenti clamorosi che ne accompagnarono la sua diffusione; la scoperta delle virtù antipiretiche della corteccia dell’albero di china, e, poi, la radice di Colombo, le foglie di digitale, il legno guaiaco, la radice d’ipecacuana, il cui uso era già noto da secoli agli abitanti del brasile.
Il farmaco che suscitò grande meraviglia fu la corteccia di china. Le sue virtù terapeutiche furono introdotte in Spagna grazie alla contessa di Chincon, moglie del Viceré spagnolo nel Perù, che ammalatasi di febbri intermittenti, guarì per mezzo di questa droga. All’epoca la china era distribuita in forma di polvere costituita dalla corteccia macinata.
L’antimonio fu un altro medicamento che nel secolo XVII ebbe una storia movimentata. Minerale quanto mai pericoloso per la sua alta tossicità, ne era tassativamente vietato lo spaccio da parte dei ciarlatani che ne facevano largo uso nella preparazione dei loro secreti. Già noto fin dall’antichità, l’antimonio fu introdotto come terapia da Paracelso; la sua azione era di emetico – purgativo che poteva diventare pericoloso ed anche mortale se le dosi superavano la soglia massima o se il paziente non aveva la resistenza necessaria a sopportarlo. C’erano diversi modi per somministrare l’antimonio; più particolare era quello che consisteva nel fondere con esso tazze speciali che erano dette calice chimico, tazza purgativa perpetua, tazza rolandina, ecc. L’utilizzo era semplice: si riempiva la tazza di vino rosso o bianco e si lasciava a riposo per 12 ore se si era in estate e in 24 se si era in inverno. Passate le ore si beveva il vino che per reazione aveva formato al suo interno il tartaro emetico.
Le conoscenze scientifiche dell’epoca non consentivano di ipotizzare l’eziopatogenesi della peste. Non si conoscevano disinfettanti (l’uso del cloro come antisettico risale al 1700 e quello dello iodio al 1873) né tanto meno si conoscevano i chemioterapici, per i quali bisognerà attendere il 1935. Per difendersi dal contagio, i medici raccomandavano di tenere in bocca una spugna imbevuta di aceto o di sostanze odorifere, che gli stessi sanitari usavano quando andavano a visitare gli appestati. Non esistendo i disinfettanti si utilizzavano vari rimedi al fine di “purificare” l’aria: bruciando zolfo, polveri da sparo, legni aromatici, imbiancando nuovamente le pareti delle case dove avevano soggiornato gli ammalati, nella convinzione che la calce possedesse energiche proprietà disinfettanti. Come rimedio antipestilenziale c’era “l’erba degli Angeli”, cioè l’Angelica che in realtà ha efficacia nelle dispepsie, nel meteorismo, nelle enteriti e cui effetto sulla peste era ovviamente nullo. C’erano poi rimedi famosi come l’Aceto dei quattro ladri, le pillole antipestilenziali (ricche di mirra, aloe, zafferano) e il Balsamo del Samaritano.
Tra i rimedi più reclamizzati c’era l’Elettuario dell’Orvietano, potente controveleno, inventato da Girolamo Ferrante da Orvieto, il medicamento più venduto e reclamizzato ma anche quello più imitato dai ciarlatani. L’Orvietano conteneva nella sua ricetta originale: radice di scorzonera, carlina, imperatoria, angelica, dittamo bianco, galanga, genziana, foglie di salvia, rosmarino, ruta, cardo santo, dittamo cretico, bacche di lauro, ginepro, cannella, garofani, macis vipere con il cuore e il fegato. Il tutto era polverizzato e condito con miele ben caldo e somministrano a dosi da uno a quattro cucchiai. Provocava vomito ed era utilizzato come purga ma non solo: il suo potere era soprattutto emetico e in più l’oppio contenuto nella teriaca serviva per lenire i dolori addominali.
Il Balsamo Innocenziano era un medicamento molto in vigore nel Seicento, che fu composto dietro richiesta di Innocenzo XI nella sua spezieria. Specifico per il trattamento delle ferite, nelle contusioni, e nelle distorsioni, il balsamo aveva un potere cicatrizzante.
Il rosolio stomatito era considerato un vero e proprio segreto farmaceutico, consigliato sia da medici sia da ciarlatani. Nel Seicento, dopo attenti esami la ricetta misteriosa fu svelata: non si trattava che di un banale miscuglio di genziana, zucchero e acquavite di bassa gradazione. Un’alternativa al rosolio stomatito era l’acqua medicamentosa che conteneva oltre ai miscugli contenenti nel rosolio, una soluzione di allume di rocca in alcool.
La teriaca era prodotta e vendute dalle maggiori spezierie dell’epoca. L’etimologia del nome rappresenta ancora un dibattito aperto. Il prefisso greco ter significa bestia velenosa (si suppone la vipera); aca deriva dal verbo akeomai (sanare), per cui si deduce che un tale vocabolo significava “vipera guaritrice”. Di teriache ce ne erano tante e ognuna aveva la sua variante. Le vipere erano private di testa e coda, scorticate, aperte, lavate a lungo e messe a cuocere in acqua pura a fuoco lento per separare la carne dalla spina dorsale. Una volta cotta, la carne era pestata in mortaio per ricavare sottili lamelle che erano messe a seccare all’ombra e in un luogo orientato verso il sole di mezzogiorno. L’intera operazione richiedeva quindici giorni al termine dei quali si trasferiva il preparato in vasi di stagno, vetro e qualche volta d’oro, dove veniva conservato.
Il mercurio fu largamente utilizzato nel trattamento della sifilide. Fu Paracelso a sostenere, inascoltato, l’efficacia del mercurio nella terapia della sifilide screditando, nel frattempo, il guaiaco come rimedio insicuro e incapace di prevenire altre ricadute. I composti del mercurio furono utilizzati oltre che contro la sifilide anche come diuretici e come disinfettanti e nel 1617 fu proposto anche come antielmintico con l’avvertimento che, se assunto a piccole dosi, era velenoso soltanto contro i vermi.
La terapia antielmintica prevedeva un regime di vita tranquillo, un’alimentazione priva dei derivanti del latte, pesci e vino, e l’assunzione di cicoria, acqua di gramigna o sciroppo di assenzio. Seguiva la somministrazione di evacuanti, spesso a base di aloe. Notissimo come antielmintico era l’impiego della Felce maschio. Tuttavia la tossicità della felce maschio era altrettanto nota: poteva infatti provocare aborti, vomito, malessere generale, astenia, annebbiamento della vista, lipotimia, sonnolenza, dispnea, convulsioni, insufficienza cardiaca. L’assenzio era utilizzato come antielmintico ed era anche uno degli ingredienti dei maggiori antipestilenziali dell’epoca. Anche in questo caso c’erano degli effetti collaterali: crisi epilettiche, diarrea, vomito, crampi gastrointestinali.
La corallina officinalis, così denominata perché nasce sugli scogli e ricorda per l’aspetto un piccolo polipaio di corallo, è una pianta la cui droga era impiegata come antielmintico.
Si può concludere che le medicine e i rimedi del tempo avevano un loro spazio e una loro storia e rimanevano ancora intrise di un quotidiano antico fatto di tradizioni, credenze popolari, usi e costumi, il tutto inserito in una realtà sociosanitaria che risultava incredibilmente vivo, nonostante le contraddizioni, grazie ai passi avanti della scienza che proprio nel Seicento iniziava a percorrere nuovi sentieri.
Nel rinascimento apparvero due importanti figure della chirurgia Plastica: i Branca e i Vaneo (siciliani i primi e calabresi i secondi) che seppero approfondire le tecniche chirurgiche più avanzate del tempo. Poi il bolognese Gaspare Tagliacozzi specificò la tecnica del lembo brachiale bipeduncolato per la ricostruzione del naso, tecnica chirurgica che è ancora oggi utilizzata.
Nell’ XVI-XVII secolo iniziò il progressivo intervento degli uomini nella storia del parto anche per l’introduzione dell’uso al forcipe che fu applicato per la prima volta nel 1670 dal suo inventore Chamberlen. Questo strumento fu usato così frequentemente da diventare in poco tempo l’origine di gravi abusi.
L'”ostetricia”, uno dei rami del sapere femminile non ancora smentito dalla medicina ufficiale, durante il Medioevo si espresse peraltro in una congerie di azioni, talismani, cure empiriche, scongiuri e pronostici, dando vita a un carosello in cui convivevano conoscenze dei poteri terapeutici di erbe, pietre e acque e magismi di arcaica memoria miranti a risanare morbi fisici e turbamenti delle menti: la gran parte di queste azioni erano svolte a buon fine, “per la salute degli infanti” ma è fuor di dubbio che, di fronte alla consapevolezza dell’uso di particolari sostanze, sia i “religiosi” sia i “giudici” e i “medici” (oltre ai parenti) potessero più di una volta, “in caso di qualche inspiegabile malattia infantile” (cosa peraltro frequentissima) incolpare “forze occulte o il soprannaturale”.
Così attraverso i secoli, l’azione delle donne-medico, che controllavano i momenti di crisi biologica individuale (nascita, malattia, morte),fu interpretata ora come conseguenza naturale del ruolo assistenzialistico della donna, in cui le cure verso prole ed infermi si situavano di diritto, ora come mezzo potenzialmente pericoloso nelle mani di quella parte del genere umano fallace, discendente dalla “Prima Peccatrice”, per le appartenenti al quale era sempre più netta la somiglianza con le “Parche”, le dee del destino che filano e recidono il fato degli uomini. Il tracollo del matriarcato, sotto cui la medicina popolare trovava vigore, pose infine (specie tra XVI e XVII secolo) le basi per accuse di superstizione che, istituito l’ordine dei medici, colpirono tante guaritrici.
Il forcipe, pur essendo stato inventato tra la fine del XVI e il principio del XVII secolo, divenne il simbolo della nuova ostetricia e l’esplorazione ginecologica per mezzo di “specula” ebbe il suo primo impiego scientifico. Intorno alla metà del XVIII secolo i vari governi cominciarono a prendere atto della situazione femminile: l’elevatissima mortalità da parto, il grande numero degli aborti, l’infanticidio e l’abbandono dei figli erano alcuni dei problemi a cui si doveva fare fronte. Il primo passo fu la formazione di personale specializzato.
La diffusione dei primi trattati scientifici, oltre a eliminare le inevitabili distorsioni della tradizione orale, suscitò, infatti, un vivo interesse per l’ostetricia, promuovendone lo sviluppo scientifico e modificandone profondamente la tecnica e lo strumentario operativo. Tuttavia, la secolare separazione tra l’esercizio della pratica ostetrica, affidata alle levatrici, e l’ostetricia scientifica, monopolio di medici e chirurghi, impedì che le acquisizioni dottrinarie trovassero anche nell’età del Rinascimento una corretta applicazione pratica. Tale situazione si protrasse fino al XVII secolo, quando l’ammissione dei chirurghi al parto normale in Francia diede l’avvio a un’impostazione moderna e scientifica dell’ostetricia. Grandi progressi nella tecnica e nello strumentario operativo modificarono profondamente la pratica ostetrica: si diffuse l’uso del forcipe; fu introdotto il metodo dell’antisepsi che debellò la febbre puerperale, fu rivalutato il taglio cesareo, un tempo sicura condanna per la madre, dapprima con l’intervento demolitore di E. Porro, poi con quello conservativo di M. Saenger. Allo stato attuale, conseguita una netta riduzione della mortalità materna e fetale grazie alle più recenti acquisizioni in campo istologico, fisiologico e biochimico, si è resa sempre più indispensabile l’unione della ginecologia all’ostetricia per uno studio integrale dell’apparato genitale femminile in tutte le sue estrinsecazioni funzionali. In effetti, come le affezioni ginecologiche condizionano strettamente le modalità e le possibilità stesse di sviluppo della gravidanza, così le ripercussioni patologiche di una gravidanza anomala possono talora provocare danni notevoli. Una profilassi ginecologica adeguatamente svolta allo scopo di prevenire tali reciproche interferenze, può favorire il normale svolgimento delle funzioni cui l’apparato genitale femminile è preposto.
In questo secolo l’uso delle parrucche divenne una moda dilagante: intorno al 1650 una classe di artigiani senza pretese chirurgiche si staccò dai barbieri e costituì un’associazione autonoma, i barbiers-perruquiers, tutelata, nella sua attività di confezione e vendita di parrucche, da una serie di editti reali che proibivano formalmente ai barbieri-chirurghi di invaderne il campo. Questi ripetuti interventi del potere reale possono sembrare patetici tentativi di mettere un po’ d’ordine all’interno di una situazione molto confusa e contraddittoria. La pratica medico-chirurgica sfuggiva in realtà a qualsiasi controllo ufficiale: molti medici esercitavano senza averne i titoli, molti si fregiavano di attestati fasulli o di diplomi sotto forma di lettere, rilasciati da autorità locali, il cui valore intrinseco era meno che nullo.
L’accordo del 1655, l’unione di chirurghi e barbieri-chirurghi in un’unica corporazione, non solo non portò alcun chiarimento definendo in modo definitivo nell’ambito d’intervento del chirurgo, ma fu anzi responsabile della grave confusione che continuò a regnare in questo campo, almeno fino all’inizio del XVIII secolo.
La richiesta di fusione delle due comunità, ennesimo momento della secolare lotta tra chirurghi, barbieri, e dottori della Facoltà di medicina, si risolse a tutto vantaggio di questi ultimi che accettarono la richiesta con la clausola riduttiva che la nuova associazione si modellasse sulla corporazione dei barbieri-chirurghi, sotto l’autorità del primo barbiere del re e con le garanzie dei precedenti statuti.
E solo con gli editti del 1699 e con l’istituzione del titolo di “esperto” che si comincia a intravvedere un progetto articolato di definizione dell’ambito professionale delle varie specialità chirurgiche.
Nell’atto operativo il chirurgo non può prescindere dall’aiuto di strumenti che gli permettano di agire con maggiore sicurezza. L’uso di molti strumenti permette inoltre di limitare il numero e l’opera degli assistenti. Accanto allo strumentario hanno subito una vera rivoluzione di concetti creatori e costruttivi i letti operatori, gli apparecchi d’illuminazione delle sale d’operazione. L’evoluzione della tecnica strumentale ha seguito di pari passo l’evoluzione nei concetti terapeutici e le maggiori esigenze, non solo della chirurgia viscerale, ma anche della chirurgia “esterna”.
Il riconoscimento ufficiale della classe dei medici e dei chirurghi, l’insegnamento delle scienze mediche nelle università, il rilascio di diplomi per l’abilitazione all’esercizio della medicina contribuì sicuramente a regolamentare la pratica sanitaria, per lo meno a livello cittadino. Anche il barbiere, dentista e salassatore, era vincolato al possesso di una licenza e sottostava alle norme di polizia e all’autorità del Protomedico in un quadro legislativo differente da città a città, da stato a stato, ma comunque riconducibile a principi regolatori molto simili, volti in linea di massima a reprimere l’attività abusiva. Nonostante ciò certe pratiche terapeutiche continuarono a essere esercitate da empirici, privi di qualsiasi riconoscimento ufficiale, che si trasmettevano solitamente di padre in figlio, insieme con la professione, una serie di conoscenze acquisite per tradizione e per esperienza. Alcuni tra questi cercarono di ottenere una forma di legittimazione entrando a far parte di corporazioni e comunità, quelle dei barbieri in particolare, ove queste esistevano, altri continuarono a praticare ai margini della legalità, andando a infoltire quella vasta e indefinibile categoria di operatori ambulanti, cavadenti di piazza, ciarlatani e saltimbanchi.
Il primo libro in lingua italiana in cui la materia odontoiatrica è trattata indipendentemente dalla medicina generale e dalla chirurgia, pur limitandosi all’aspetto igienico-estetico, è proprio opera di un barbiere, Cintio d’Amato che lo pubblicò a Napoli nel 1632, con il titolo: Prattica nuova et utilissima di tutto quello, ch’al diligente Barbiero s’appartiene. È un eccellente trattato di chirurgia minore (salasso, cura delle ferite) nel quale sei capitoli sono dedicati al trattamento dei denti e delle gengive, in particolare al modo di mantenere i denti saldi, bianchi e senza tartaro.
Il primo uso conosciuto del termine operateur per indicare un praticante l’arte odontoiatrica si ritrova sul frontespizio dell’opera di Arnauld Gilles, La Fleur des Remedes contre le Mal des Dents (1621), nel quale l’autore si definisce appunto Operateur pour le mal des dents. Quasi tutti gli operateurs di cui conosciamo il nome furono al servizio dei re di Francia, durante il XVII secolo; la presenza a corte di un operateur du Roi fu definitivamente stabilita e regolata da Luigi XIV e in virtù dei benefici e dei privilegi loro concessi, i dentisti del re erano gli unici a possedere un titolo ufficiale, diplomi e attestati di cui continuavano a fregiarsi anche una volta terminato il loro incarico a corte.
Il termine operateur, applicato al praticante l’odontoiatria, sembrerebbe definirlo come uno specialista in chirurgia, e così è stato inteso da parte di una certa letteratura storico-medica che afflitta da complessi d’inferiorità, nel tentativo di nobilitare le origini della professione odontoiatrica, tende a sottovalutare l’apporto, talvolta decisivo alla nascita dei primi dentisti indipendenti, della più umile figura del barbiere-chirurgo, privilegiando appunto l’aspetto strettamente chirurgico. In Francia, verso la fine del XVII secolo, ritroviamo il termine “esperto” per designare una categoria di specialisti (erniari, litotomisti, ortopedici, oculisti, e naturalmente dentisti) cui affidare una serie di operazioni chirurgiche, abbandonate prima di allora a empirici e ciarlatani.
Sonnet de Courval, nella sua Satfre contre les charlatans… (1610), dà una vivida rappresentazione del modo di operare di un famoso ciarlatano, tale Gerolamo Ferranti detto l”‘Orvietano”, che godeva di fama e reputazione in Francia all’inizio del XVII secolo:
“Il suo palco era eretto nella corte del Palais, sul quale saliva superbamente vestito, una grossa catena d’oro al collo, e vantava attraverso mille menzogne e ostentazioni le virtù occulte e le ammirevoli proprietà dei suoi unguenti, balsami, olii, estratti, quintessenze, distillati, calcinati e altre fantastiche confezioni… Quattro eccellenti suonatori di violino sedevano ai quattro angoli del suo teatro… assistiti da un insigne buffone, di nome Galinette de la Galina, che per parte sua faceva mille scimmiotterie e buffonerie per attirare e divertire il pubblico”. Tra le droghe che vendeva c’era un unguento contro le bruciature e per dimostrarne l’efficacia “egli si bruciava pubblicamente le mani con una torcia, fino a renderle tutte vescicate, poi si faceva applicare il suo unguento, che lo guariva in due ore”; ma prima, dice l’incredulo de Courval, egli aveva cura di lavarsi segretamente le mani con una certa acqua che aveva la proprietà di preservare la pelle dall’azione del fuoco e di produrre sulla superficie delle vescicole formate da una sostanza che vi era disciolta. Smerciava inoltre un altro balsamo per le ferite da arma bianca a garanzia del quale mostrava le cicatrici di ferite che egli si procurava personalmente, guarite, a suo dire, dopo solo ventiquattro ore.
Nell’esercizio dell’arte dentaria si era fatto una grande reputazione strappando gratuitamente i denti col solo aiuto delle mani e senza causare dolore. Secondo de Courval il Ferranti, cui riconosceva un’abilità fuori dal comune, provvedeva sempre ad applicare con le dita una polvere narcotica che anestetizzava la parte da trattare e poi una sostanza caustica che produceva un’escara gengivale, causticando il dente fino alla radice, tanto che una minima trazione era sufficiente a permetterne l’estrazione. Non era certo questa la tecnica utilizzata dal Ferranti: la sua fama quale dentista fu senza dubbio anche il frutto di un’abile mistificazione, comune a molti ciarlatani cavadenti di ogni tempo e paese. I denti estratti con tanta maestria non erano altro che denti cavati in precedenza e che erano mostrati mentre sortivano dalla bocca di compari particolarmente abili nel simulare le sofferenze del mal di denti.
Era proprio il dolore di denti che motivava la decisione, spesso rimandata all’estremo, di farsi cavare i denti marci; e la fama di un cavadenti era direttamente proporzionale alla sua abilità nell’usare i ferri chirurgici.
Gli operatori ambulanti, che non avevano una sede fissa per il loro esercizio, si trasferivano a cavallo o a dorso di mulo, da un paese all’altro frequentando periodicamente le fiere e i mercati: erano i dentisti del mondo rurale, venditori di droghe e chirurghi improvvisati (i salassi e le avulsioni dentarie erano gli interventi più praticati e meno costosi), in genere tollerati e talvolta anche protetti dalle autorità locali.
Nei grandi borghi e nelle città il ciarlatano esercitava di preferenza su una pubblica piazza: era il “dentista di professione”, vestito con abiti eleganti e a colori vivaci che dall’alto del suo palco, le cui pareti erano tappezzate di diplomi (spesso fasulli) attestanti la sua abilità nell’arte di cavar denti senza procurare dolore, vantava i mirabili pregi dei suoi rimedi e le sue strabilianti capacità operative. Molti si presentavano come allievi dei più noti dentisti
dell’epoca, assumevano il nome di altri operatori di fama e si dichiaravano, secondo le opportunità, originari di qualsiasi paese. Il paziente era sistemato su una sedia o uno sgabello, spesso sul tavolato del palco, a gambe penzolanti, mentre l’operatore agiva alle sue spalle, servendosi dei classici strumenti. I ciarlatani, naturalmente, erano tenuti a pagare le imposte fissate dall’amministrazione cittadina per esercitare in pubblico la loro professione, che si basava essenzialmente sulla vendita di elisir, pomate, pozioni, unguenti, balsami contro tutti i mali. Spesso la formula doveva essere preventivamente approvata dai Magistrati alla Sanità, come nel caso di questa ricetta di uno specifico venduto da un cavadenti veneziano nel XVIII secolo.
Con l’editto reale del 1699, infatti, si subordinava la pratica della chirurgia minore al superamento di un esame teorico e pratico, che il candidato doveva sostenere di fronte a un collegio di esaminatori presieduto dal Primo Chirurgo del Re.
Superato l’esame, che, poiché non s’istituivano corsi preliminari, non poteva che limitarsi a un controllo di una generica capacità professionale comunque acquisita, il neo diplomato assumeva il titolo, ufficiale a tutti gli effetti, di “esperto”, in campo odontoiatrico expert pour les dents.
Era così associato alla vita di una “Comunità di Maestri Chirurghi”, sottoposto all’autorità del Primo Chirurgo, impegnandosi a versare i contributi d’uso e a non superare i limiti imposti all’esercizio della sua arte.
I ciarlatani si occupavano ovviamente nell’aspetto pratico delle malattie del sistema urinario, in particolare dei calcoli. Così da secoli (o meglio, da millenni) la ‘cura chirurgica’ della calcolosi urinaria era divenuta appannaggio pressoché esclusivo di coloro che, come ad esempio i norcini, avevano una certa confidenza con la dissezione e l’anatomia in quanto esperti nel castrare i maiali.
Ovviamente, tra i tanti c’era sempre qualcuno che emergeva per qualche innata capacità ‘operatoria’. E uno di questi fu nella seconda metà del XVII secolo un certo Jacques de Boilieu, passato alla Storia dell’Urologia come Frate Jacques.
Frate Jacques conduceva una vita austera dispensando la sua opera tra villaggi e città, recando a tracolla una piccola sacca con i ‘ferri’. In breve divenne famoso per la sua bravura, tanto da essere ospitato nel prestigioso ospedale Hôtel Dieu di Parigi ed essere ammesso alla corte di Luigi XIV, dopo aver operato con successo un calzolaio affetto da una grave calcolosi.
Storicamente va però ricordato che Frate Jacques non è stato un semplice esecutore dei metodi tramandati dalla tradizione: certo, in un primo tempo dovette seguirli pedissequamente, ad esempio praticando un’incisione nel perineo per raggiungere la vescica e asportare il calcolo (quando riusciva a localizzarlo) e applicando poi sulla ferita esterna una benda imbevuta di vino e olio.
Ma con la pratica, résosi conto che una tale tecnica comportava non pochi inconvenienti, inventò un metodo d’incisione che consentiva di ottenere sulla parete vescicale un’apertura molto più ampia per favorire l’uscita del calcolo e rendere l’operazione più rapida e meno dolorosa.
Tuttavia, tanta perizia, ma sopratutto i lauti guadagni legati alla sua fama, suscitarono l’invidia dei medici e dei barbieri-chirurghi francesi, tanto da costringerlo a lasciare Parigi, e accettare l’invito del Conte delle Fiandre affetto da alcuni calcoli vescicali che gli rendevano difficile la minzione. Prima di sottoporsi all’intervento, il Conte volle però accertarsi personalmente della reale bravura di Frate Jacques, e pretese di presenziare all’intervento su ben ventidue pazienti di ‘mal della pietra’. Soltanto dopo aver constatato i buoni risultati decise di farsi operare.
Ma per lui le cose non andarono per il verso giusto. Con grande smacco per Jacques, il quale, per evitare ulteriori guai e ritorsioni, abbandonò precipitosamente la Francia, accolto con tutti gli onori in Olanda, in Belgio e in Italia. Continuerà ovunque a operare e a estrarre calcoli, non soltanto a personaggi di rango ma (gratuitamente) anche alla povera gente. Tant’è che alla fine, per sostenere la propria famiglia fu costretto a far fondere tutti gli oggetti d’oro ricevuti in dono.
Qualunque sia oggi il giudizio che si può dare di Frate Jacques, anche tenendo conto delle cognizioni e della tecnologia del tempo, è innegabile che egli sia stato l’iniziatore del metodo di laterale della vescica, che avrebbe dominato per un buon secolo la chirurgia della calcolosi vescicale.
Nell’alto medioevo l’ospedale è soprattutto uno xenodochio (dal greco xenos = “ospite, straniero” e dokeion = “ospizio”). Nel basso medioevo è soprattutto un ospedale nel senso più moderno. Infatti, svolge un’azione prevalentemente di riparo, ma sempre più indirizzata a malati, vecchi e bambini, quindi brefotrofi (dal greco brefos = “neonato” e trefo = “nutrire”), orfanotrofi (dal greco orfanos = “privo di”) e gerontocomi (dal greco geron = “vecchio”).
Tra il XII e il XIII secolo, la lebbra ebbe la sua massima espansione; si ebbe quindi una crescita numerica dei lebbrosari. Alla fine del XIV secolo compare in Europa la peste con la sua carica di morti. Il lebbrosario è una struttura per cronici, inguaribili, strutturata come una piccola città, nata per isolare, non per guarire. Il lazzaretto nasce per gli acuti, a pericolosità altissima, ma con la possibilità di recupero. Con il lazzaretto inizia la storia dell’ospedale moderno.
Il maggior ospedale conosciuto dell’epoca si trovava al Cairo: l’Ospedale di Al-Mansur, fondato nel 1283, era strutturato con una divisione per reparti specialistici, secondo una logica attuale; prevedeva anche una sezione di dietetica coordinata con la cucina dell’ospedale, un reparto per i pazienti esterni, sale di conferenze e biblioteca.

(A cura di Enrico Rosa)

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