L’ARTE DEL SEICENTO

Il Seicento fu un secolo molto florido dal punto di vista delle innovazioni e delle idee pittoriche, infatti vi furono alcuni Artisti che diedero vita ad una corrente pittorica molto spettacolare.
Questa tecnica, cerca di dare l’ illusione dell’ infinito, del superamento del limite architettonico , come nelle decorazioni di cupole e volte di chiese ed importanti palazzi pubblici e privati. Questa pittura illusionista, sembra dilatare le pareti, sfondare i soffitti, creando composizioni libere e movimentate. Lo scopo di questa particolare tecnica è quello, oltre che di impressionare e stupire chi osserva queste opere, di esaltare e fare sfoggio di tutta la ricchezza ed il potere dei grandi Signori e Religiosi che commissionavano questi lavori.
L’ Arte Barocca nacque in Italia e poi si diffonde ,durante il corso del Seicento, in tutta Europa.

CARAVAGGIO

Uno dei maggiori Maestri che riuscirono a far grande l’ Arte pittorica della fine del Cinquecento ed i primi anni del Seicento fu Michelangelo Merisi, meglio conosciuto come “il Caravaggio” (1571-1610).
Questo grande pittore, rifiuta gli artifici e gli eccessi di quella corrente artistica, che si stava ormai diffondendo ovunque già da un po’ di anni, e cioè il Manierismo, per privilegiare un arte che rappresenti, una realtà vera, a dimensione degli uomini. La pittura del Caravaggio infatti, usa un linguaggio immediato e semplice, i soggetti religiosi vengono “umanizzati” ed “attualizzati” dall’ Artista, nei visi e negli atteggiamenti dei personaggi (Madonne, Santi, Gesù) si vedono espressioni umane, che possiamo intravedere quando guardiamo i nostri simili, e vediamo anche abiti contemporanei dell’ epoca, a volte modesti, che nulla fanno pensare agli sfarzi che può avere una potenza come è la Chiesa Cattolica a quel tempo; insomma l’ Artista, cerca di avvicinarsi molto alla realtà che gli sta attorno, l’ umile e le scene quotidiane, in ambienti poveri e spogli, questi sono i temi principali delle sue opere.
Tutto questo, oltre che per il suo “caratteraccio”, gli portò molti guai anche giudiziari, ma questi non lo distolsero dal continuare i propri studi e le proprie ricerche, portando così il Caravaggio a sviluppare una tecnica pittorica che cambiò di molto il modo di realizzare e riprodurre dipinti, specialmente per quanto riguarda la riproduzione delle luci e delle ombre nelle varie composizioni artistiche.
La precisione del disegno e la cura nei particolari danno un ulteriore concretezza alla realtà riprodotta dal Caravaggio, mentre i contrasti chiaroscurali creano volumi, l’ alternanza luce-ombra, oltre a dare risalto plastico alle figure, si concentra sui volti o sui gesti più significativi della rappresentazione, accrescendone la drammaticità e l’ emozioni trasmesse.

ANNIBALE CARRACCI

Annibale Carracci iniziò l’apprendistato nella sua famiglia. Nel 1582, Annibale, suo fratello Agostino e il cugino Ludovico aprirono una bottega di pittura, inizialmente chiamata Accademia dei Desiderosi e successivamente denominata Accademia degli Incamminati. Lo stile dei Carracci univa la lezione della scuola fiorentina, che basava tutta la pittura sulla linea e sul disegno, a quella della scuola veneziana, che puntava, invece, sul colore. Tra il 1589 e il 1592, i tre Carracci completano gli affreschi raffiguranti la Fondazione di Roma per Palazzo Magnani a Bologna. Nel 1592, Annibale dipinge un’Assunta per la cappella Bonasoni, in San Francesco. Nel 1593, il pittore realizza una pala d’altare, la Madonna col Bambino, san Giovannino e i santi Giovanni e Caterina, lavorando assieme a Lucio Massari. Dello stesso anno è la Resurrezione di Cristo. Durante il 1593-1594, i Carracci lavorano insieme agli affreschi di Palazzo Sampieri, sempre a Bologna. Gli affreschi monumentali di Bologna diedero grande notorietà ad Annibale, tanto che il cardinale Odoardo Farnese lo incaricò di decorare il piano nobile di Palazzo Farnese, a Roma. Tra il novembre e il dicembre del 1595, Annibale, accompagnato da Agostino, andò quindi a Roma per iniziare la decorazione del Camerino, con le storie di Ercole. Contemporaneamente, il pittore iniziò a sviluppare centinaia di disegni preparatori per il lavoro principale, lasciando i suoi collaboratori ad affrescare i soffitti del salone maggiore con i temi laici dei quadri riportati, raffiguranti Gli amori degli Dei. Questi lavori ispireranno successivamente altri grandi artisti barocchi. Lungo tutto il diciassettesimo e diciottesimo secolo, gli affreschi di Palazzo Farnese furono considerati i capolavori assoluti della pittura ad affresco del tempo. La loro importanza non fu solo puramente artistica, ma anche procedurale: le centinaia di schizzi preparatori di Annibale divennero un passaggio fondamentale nella composizione di qualunque dipinto ambizioso. Non è chiaro quanti altri lavori completò Annibale dopo gli affreschi di Palazzo Farnese, da alcuni carteggi si sa che nell’aprile del 1606 un umore pesantemente malinconico gli impediva di dipingere per il cardinale Farnese. Tra i quadri realizzati a Roma da Annibale si può ricordare la Santa Margherita dipinta per la cappella Bombasi della Chiesa di Santa Caterina dei Funari. Nel 1609 Annibale morì e fu sepolto, come da sua volontà, nel Pantheon, a fianco della tomba di Raffaello. Annibale Carracci fu decisamente eclettico quanto a tematiche affrontate: paesaggi, scene di genere e ritratti (che includono anche una serie di autoritratti). Fu uno dei primi artisti a dare risalto al paesaggio, ponendolo in primo piano rispetto al soggetto rappresentato; come nel suo capolavoro Paesaggio con la fuga in Egitto. Lo stile del Carracci presenta anche un lato meno formale, che risalta nelle sue caricature e nelle sue prime scene di genere, come il Mangiafagioli.

PITTURA OLANDESE

Nei quadri di Rembrandt, Vermeer, Hals, Hobbema e degli altri pittori del “secolo d’oro”, il popolo dei Paesi Bassi, scrollatosi di dosso la feroce oppressione della Spagna, volle ritrovare, come scrisse Hegel, “la nettezza delle sue città, delle sue case, dei suoi utensili domestici; volle gioire della sua pace domestica, dell’abbigliamento decoroso delle sue donne e dei suoi bambini, dello splendore delle sue feste municipali, dell’audacia dei suoi marinai, della fama dei suoi commerci e dei suoi navigli, che solcavano tutti i mari del mondo”.
Con la fondazione dello Stato nazionale d’Olanda nasce il grande realismo olandese del ‘600.
Per tutto il ‘500 l’arte delle province settentrionali era stata subordinata soprattutto al manierismo cosmopolita di Anversa, imposto e coltivato dal dominio spagnolo ed ecclesiastico.
Il realismo del “secolo d’oro” della pittura olandese è inseparabile dalla rivoluzione borghese, la prima rivoluzione borghese vittoriosa in Europa, che trasformò le sette province dei Paesi Bassi in un vero e proprio Stato capitalistico: queste sette province si erano fieramente staccate dalle province meridionali le quali, per paura del movimento popolare irrompente nella rivoluzione, avevano deciso di rimanere legate alla Spagna.
Nelle nuove Province Unite è in atto un ordinamento aristocratico borghese, ma al confronto con gli altri paesi d’Europa ancora oppressi dalle monarchie feudali, l’Olanda appare veramente come il regno del benessere e della libertà. Studiosi e scienziati vi giungono da ogni parte ed i centri culturali si moltiplicano: Leida, Haarlem, Amsterdam, Utrecht, Doerdrech, Delft. E’ in questo clima che gli artisti, sotto la pressione dei nuovi contenuti storici assimilati, danno vita ad un’arte di netta e originale fisionomia olandese.
Gli artisti insomma esprimono liberamente le idee e i sentimenti della società a cui appartengono. Ogni artista afferma la propria personalità.
Il protestantesimo, abbracciato dalla borghesia olandese nella forma del calvinismo, rifiutava le immagini cattoliche dei santi. D’altra parte la pittura mitologica presentava la tematica che non interessava più. Ciò che i borghesi volevano veder rappresentato dai loro pittori era ciò in cui credevano, ciò che amavano, ciò che avevano costruito con le loro mani.
Per queste ragioni è soprattutto la felicità, il benessere, la potenza della borghesia vittoriosa che i pittori del ‘600 dipingono. Più che il periodo eroico della guerra dell’indipendenza, ecco dunque apparire nei quadri i paesaggi della patria salvata, i porti e il mare su cui si intrecciano i commerci, sorgente della ricchezza nazionale, ecco gli interni delle case dove finalmente è possibile vivere in pace, e le osterie e gli alberghi dove si può bere e cantare senza il terrore dell’inquisizione, ecco i ritratti degli uomini e delle donne che sono i protagonisti di questa storia.
I pittori olandesi del ‘600 esprimono dunque ottimismo e sicurezza, e li esprimono con un linguaggio pittorico fermo, nitido, compiuto.

JAN REMBRANDT

Il più grande dei pittori olandesi è Jan Rembrandt (nato il 15 luglio 1606 a Leida). Egli è un artista ricco di pensiero e di profondità. Rembrandt infatti scruta nelle cose e nell’uomo, portandone alla superficie, con estrema perfezione, il significato e tale significato riassume il giudizio. Per questa sua profondità egli è forse l’unico artista olandese del suo tempo che abbia avvertito le contraddizioni che già esplodevano nella giovane società borghese. Delle verità umane, civili e morali maturate nel corso della rivoluzione egli è pervaso e la sua arte ne è la costante espressione. Ed è proprio questa la ragione prima del contrasto che, verso gli ultimi anni della sua vita, egli suscita intorno a sé con le sue opere.
Della realtà sociale, Rembrandt ci ha lasciato una viva documentazione in una serie di rapidi e incisivi disegni: mendicanti coperti di stracci, vecchi che camminano a fatica, contadini sfiniti da un lavoro bestiale, povere madri coi loro bambini sulle ginocchia; tutta un’ umanità sofferente che Rembrandt riguarda con animo partecipe e commosso. Ma naturalmente ben altre cose chiedeva la borghesia agli artisti. I suoi gusti, infatti, stavano cambiando: alla semplicità, alla franchezza, alla fierezza e alla forza, subentrava lo sfarzo, la raffinatezza, l’eleganza. Ed è proprio tutto ciò che si comincia a richiedere ai pittori. Ed è per questa strada che finisce il “secolo d’oro” della pittura olandese. Ma è pure su questa strada che Rembrandt, primo fra tutti, non vuole avviarsi. Tra lui e la società che lo circonda non c’è più quella coincidenza rivoluzionaria d’intenti e di sentimenti che l’avevano ispirato, che gli avevano ottenuto il più largo consenso, permettendogli di creare capolavori universalmente celebrati. Egli continua a dipingere seguendo quell’ispirazione forte, ferma, virile, di cui sempre si era nutrito. Ma tutto ciò lo conduce ad una pittura drammatica, con accenti appassionati, in cui il dramma generale si mescola al dramma della sua vita. L’artista si sente solo e in realtà resta solo. Di questa solitudine addolorata fanno testimonianza i suoi ultimi autoritratti. La conseguenza di ciò è la rovina finanziaria di Rembrandt, la confisca della sua casa, la miseria. La sua pittura grave, solenne, profonda è ormai estranea alla sua patria.

FRANZ HALS

Scarse sono le notizie sulla vita di Franz Hals.Per tradizione è stato considerato un ottimista, amante del vino e sempre in difficoltà economiche e per questo più volte processato.
Nonostante la pessima fama, l’artista godette della stima della borghesia, lavorando con teologi, predicatori, amministratori pubblici, mercanti, artisti, ufficiali di milizie civiche.
Egli nacque intorno al 1580, probabilmente ad Anversa, da un pannaiolo.
Presto la famiglia Hals dovette lasciare la città occupata dagli spagnoli, per trasferirsi nei Paesi Bassi, dove Franz rimase tutta la vita.
Sposatosi e rimasto vedovo, nel 1617 si sposò con un’analfabeta di basso ceto.
A causa delle sue disgraziate condizioni finanziarie, nel 1636 Hals fu costretto a trasferirsi presso un ospizio. A partire dal 1640 le commissioni si ridussero drasticamente a causa del successo ottenuto da Van Dyck, autore di un ritratto più nobile e monumentale.
Seguirono anni di indigenza, tanto che il comune gli accordò un sussidio.
Nel 1664 i ritratti dei gestori dell’ospizio gli fruttarono un buon compenso.
Il 29 agosto 1666 Hals morì in povertà assoluta, ma gli amministratori comunali in memoria del successo avuto in passato vollero che la salma venisse sepolta nella chiesa di San Bavone.

JAN VERMEER

Jan nacque nella cittadina olandese di Delft, nel 1632, da proprietari di un’osteria e commercianti di opere d’arte.
Nel 1653 si sposa con una ragazza appartenente ad una ricca famiglia cattolica;
dal loro matrimonio nasceranno undici figli, di cui tre morti precocemente.
Alla morte del padre, nel 1655, Vermeer entra in possesso di una cospicua eredità che fra l’altro include l’osteria, eredità che però non migliora le sue precarie condizioni economiche.
Vermeer muore nel 1675 all’età di 43 anni, lasciando la moglie carica di debiti, tanto che la donna è costretta a scrivere alle autorità una supplica perché le sue condizioni economiche non le permettono di far fronte ai numerosi creditori, solo in parte saldati con i pochi dipinti che alla morte dell’artista si trovavano in bottega.
Nel 1696 all’asta ad Amsterdam sono venduti ventuno dipinti di Vermeer.
Ma presto il pittore viene dimenticato e già il suo nome è escluso dalle pubblicazioni d’arte di fine Seicento.
È solo nell’Ottocento grazie ai pittori realisti che la pittura di Vermeer sarà riscoperta ed apprezzata soprattutto in Francia.
Per Vermeer l’arte è la bellezza della linea e la rigorosa associazione dei colori, ma è anche un repertorio limitato di modelli e di accessori: una finestra, una tavola, una figura assorta, un oggetto quotidiano.
Anche Van Gogh si stupisce della semplicità della tavolozza del pittore, che pur tuttavia è completa.
Maestro assoluto dell’interiorità e del silenzio, Vermeer ci restituisce un quadro che esiste per se stesso, il cui unico fine è la bellezza.
In Vermeer la luce non è affatto artificiale: è precisa, normale come in natura.
Il raggio che entra da una parte trapassa lo spazio fino all’altra parte.
Sembra che la luce provenga dal dipinto stesso; infatti un tale, entrando in casa del signor Double, dove era esposto su un cavalletto il “Soldato con la ragazza che ride”, andò dietro la tela per vedere da dove provenisse il meraviglioso splendore della finestra aperta.
In Vermeer non c’è il nero, né scarabocchi né sotterfugi; ogni oggetto appare chiaro, dietro una poltrona, un tavolo, come accanto alla finestra; ogni oggetto ha appena la propria penombra e mescola i propri riflessi alla luce ambiente. La lattaia è un capolavoro noto per la semplicità, la coerenza stilistica, la vibrazione della luce, la fermezza e l’umana poesia che si sprigionano da quel gesto calmo del versare il latte: un umile gesto quotidiano che ha acquistato un’intensa solennità.

MEINDERT HOBBEMA

Molto poco si sa della vita e dell’arte di Hobbema, che nacque ad Amsterdam nel 1638 e dedicò la sua pittura esclusivamente a trasmettere le immagini del paesaggio che lo circondava.
Dalle sue opere emerge un’immagine ricca e viva, talvolta tempestosa e altre volte serena, di ogni aspetto della natura al quale Hobbema accostò lo sguardo per tradurlo in opera d’arte.
II 2 novembre 1668 sposa una domestica di quattro anni maggiore di lui.
Dopo il matrimonio diventa “jaugeur-juré” della città di Amsterdam, impiego che tuttavia, come d’altronde la sua pittura, non gli procurerà una grande fortuna economica: la moglie morirà infatti nel 1704, sepolta, come poi il pittore stesso, nella fossa dei poveri.
Nonostante le molte opere note, Hobbema dovette essere più che altro un dilettante, nel senso che non poté mai dedicarsi interamente alla pittura perché la scarsità delle entrate economiche procurategli dall’esercizio di questa attività lo costrinse sempre a svolgere un altro lavoro e, forse, a smettere di dipingere già prima della morte avvenuta nel 1709.
Solo alla fine del diciottesimo secolo, grazie al collezionismo inglese, la storia ha iniziato a restituire all’artista quella stima e quel riconoscimento che gli mancarono in vita e che la sua opera pittorica mostra di meritare.

(A cura di Claudia Colangelo)

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4 pensieri su “L’ARTE DEL SEICENTO

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