Epicuro : lettera sulla felicità (a Meneceo) (Paolo Cammarota)

Analisi del testo

Epicuro è stato uno dei più importanti filosofi greci post-aristotelici; nato nel 341 a. C. a Samo ha cominciato ad occuparsi di filosofia fin da giovanissimo fondando una grande scuola di pensiero, dalla quale ha preso le mosse la corrente filosofica dell’epicureismo. Egli ci ha lasciato molti scritti, soprattutto di natura epistolare; tra questi “ La lettera sulla felicità” avente come destinatario Meneceo.

Nella lettera rivolta a Meneceo, Epicuro parla della felicità, lo stato d’ animo di natura positiva di chi ritiene soddisfatti i propri desideri ; fin dall’ origine dell’umanità la ricerca della felicità è stato uno dei principali obiettivi ,(se non il principale), degli uomini nonché uno dei più difficili , dal momento che l’uomo non sa come arrivare a raggiungere la felicità , raggiungibile solamente da chi vive secondo ragione.

Epicuro vede nella filosofia la via per raggiungere la felicità; grazie a quest’ultima infatti l’ uomo si libera da tormenti e da desideri irrequieti. Egli parla della felicità come di qualcosa la cui conoscenza appartiene a tutti, giovani e anziani compresi, perché occuparsi del benessere dell’anima è bello a qualsiasi età . Da giovani è necessario conoscere la felicità per preparare sé stessi a non temere il futuro, irrobustendosi in essa; quando si è anziani,invece, in virtù del ricordo positivo di quanto si è stati felici da giovani, per sentirsi ancora giovani .

Epicuro continua a parlare del “bene sommo” facendo riferimento al “quadrifarmaco” ovvero all’insieme delle quattro “ medicine” su cui si basa la filosofia. Il filosofo di Samo continua parlando di divinità, affermando che l’ essenza del divino è materia eterna e felice, e che quindi la divinità è strettamente legata a ciò che è felice. Invita poi gli uomini a non avere timore degli dei in quanto essi, poiché vivono in un mondo separato da quello degli uomini non possono avere alcun legame con questi ultimi. (Questa è la prima delle quattro “medicine” della filosofia).

Il padre dell’ epicureismo parla poi della morte. Non bisogna avere alcun timore nel non vivere più, altrimenti afflitti dalla continua attesa della nostra fine finiremmo con il non goderci la vita stessa; non si ha infatti ragione di temere la morte, perché con la fine della vita scompare ogni possibilità di percepire piacere o dolore . La consapevolezza di chi non ha paura della morte, non è infatti avere “l’ ingannevole desiderio dell’ immortalità”, ma godere la mortalità della vita stessa. La morte non esiste per noi uomini in quanto come dice lo stesso “ quando lei non c’è noi viviamo, quando c’è lei noi non ci siamo”. (Il tema riguardante la paura della morte è la seconda “medicina” della filosofia epicurea).

Si parla poi dell’ uomo saggio. Il vero saggio, a cui né dispiace vivere né teme la morte, cerca di godersi il tempo non in quanto lungo, ma in quanto dolce, come l’uomo a cui non piace mangiare tanto ma bene.

Epicuro parla poi dei desideri, che se soddisfatti portano l’uomo ad essere felice, classificandoli in due categorie:

– desideri naturali,che a loro volta possono essere divisi in:

-necessari, essenziali alla vita dell’ uomo che nascono da un bisogno fisico, che può essere quello di bere o mangiare quando si ha fame o sete;

– non necessari, come per esempio mangiare cibi dal sapore ricercato quando non si ha fame.

– desideri vani, superflui che se non soddisfatti non comportano dolore fisico,come per esempio la brama di ricchezza.

Alcuni desideri necessari sono di primaria importanza per la felicità, altri per il benessere del fisico(mangiare, bere…), altri per la vita.

Conoscere i desideri porta alla perfetta serenità dell’ animo .I desideri che possiede l’uomo sono mossi senz’ altro dal piacere, fine e principio della vita felice; ciò perché l’ uomo, se sereno, e quindi se ha soddisfatto il proprio piacere, non deve più andare alla ricerca del bene per l’animo e per il corpo. Il piacere è anche privazione di dolore e quindi privazione di male, anche se non sempre si sa distinguere il bene dal male. Esso è quindi bene ed aiuta pertanto il corpo a non soffrire . Epicuro parla dei piaceri distinguendoli in due gruppi:

– mobili :che sorgono nel momento in cui si pone di un bisogno (mangiare quando si ha fame);

– stabili: che nascono in assenza di dolore (il piacere che segue la mangiata).

La vita felice non è data dalla grande abbondanza di viveri ,di donne e fonti di divertimento, ma dalla consapevolezza delle cause di ogni scelta . Bene supremo di ciò è la saggezza, madre di tutte le virtù e superiore anche alla stessa filosofia. ”Non si dà vita felice senza che sia saggia, né vita saggia priva di felicità” perché le virtù sono strettamente connesse alla felicità e da questa inseparabili.

L’ uomo saggio così come non prova timore nei confronti della morte e delle divinità, non deve credere che il fato sia una divinità e che sia padrone di tutto. La divinità non opera a caso,al contrario della Fortuna, che può essere causa di bene o male senza alcun criterio. Il saggio crede appunto che le cose non avvengano per fortuna, ma neppure per necessità (essa è irresponsabile), ma per libero arbitrio.In conclusione egli dice che è meglio essere “senza fortuna ma saggi, che fortunati ma stolti”, infatti è preferibile che una persona intelligente non investa un’ illustre carica all’ interno della società, piuttosto che questa venga investita da uno stolto che si trova lì per mero caso. Infine il filosofo di Samo parla del saggio affermando che ” non sembra più nemmeno mortale l’uomo che vive fra beni mortali”.

Commento

Epicuro nella sua lettera cerca di spiegarci qualcosa che pensiamo essere semplice e naturale ma che in realtà è molto complesso: la felicità.

Nella lettera sulla felicità Epicuro parla proprio di questo stato d’ animo, della via utile per raggiungerlo, di tutte le sue caratteristiche, parlando poi di piaceri e desideri su cui si basa la felicità stessa; essa è soddisfazione dei propri desideri, è bene e quindi piacere. Il filosofo ci parla della saggezza, strettamente legata alla felicità; solo chi è saggio e riesce a contrastare i mali e superare le paure esistenti, giunge alla felicità. Quello di Epicuro è una sorta di manuale di istruzioni che l’uomo che non è saggio, deve seguire per raggiungere la felicità.

La filosofia Epicurea considerata come tetrafarmaco ( quattro farmaci),aiuta l’uomo con le sue medicine a superare paure e mancanze e quindi lo aiuta a diventare saggio e di conseguenza in grado di raggiungere la felicità. Come afferma Aristotele, la felicità è il fine supremo, il fine più alto che l’uomo deve raggiungere nel corso della sua esistenza. Il pensiero Aristotelico è molto simile a quello Epicureo, se non fosse per il fatto che secondo lo stagirita la felicità è l’oggetto primo alla base della politica, mentre secondo Epicuro è totalmente a-politica.

Penso che la lettera scritta dal filosofo del IV secolo a.C., ci porti a riflettere su ciò che è veramente la felicità , qualcosa che nella società odierna viene visto come un semplice stato d’animo, un qualcosa di banale. Fin dall’ antichità la sua ricerca è stato uno dei punti fissi nella mente degli uomini, che spesso hanno detto di averla trovata, magari grazie a ricchezza, fama e lusso; ma la vera felicità che andiamo cercando è questa oppure no?

A questa domanda ci da una risposta Epicuro secondo il quale bisogna diventare prima saggi, attraverso il quadrifarmaco e poi giungere finalmente a conoscere la felicità, dopo aver conosciuto profondamente i nostri desideri. Solo quando l’avremo trovata saremo sereni ed appagati.

Concordo con il pensiero epicureo in quanto penso anch’io che per essere felici bisogna innanzitutto superare paure come quella della morte, di un dio-punitore e non fare affidamento al fato, per poi andare alla ricerca dei nostri desideri che generalmente giungono al piacere e quindi al nosrtro bene (la felicità è infatti bene, “bene sommo” secondo Aristotele).

In conclusione penso che la ricerca della felicità sia il più importante scopo della nostra vita e che la nostra vita vada interamente spesa per trovare la felicità, altrimenti essa sarebbe priva di senso.

A cura di Paolo Cammarota

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