Commento alla Lettera sulla Felicità di Epicuro a Meneceo (Vincenzo Romaniello)

C’era un uomo che ad Atene, tra la fine del IV e l’inizio del III secolo a.C., all’ombra degli alberi del suo giardino, insegnava la filosofia ai suoi discepoli. Quest’uomo era Epicuro, la cui dottrina ha avuto una grandissima influenza sulle scuole di pensiero successive, in particolare nell’impero Romano, dove arrivò a scontrarsi con il Cristianesimo religione di Stato. La sua scuola, che perdurò per oltre settecento anni fino al IV secolo d.C. era tenuta in particolare considerazione presso i Romani, infatti i pochi scritti che ci sono rimasti dei trecento originali sono stati tramandati integralmente proprio da un Romano, Diogene Laerzio. Tra questi una lettera “A Meneceo”, che tratta di etica. Per ben comprendere il contenuto dei suoi scritti bisogna ricordare la struttura della sua scuola: era presente una forte impronta di carattere religioso, per cui ad Epicuro venivano attribuiti onori quasi divini. Inoltre i seguaci della sua filosofia (chiamati “filosofi del giardino”) dovevano attenersi strettamente agli insegnamenti del maestro, per cui non sono noti suoi discepoli che abbiamo applicato delle modifiche alla sua dottrina originaria. Non bisogna dimenticare poi che alle lezioni di Epicuro partecipavano anche le donne, giacchè la scuola del Giardino era aperta a tutti; era inoltre un’organizzazione basata sulla solidarietà e l’amicizia e le amicizie tra i discepoli epicurei erano famose in tutto il mondo del tempo.
La lettera a Meneceo si apre con un’esortazione a praticare la filosofia, unico vero mezzo per raggiungere la felicità. Secondo Epicuro ogni età è adatta alla conoscenza della felicità, da giovani come da vecchi è importante e giusto dedicarci a conoscerla: da vecchi, vivendo una nuova giovinezza ricordando la felicità vissuta in passato, da giovani per non temere il futuro. Perché la felicità è in assoluto il bene sommo: quando la raggiungiamo non ci manca nulla, quando non la abbiamo facciamo di tutto per ottenerla.
Secondo il pensatore di Samo l’uomo possiede una nozione innata di divinità che ci suggerisce che la materia divina sia eterna e felice. Afferma anche l’esistenza degli dei, ma non nel modo in cui la gente comune li vede, ovvero ignorando lo stato eterno congiunto alla felicità che è proprio delle divinità. Perciò non va contro gli dei colui che rifiuta la religione popolare, bensì chi gli attribuisce caratteristiche che sono proprie degli uomini.
La prima delle quattro terapie che Epicuro suggerisce agli uomini per liberarsi da ogni irrequietudine e turbamento consiste nel non temere gli dei. Infatti, sapendo che gli dei sono perfettamente felici e ignorano chi non è loro pari, non dobbiamo preoccuparci di eventuali punizioni o pene da essi inflitte poiché gli uomini, non essendo simili agli dei, non sono considerati e le loro azioni sono libere da ogni giudizio divino.
Il secondo “farmaco” consiste nel non temere la morte. Epicuro scrive a Meneceo che la morte non è nulla per gli uomini, dal momento che il piacere e il dolore sono entrambi percepibili tramite i sensi e la morte altro non è che la cessazione del sentire. Chi giungerà a questa consapevolezza sarà a maggior ragione spinto a godere ed apprezzare la condizione mortale della propria vita, privato dell’illusoria speranza di una vita futura immortale. È anche sbagliato temere la morte perché è doloroso sapere che prima o poi giungerà: infatti ciò che non causa dolore sopravvenendo è inutile che ci addolori nell’attesa.
In sostanza per Epicuro la morte non significa nulla né per i vivi né per i morti: quando ci siamo noi la morte non c’è, quando c’è la morte non siamo più. E lo stesso vale per i morti, perché essi già non sono più.
Solo il saggio, al contrario del volgo che fugge la morte come il peggiore dei mali, non desiderando la vita, non può temere la morte.
Stolti sono per Epicuro coloro che predicano ai giovani di vivere bene e agli anziani di ben morire poiché, sia da vecchi che da giovani, una sola è l’arte del vivere bene e del ben morire. Alla stessa stregua sono considerati coloro che vorrebbero non essere mai nati.
Epicuro ci invita anche a tener presente che il futuro non è del tutto nostro, ma neppure del tutto sottoposto al destino: per questo motivo non possiamo essere certi che qualcosa accadrà di sicuro ma allo stesso modo possiamo non disperare del contrario, ovvero che qualcosa sicuramente non accadrà.
Per distinguere gli ultimi due elementi del tetrafarmaco Epicuro si serve delle definizioni di piacere e desiderio.
Tra tutti i desideri che sono propri dell’uomo solo alcuni sono naturali, altri sono inutili; e anche tra i naturali solo alcuni sono anche necessari, come ad esempio quelli che conducono all’eliminazione della sofferenza fisica o in vista del raggiungimento della felicità.
L’uomo che possiederà una corretta e piena conoscenza dei desideri sarà capace di effettuare ogni sua scelta o rifiuto in vista della salute fisica e della quiete dell’animo, essendo questo l’unico fine della vita beata.
Epicuro definisce in maniera “negativa” la felicità, coincidendo essa con l’assenza di sofferenze del corpo o dello spirito, non nella semplice accumulazione di piaceri.
Una volta raggiunta la felicità si dissolverà ogni tormento dell’animo, essendo stati soddisfatti tutti i desideri che hanno reso possibile il raggiungimento di tale stato.
L’etica epicurea è volta in funzione della felicità, che consiste appunto con il piacere, che si identifica a sua volta con il criterio della scelta e dell’avversione. In poche parole si sceglie il piacere, si evita il dolore.
Anche per quanto riguarda il piacere, Epicuro raccomanda un calcolo dei vantaggi e degli svantaggi che ci arreca la scelta di una piacere piuttosto che un male: alle volte infatti conviene non scegliere alcuni piaceri che ci recherebbero più male che bene, scegliendo piuttosto alcuni mali che, dopo una lunga sopportazione, possano recarci un piacere maggiore.
In queste righe si denota una certa propensione all’utilitarismo, specialmente quando consiglia di valutare piaceri e dolori in base ai vantaggi che comportano.
Epicuro elogia inoltre l’autosufficienza, intesa come capacità di accontentarsi del poco, di più facile reperibilità rispetto al molto, in modo da poter apprezzare in maniera ancor maggiore il molto quando si presenta l’occasione.
Allontanandosi da una visione edonistica, Epicuro sottolinea che nella sua concezione il piacere è “nel non soffrire e nel non agitarsi”, ovvero definito come atarassia (assenza di turbamento) e aponia (assenza di dolore). La felicità risiede solo in questa forma di piacere, detto piacere catastematico, che consiste nella privazione del dolore, e non nel piacere cinetico, ovvero nella gioia e nella letizia.
A rendere possibile questa lucida e consapevole scelta dei piaceri in considerazioni dei vantaggi è la saggezza, considerata superiore persino alla filosofia madre di tutte le virtù. Senza la saggezza non sarebbe possibile godere di un’esistenza felice.
Il saggio sa che la concezione del fato padrone di tutto è quanto mai sbagliata poiché le cose accadono o per necessità, o per arbitrio della fortuna, o per arbitrio nostro.
La fortuna può dare avvio a grandi beni o grandi mali per gli uomini ma non lo fa, come credenza popolare, come una divinità, che fornisce beni o mali agli uomini in modo da determinare la loro felicità.
Per Epicuro è meglio essere saggi ma senza fortuna che fortunati e stolti ed è preferibile che un progetto ben ragionato fallisca piuttosto che uno dissennato vada in porto.
La lettera si conclude con un’esortazione che Epicuro fa a Meneceo, ovvero di meditare sempre di queste cose con sé stesso e con i suoi simili, in modo da non essere mai in preda all’ansia e poter vivere come un dio tra gli uomini.

A cura di Vincenzo Romaniello.

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